Sabato sera siamo stati a cena a casa di Jacopo. Una serata nata in un contesto delicato: nel pomeriggio si era celebrato il funerale di suo padre, morto dopo anni di sottile sofferenza, acuita dalla perdita della sua compagna. C’era, inevitabilmente, un velo di malinconia, ma anche il desiderio sincero di stare insieme, di condividere un momento umano, semplice, quasi necessario.
Ed è stata, in effetti, una bella serata.
Fino a quando non ho deciso – o forse non sono riuscito a evitarlo – di portare la conversazione su un terreno scivoloso: la politica. Mi sono lasciato andare a un attacco acceso contro il governo guidato da Giorgia Meloni. Parole dure, forse troppo. Ho parlato di promesse non mantenute, di una distanza crescente tra ciò che viene detto e ciò che viene fatto. E, soprattutto, di una sensazione personale: quella di essere diventato più povero, non solo economicamente, ma anche in termini di fiducia.
Mentre parlavo, non mi rendevo conto di quanto stessi monopolizzando la conversazione. E poi, come spesso accade, il dubbio è arrivato. Qualche giorno dopo ho rivisto una delle persone presenti a tavola e le ho chiesto scusa: “Non volevo offendere nessuno”. Lei mi ha risposto con una sincerità disarmante: “Sei stato anche garbato. Però non ti conoscevo così… così veemente contro la Meloni”. Poi ha aggiunto: “Ma tu non dici mai bugie?”. Una domanda semplice. Ma anche spiazzante.
Machiavelli a tavola
In quel momento mi è tornato in mente Niccolò Machiavelli. Nel Principe scrive:
«Quanto sia laudabile a uno principe mantenere la fede e vivere con integrità, non con astuzia, ciascuno lo intende; nondimanco si vede per esperienza ne’ nostri tempi quelli principi aver fatto gran cose che della fede hanno tenuto poco conto…»
È una frase che è sempre attuale. Un genio. Mantenere la parola è bello, giusto, auspicabile. Ma non è necessariamente ciò che fa funzionare il potere.
E ancora:
«Bisogna adunque essere volpe a conoscere i lacci, e leone a sbigottire i lupi.»
Ecco allora la politica: astuzia e forza, promessa e adattamento, parola e sua possibile smentita.
A quel punto mi sono chiesto – forse per difendermi – se la distanza tra chi governa e chi critica sia davvero così grande.
La verità, o qualcosa che le somiglia
Io dico bugie? Sì, ne dico. Ma – mi sono risposto – non prometto cose che so già di non mantenere. Non dico una cosa per poi farne un’altra. Machiavelli avverte anche su questo:
«Perché, se si considera bene, si troverà qualche cosa che parrà virtù, e seguendola sarebbe la rovina sua; e qualcuna altra che parrà vizio, e seguendola ne risulta la sicurezza e il bene suo.»
La linea tra coerenza e ingenuità, tra sincerità e inefficacia, è più sottile di quanto vorremmo ammettere.
Anche la generosità è un rischio
Ripensando alle promesse, mi è tornato in mente un altro passaggio:
«È più sapiente tenere nome di misero, che ti partorisce infamia senza odio, che, per fuggire il nome di misero, incorrere in quello di rapace…»
Anche qui Machiavelli è brutale: meglio sembrare tirchi che essere costretti, per apparire generosi, a prendere troppo agli altri. E allora le promesse politiche – spesso generose- rischiano di essere, ancora una volta, strumenti più che impegni. E qui la “sorella d’Italia” ha fallato. Che rilegga.
Una serata, comunque, da ricordare
Alla fine, però, resta altro. Resta Jacopo, a cui rinnovo le mie condoglianze. Resta una tavola condivisa, anche quando le parole prendono troppo spazio. Resta quella domanda, semplice e scomoda, che continua a risuonare. È stata una bella serata. E spero che ce ne saranno altre. Magari con meno Machiavelli. O forse no. Ma con un po’ più di misura.