Sono stato pochi giorni fa a vedere una mostra al Castello di Novara, L’Italia dei Primi Italiani. Un’antologia pittorica ben costruita, articolata per sezioni tematiche, che permette – attraverso la visione diretta dei quadri – di ricostruire la sensibilità degli italiani prima ancora che l’Italia diventasse una nazione unita, sia pure nelle differenze.
Ne emerge un panorama sorprendentemente coerente: una pittura attenta al reale, capace di restituire con grande perizia tecnica la vita quotidiana, i paesaggi, le figure. Opere immediatamente leggibili, almeno a un primo sguardo, e proprio per questo efficaci. Solo soffermandosi più a lungo, però, si cominciano a intravedere livelli ulteriori, valori simbolici più sottili, che le didascalie – e anche la guida online accessibile via QR code – aiutano a mettere a fuoco.
Tutti i quadri, pur nelle differenze stilistiche, sembrano condividere una stessa tensione: un realismo sincero, talvolta reso particolare da suggestioni che guardano al divisionismo o a una certa intensità quasi espressionista, ma sempre ancorato alla realtà. E poi, a un certo punto, qualcosa cambia.
Il caso Michetti
Tra le opere esposte, mi ha colpito in modo particolare La raccolta delle zucche di Francesco Paolo Michetti. Non tanto – o non solo – per la qualità pittorica, né per la bellezza dei colori, caldi e vibranti. Quanto per una diversa densità emotiva. A prima vista, anche questo è un quadro realistico: contadini, un momento di lavoro, la raccolta. Tutto sembra rientrare perfettamente nel canone della pittura di genere ottocentesca. Ma basta indugiare qualche secondo in più perché questa impressione cominci a incrinarsi. Il realismo di Michetti non è più soltanto descrittivo. È come se alludesse a qualcos’altro, senza mai dichiararlo apertamente.
Una realtà trasfigurata
Rispetto agli altri dipinti in mostra, qui la scena appare più densa, quasi saturata:
- la luce non illumina soltanto, ma avvolge
- l’aria sembra piena, quasi materica
- i corpi emergono come da una polvere dorata
Non c’è rottura con il reale, ma una sua intensificazione. È proprio questo che produce uno scarto percettivo: ciò che vediamo è reale, eppure sembra sul punto di diventare altro. Non simbolico in senso esplicito, non allegorico forse, ma sospeso.
Oltre il Verismo
Nel contesto della mostra, dominato da un realismo coerente e leggibile, Michetti introduce una vibrazione diversa. Se molti degli altri artisti sembrano ancora muoversi entro una logica che potremmo avvicinare a quella di Giovanni Verga – osservazione, distanza, restituzione oggettiva -o di Balzac – osservazione, compassione, presa di posizione-, Michetti apre invece a una dimensione più percettiva, più immersiva, che si avvicina, per sensibilità, a quella di Gabriele D’Annunzio, ma senza condividerne il vitalismo enfatico. Non c’è esaltazione, non c’è retorica. Semmai, come impressione dominante, resta una: atmosfera traslucida, sospesa, quasi felicemente immobile.
Un’opera anche nel tempo del mercato
Un dettaglio non secondario, che aggiunge un ulteriore livello di lettura, riguarda la storia recente del dipinto. Nell’asta dell’8 aprile 2017 presso Farsettiarte, l’opera ha raggiunto 148.400 euro, superando ampiamente la stima iniziale. Da allora, non risultano ulteriori passaggi in asta. Il quadro sembra essere entrato in una collezione privata stabile, riemergendo solo in contesti espositivi. È un dato che, paradossalmente, conferma la sua natura: non tanto oggetto di circolazione, quanto immagine da trattenere, da custodire. Come se quella sua qualità sospesa – quella realtà che si fa visione – trovasse una naturale continuità anche nel suo destino collezionistico.
Un’altra idea di realtà
È qui che il quadro si stacca davvero dagli altri. Pur utilizzando strumenti del realismo — e pur dialogando indirettamente con correnti affini — Michetti sembra suggerire che la realtà non sia solo qualcosa da rappresentare, ma qualcosa da attraversare sensorialmente. La sua pittura non racconta soltanto: fa percepire. E in questa percezione, più che il dato oggettivo, resta una qualità difficile da definire ma immediatamente riconoscibile: una realtà che, senza smettere di essere tale, comincia a farsi visione, sogno, dimensione onirica e simbolica.