Tra macerie e calici: leggere Remarque oggi

Capita a volte che un libro riemerga dal passato quasi per caso, come un oggetto dimenticato in un bookcrossing che però conserva intatta la sua forza. È successo entrando in un locale verbanese, con molti libri a decorare gli spazi, ma da poter prendere e leggere. Lì ho trovato una vecchia edizione Mondadori del 1954, stampata a Verona, della collana “Grandi narratori di ogni paese”. Il titolo è quello di un romanzo meno noto di Erich Maria Remarque: Tempo di vivere, tempo di morire.

Remarque è uno di quegli autori che non si limitano a raccontare la guerra: la portano dentro le parole, nei pensieri dei protagonisti. Dopo aver vissuto in prima persona il fronte della Prima guerra mondiale, ne ha restituito una visione disincantata e dolorosa, già nel celebre Niente di nuovo sul fronte occidentale. Anche questo romanzo, pubblicato nel 1954 durante il suo esilio, continua quella riflessione: la guerra non è eroismo, ma perdita, smarrimento, distruzione morale.

Il protagonista, Ernst Graeber, è un soldato tedesco in licenza durante la Seconda guerra mondiale. Tornato a casa, trova un mondo che non riconosce più: città devastate, vite spezzate, punti di riferimento cancellati. Eppure, proprio dentro questo scenario apocalittico, emergono frammenti di vita ostinata.

Una delle immagini più potenti del romanzo è quella del ristorante che resiste, almeno per un po’, ai bombardamenti. Lì, tra piatti curati e vini pregiati, si consuma una sorta di fragile illusione di normalità. Il cameriere, soprannominato Marabù, incarna una dignità silenziosa: sotto le bombe continua a servire, a offrire assaggi, a mantenere viva un’idea di umanità.

Il vino del Reno, lo champagne, i piatti raffinati – tutto assume un valore simbolico. Non è solo cibo: è resistenza alla morte. È la scelta di vivere, anche quando tutto intorno crolla. Non a caso, si racconta che le bottiglie di champagne, durante i bombardamenti, fossero pericolose nei rifugi a causa della pressione: meglio berle subito. E allora bere diventa un gesto esistenziale, quasi filosofico. Perché del domani non c’è certezza.

Remarque costruisce così un contrasto continuo tra vita e morte. Da una parte l’amore, che nasce e tenta di radicarsi; dall’altra la guerra, che tutto travolge. Il finale, coerentemente con la sua visione, è tragico. Ma non è un pessimismo, è una testimonianza di una scelta.

In questo senso, la lettura di Remarque resta oggi sorprendentemente attuale. In un tempo in cui riaffiorano pericolose nostalgie e semplificazioni della storia, romanzi come questo ricordano cosa significhi davvero la guerra: non ideologia, ma macerie. Non gloria, ma perdita.

Accanto a lui, altri grandi autori tedeschi come Günter Grass hanno cercato di fare i conti con il Novecento e le sue contraddizioni, mettendo in scena dialoghi tra visioni opposte e interrogativi ancora aperti. In questo senso è particolarmente interessante il racconto contenuto ne Il mio secolo di Günter Grass. In una delle pagine più suggestive, Grass immagina un incontro tra Erich Maria Remarque e Ernst Jünger, autore di Tempeste d’acciaio, celebre per la sua visione eroica e quasi esaltata della guerra. Ne nasce un dialogo acceso, quasi un confronto tra due mondi inconciliabili. Da una parte Jünger, cantore dell’eroismo, della disciplina e della gloria militare; dall’altra Remarque, testimone della sofferenza, della distruzione e della perdita di senso. I due sembrano parlarsi senza riuscire davvero a capirsi, come appartenenti a due universi paralleli. È come se la guerra, invece di essere una realtà unica, si sdoppiasse in due interpretazioni opposte: una che la sublima, l’altra che la smaschera.

Il risultato è un racconto affascinante e istruttivo, che aiuta a comprendere quanto profondamente la guerra possa essere vissuta — e raccontata — in modi radicalmente diversi. Ma rileggere Tempo di vivere, tempo di morire oggi significa comunque  confrontarsi con una verità: anche nel cuore della distruzione, l’uomo continua a cercare la vita. E forse è proprio questa ostinazione, fragile e imperfetta, a rappresentare la sua unica possibilità di salvezza. Una bottiglia dopo l’altra.

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