Battaglia in un bicchiere

Mi sono antipatici i viticoltori di Caluso, perché hanno intentato una serie di azioni forti (denunce alla repressione frodi, ho sentito) contro i viticoltori della mia zona, le Colline Novaresi. Azioni tendenti ad avocare a sé, ad uso esclusivo, il nome di erbaluce. Termine generico che indica un vitigno a bacca bianca da cui si ricavano sia un vino fermo (diversamente profumato, fresco, poco corposo) sia un vino spumantizzato (buono charmat, grande classico) sia un passito (ottimo, equilibrato)… Da alcuni mesi l'erbaluce di caluso o caluso è diventato docg ed è sempre più sentito come patrimonio esclusivo di quella piccola zona vitivinicola a cavallo delle province di Biella e Torino (che ruota attorno all'omonimo paesello). Il fatto è che, decenni fa, alcune barbatelle di uva bianca erbaluce furono piantate anche sulle colline novaresi, dove davano un vino bianco un po' negletto, chiamato “greco” o “bianco dei campi raudi”… senza troppa convinzione, al punto che negli anni sessanta, ai tempi dei primi disciplinari, tale tipologia non fu nemmeno contemplata. Poi, cambiano i mercati, si allargano i gusti, un vino doc da bacca bianca è stato reintrodotto. Però senza nome: no greco, perché ce ne erano fin troppi, né erbaluce perché a Caluso ci avevano già puntato… per cui, ora, un nome in attesa, neutro: colline novaresi bianco doc. Erbaluce, magari con l'aggettivazione “novarese”, oggi apparirebbe dunque come una soluzione ragionevole. Ma non per i colleghi di Caluso che hanno fatto fuoco e fiamme. Nessuna menzione del vitigno sull'etichetta (erbaluce…) ma, secondo alcuni, nemmeno nelle spiegazioni (ricavato da uve erbaluce). E via con le multe e le antipatie…

Tutto però sembra una battaglia navale in un bicchiere d'acqua: i vini prodotti nelle colline novaresi sono pochi (sono circa 1000 gli ettari vitati), così come quelli della docg caluso (160 circa)… ma si litiga. E il mondo fuori guarda. Guarda due piccole aree litigare per un nome comune di cosa (erbaluce) e non per un'indicazione geografica.

Allo stato attuale l'erbaluce vive del disinteresse altrui: se, infatti, gli spagnoli decidessero di coltivarlo, cosa si potrebbe fare? Nulla: è il nome di un vitigno, come sauvignon blanc per capirci, e non geografico, come Barolo… non si può tutelare. Non si potrebbe neppure in Italia, ma qui è in atto una forzatura che non sconvolge equilibri più grandi. Comunque, se i toscani rompessero o gli spagnoli premessero, il nome erbaluce si potrebbe di nuovo usare nella sua accezione comune. Se poi vincesse la logica di Caluso, si aprirebbero inquietanti scenari: di chi è il nome chardonnay, per esempio?

State adesso pensando al caso prosecco? Buono. Simile ma diverso. Il nome prosecco indica un'uva di gran successo da cui si ricava un omonimo vino. Non tutelato. L'uva prosecco si può coltivare, dove previsto, e i vini prosecco si possono fare ovunque. O almeno, si potevano fare fino a poco fa: infatti l'ex ministro Zaia con un colpo di teatro ha allargato la zona doc al Friuli, dove esiste un paesello (provincia di Trieste) chiamato Prosecco, senza vigne (almeno fino a mesi fa). Ed ha così legato il nome del vitigno ad un nome geografico. L'Europa sembra aver accettato, ma il WTO no, non ancora. Se -mettiamo- ai brasiliani interessasse il business del prosecco, chi potrebbe impedirglielo? Sì, magari la Ce potrebbe richiamare i propri regolamenti, ma se vendessero negli Usa? La Wto accetterebbe il colpo di teatro del paesello Prosecco? Boh?!

Visto da queste prospettive, la battaglia dell'erbaluce sembra dunque una scaramuccia comunale più che una fase di una guerra globale. La vera guerra commerciale si combatte altrove, infatti. E forse, quando lambirà il Piemonte settentrionale, invece di divisi, i viticoltori dovrebbero essere uniti… magari con una doc regionale a cappello (piemonte erbaluce doc) e zottozone doc e una bella docg a Caluso, che punti sull'indicazione geografica e non sul vitigno… Sogni macchiavellici, direi… Manca infatti un principe!

 

Segnalo a Caluso: le cantine Briamara Le Baccanti, grande metodo classico (il pas dosè era grande ma non in vendita, ahinoi!) e ottimi vini in generale (erbaluce profumato e corposo, passito equilibrato). Cantina di alto livello e di prezzi (non ancora, per fortuna) commisurati; e segnalo l'instancabile Roberto Crosio, con i suoi vini semplici, beverini, facili… di cui ho apprezzato il rapporto qualità prezzo. Mi è piaciuta, in particolare, la barbera Goccia Nera. Fresca e magra come si conviene ad un vino del nord.

Prosit! 

Visite: 1257

Potrebbero interessarti anche...

2 risposte

  1. utente anonimo ha detto:

    Queste discussioni, anche a mio parere, lasciano il tempo che trovano.  Storicamente l'erbaluce è proprio della zona di Caluso, così se vogliamo parlare di tradizione non ha senso piantare l'erbaluce in zone diverse.
    Poi naturalmente c'è la proprietà del nome, come spieghi bene tu, il nome chardonnay, o sauvignon, è internazionale; immagino che potrebbe benissimo esistere un Erbaluce delle Colline Novaresi, non mi pare questo gran danno ai viticoltori di Caluso.
    Ma oltre a considerazioni di tipo etico, dovrebbe esserci la convinzione, da parte dei produttori locali, di valorizzare le proprie denominazioni storiche, prima tra tutte il Ghemme ed il Boca, di cui spesso non si trova traccia in alcuna carta dei vini nei ristoranti al di fuori del Piemonte.
    Certo, a dar retta alle guide ed al mercato, il futuro è nei vini bianchi e non nei rossi di struttura e che darebbero il meglio di se dopo cinque o sei anni al minimo.
    Non voglio assolutamente  fare una analisi delle motivazioni dei coltivatori novaresi, non ne avrei la competenza necessaria; il mio ragionamento lo faccio anche modificando i nomi dei vitigni e delle regioni.
    Come ad esempio la sciocchezza di piantare viogner in Toscana a discapito di potenzialmente ottimi trebbiani, o al proliferare di chardonnay nel Lazio espiantando ettari di malvasia puntinata, o ancora all'aumentare a dismisura dei syrah siciliani eliminando il nerello mascalese?
    Chiaro che avere un marchio già noto fa da volano alla produzione, ma che senso ha piantare una vigna senza radici locali quando invece se ne hanno di ottimi nella vigna davanti casa?
    Scusa per la lunghezza.

    Rolando

  2. allappante ha detto:

    Beh, sì. Ottime argomentazioni. Condivisibili. Io non parteggio per gli autoctoni né per i migliorativi, ma penso che il valore aggiunto sia il territorio e non il vitigno. Questa battaglia mi sembra sciocca…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.