Una visita al Forte di Bard si è rivelata sorprendente non solo per la bellezza del luogo, nascosto al transito automobilistico, ma anche per la qualità delle strutture e delle mostre ospitate. Tra queste, ne ho viste tre su cinque, ho visto più attentamente quella dedicata a Fernando Botero, mostra che ha offerto più di uno spunto di riflessione, anche a chi – come me – non ha mai amato fino in fondo il suo stile.
Quelle figure tonde, gonfie, quasi sospese tra ironia e deformazione, mi sono sempre sembrate un curioso incrocio tra arte alta e immaginario pop, qualcosa che oscilla tra il fumetto e la pittura colta. Eppure, osservando le opere dal vivo, si finisce per entrarci dentro, quasi controvoglia.
Tra tutti, un quadro mi ha colpito in modo particolare: il ritratto di Pablo Escobar morto. Non una scena d’azione, non la violenza esplicita della sua fine – che pure Botero ha rappresentato in altre opere – ma qualcosa di più sottile e disturbante. Il volto appare sereno, quasi pacificato. Ricorda vagamente una Veronica, un’immagine sacra: non c’è tensione, non c’è dolore evidente. I segni della morte sono appena percepibili, quasi dissolti. A uno sguardo distratto, si potrebbe persino non capire che si tratta di un cadavere.
Ed è proprio questo che inquieta. Non è un’esaltazione, ma nemmeno una condanna esplicita. Botero sembra sospendere il giudizio, lasciando lo spettatore in una zona ambigua. Escobar non è rappresentato come un mostro, ma nemmeno come una vittima: è lì, semplicemente, presente. Quasi trasfigurato.
Questo tipo di ambiguità ricorda, per certi versi, il lavoro di Andy Warhol: come nelle sue celebri immagini seriali, non è mai chiaro se ci sia celebrazione, critica o semplice registrazione del reale. L’arte diventa uno specchio opaco, che riflette senza spiegare.
Nel caso di Botero, però, il contesto è più drammatico: la violenza della società colombiana, il narcotraffico, la morte come presenza quotidiana. Quel volto sereno sembra quasi dire che la violenza è diventata normale, assimilata, priva di scandalo.
Forse è proprio questa la chiave: non capire del tutto è parte dell’esperienza. Il quadro non offre risposte, ma costringe a porsi domande. E in questo senso, la perplessità che lascia non è un limite, ma la sua forza. Perché di fronte a certe immagini – e a certe realtà – una risposta univoca, forse, non esiste davvero.