Sicurezza, paura e il diritto di uccidere: una scorciatoia pericolosa

Ogni tanto capita di sentire qualche uomo politico – soprattutto a destra – reclamare con forza un presunto diritto di uccidere: il ladro che entra in casa, l’aggressore per strada, chiunque venga percepito come una minaccia. Le motivazioni addotte sembrano spesso ispirate al buon senso, ma in realtà nascondono una deriva profondamente pericolosa.

Perché una cosa dovrebbe essere ovvia: ogni volta che una persona viene uccisa, anche in caso di legittima difesa, deve esserci un’indagine. Sempre. Un magistrato deve valutare, ricostruire, capire. Non per criminalizzare chi si difende, ma perché la vita umana non può mai essere liquidata con uno slogan politico.

Nella stragrande maggioranza dei casi, chi uccide non lo fa “volentieri”. E infatti, quando la difesa è davvero legittima, le indagini si concludono quasi sempre con un nulla di fatto. Ma eliminare a priori il controllo significa aprire scenari inquietanti: regolamenti di conti mascherati, abusi di potere, vendette private travestite da autodifesa.

La cronaca internazionale ci ha già mostrato quanto sia sottile questo confine. Il caso di Oscar Pistorius, atleta sudafricano, resta emblematico: quattro colpi di pistola contro la fidanzata, chiusa in bagno, giustificati con la paura di un intruso. Peccato che ci fosse stata una lite violenta poco prima. E peccato che la legge sudafricana – come molte altre – preveda un principio fondamentale: la difesa deve essere proporzionata.

Ed è proprio qui il nodo. Sparare a una persona armata che ti punta una pistola può essere legittimo. Sparare alle spalle a dei ladri in fuga, molto meno. Eppure il dibattito pubblico tende a cancellare ogni distinzione, alimentando l’idea che la sicurezza giustifichi tutto.

Da anni la politica martella sempre sugli stessi temi: paura, emergenza, sicurezza. Come se non esistesse altro. Non il lavoro, non lo sviluppo, non la scuola, non la scienza. Solo la sicurezza. Metal detector nelle scuole dopo un fatto isolato, allarmi continui sui “boschetti della droga” come quello di Rogoredo, descritti come zone fuori controllo.

Peccato che la droga ci sia sempre stata. E peccato che venga importata e gestita da organizzazioni criminali italianissime, come Camorra e ’ndrangheta. Ma su questo si preferisce tacere. Non si parla di integrazione, di opportunità lavorative, di inclusione sociale. Si lasciano crescere sacche di marginalità perfette per il reclutamento della criminalità, e poi ci si stupisce del risultato.

In questo contesto, rivendicare il “diritto di sparare” diventa una scorciatoia comoda, ma pericolosa. Serve invece attenzione, equilibrio, responsabilità. E sì, anche indagini.

Sono favorevole alle indagini sui poliziotti che uccidono in servizio non perché li ritenga colpevoli, ma perché credo nello Stato di diritto. Se un agente ha sparato per difendere sé stesso o i colleghi, emergerà. Come infatti è emerso, in un recente caso, che l’arma della vittima era un giocattolo.

Quello che sorprende, semmai, è altro: che due carabinieri in servizio si siano lasciati disarmare. Li mandiamo in strada, li paghiamo, li addestriamo, e basta una minaccia perché perdano il controllo della situazione? È una domanda scomoda, ma necessaria.

Per fortuna non siamo in guerra. In altri contesti, forse, la risposta sarebbe stata diversa. Ma proprio perché viviamo in una democrazia, la soluzione non può mai essere sparare di più, ma capire meglio.

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