Addio a Zio Lalo (Iraldo Motta), il re della Baita al Quaggione

Io lo sapevo che prima o poi l’avrei incontrato di nuovo così, attaccato a un muro, tra le partecipazioni a lutto. Sapere però che si chiamava Iraldo Motta mi ha fatto sorridere: Iraldo, un nome che poteva essere inventato solo in Vallestrona, dove i cognomi sono pochi e per distinguersi tra tanti bisognava ingegnarsi con nomi particolari. “Zio Lalo”, invece, era il suo nome “vero”, quello che tutti conoscevano.

Io però non lo conoscevo davvero, di persona. Ma chiunque sia passato per il Lago d’Orta o per Omegna a fine millennio sa chi era Zio Lalo, il leggendario gestore della Baita all’Alpe Quaggione, sopra Germagno. Un locale pazzesco, un’istituzione per comitive e buongustai da tutto il Nord Italia. Lì si mangiava senza misura: interminabili portate di antipasti, polenta a volontà, risotti serviti in quantità spropositate, montagne di bistecche impanate disposte a piramide, vino non certo eccellente ma sempre abbondante, e naturalmente prezzi popolari.

Era un’esperienza gastronomica totale, più che un pranzo. Forse per questo – e nonostante tutto – il “Da Zio Lalo” è rimasto nella memoria collettiva. Anche chi, come me, non lo amava particolarmente, non può negare che quel luogo abbia rappresentato qualcosa: un simbolo di socialità, di festa e di spensieratezza, un pezzo di storia del Lago d’Orta e di Omegna.

Negli anni, “Zio Lalo” aveva gestito la Baita insieme alla moglie Ottavia, come ricordano alcuni blog locali – tra cui il mio Allappante, che ne rievoca l’atmosfera esagerata e quasi letteraria-. Io ne criticavo la cucina abbondante ma non sempre raffinata, il vino rustico, la semplicità estrema del servizio. Ma era proprio quello il segreto del successo: un luogo popolare, caotico, rumoroso e vero.

Iraldo Motta, detto Zio Lalo, l’ho “incontrato” ieri sera, tornando, pensa un po’, da una gara di risotti in cui facevo da giudice. Avevo appena assaggiato cinque risotti in porzioni abbondanti: a lui, ne sono certo, sarebbe piaciuto, sarebbero piaciuti.

Non sono mai stato suo amico, non ho mai condiviso con lui la confidenza di una chiacchierata al tavolo, eppure mi viene naturale salutarlo con affetto. Perché, in fondo, anche lui ha contribuito a far conoscere questo territorio, a far venire gente quassù, a far girare l’economia locale.
Ha lasciato un segno, piccolo o grande che sia, nel paesaggio umano del lago e della montagna.

Addio, Iraldo. Chissà, magari ci si rivede.

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