Quadri di un’Esposizione, Uno

Accompagnare i ragazzi in un museo è, più o meno sempre, da anni la stessa esperienza. Li ho portati alla National Gallery of Ireland e, come al solito, è stato insieme divertente e faticoso. Loro curiosi, sì, ma fino a un certo punto. Interessati, forse. Dotati di capacità analitiche, decisamente no. Ma forse anche un Museo può aiutarli a svilupparle.

Così ho dato l’unica consegna che mi sembrava sensata: non pensate, non cercate di capire, guardate e basta. Niente domande. Se poi proprio vi viene una curiosità, chiedetela a me.

Qualcuno, in effetti, ha curiosato davvero. La maggior parte invece faceva rumore, guardava il cellulare, rallentava apposta o accelerava senza motivo. Noi adulti, più che guide, eravamo una specie di forza di contenimento: spingere in avanti per evitare che disturbassero troppo gli altri visitatori. Un pellegrinaggio veloce, disordinato, poco contemplativo.

Questo andare di fretta non mi ha permesso di vedere granché. Però, ogni tanto, quasi per caso, mi sono fermato davanti a qualche quadro. Senza analisi stilistiche, senza contesto storico, senza strumenti critici. Solo guardando. Cercando di capire, molto semplicemente, che cosa mi stesse dicendo.

Uno di questi quadri mi ha trattenuto più degli altri.

Una donna che legge (forse). Si intitola Donna che legge una lettera, di Gabriel Metsu. Un dipinto piccolo, molto curato, quasi minuzioso. Una scena domestica: due donne e un cagnolino. Una delle due è vestita in modo ricco, con colori vivaci. È lei che dovrebbe leggere la lettera, anche se in realtà sembra più occupata a trafficare con un oggetto indefinito, una specie di forchetta o fermaglio, come se stesse cercando di aprire qualcosa. La donna ha un’attaccatura dei capelli molto alta, quasi rasata, una specie di copricapo che la fa sembrare una suora laica, con una perla (?) in mezzo alla fronte. L’altra donna, dai colori più neutri – marroni, blu spenti – sembra una serva. Sta sollevando una tenda che nasconde un quadro: una marina, forse in tempesta, forse no. Perché è coperto? In mano ha una lettera anche lei. La stessa? Un’altra? Non si capisce.

In basso a sinistra, buttate lì, un paio di scarpe di buona qualità, aperte, di legno e pelle decorata. Dietro, uno specchio che non riflette nulla di leggibile. A terra, una cesta di panni (sporchi?). Il cane, piccolo e un po’ striminzito, guarda la serva con aria interrogativa, forse in attesa di cibo, forse di altro.

La luce arriva da sinistra, un po’ caravaggesca. L’insieme è stranamente sospeso, quasi surreale. Ogni oggetto sembra lì per dire qualcosa, ma quel qualcosa mi sfugge. Sicuramente c’è un significato simbolico, metaforico, morale. Sicuramente gli storici dell’arte lo conoscono benissimo.

Io no.

Per me resta un interno domestico con due signore: una riccamente vestita, l’altra più dimessa, un po’ di spalle. Il cane guarda. Le scarpe aspettano. La lettera resta muta.

Onestamente? Non ho capito niente. E forse, per una volta, va bene così. Ho fatto come i miei ragazzi, planando sulle opere esposte.

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