Quadri di un’Esposizione Tre

Il terzo quadro su cui mi sono soffermato è, in realtà, un quadro che conoscevo già. Ed è per questo che mi ha attirato. Si intitola Vase of Flowers with an Ear of Corn, di Rachel Ruysch. In basso a sinistra c’è una improbabile pannocchia di granturco.

Questo quadro, o meglio la sua immagine, ha abitato casa mia per anni. Mia madre ne aveva una stampa, un poster appeso da qualche parte – non saprei dire dove esattamente – e quando l’ho visto alla National Gallery l’ho riconosciuto subito. Non con la testa, ma con una specie di riflesso automatico, come si riconosce un volto familiare dopo molto tempo. È una natura morta graziosa, ordinata, rassicurante. Non è una natura morta barocca. Inquietante. Non ci sono infatti mosche, non c’è frutta troppo matura, nessun segno di decomposizione, nessun memento mori. Tutto è fissato in una specie di eterna primavera, immobile, composta. I fiori sono perfetti, intatti, come se il tempo avesse deciso di fermarsi per educazione.

Eppure, a guardarlo meglio, qualcosa non torna. La pannocchia di granturco non appartiene alla stessa stagione dei fiori. Le azalee fioriscono in un periodo, altri fiori in un altro. Qui invece sono tutti insieme, come se la cronologia naturale fosse stata sospesa. Non è primavera, non è autunno. È una stagione impossibile, una primavera con dentro un frammento d’autunno.

Se c’è un significato simbolico in tutto questo, mi sfugge.

Forse c’è, sicuramente c’è. Ma non mi interessa più di tanto. Il quadro è semplicemente molto bello. Ed è evidente che chi lo ha commissionato lo abbia fatto per metterlo volentieri sulle pareti di casa, per guardarlo ogni giorno senza essere disturbato da domande scomode.

Il significato, se esiste, resta lì: fiorito e oscuro allo stesso tempo.

A me, invece, quel vaso di fiori non ha detto nulla di filosofico.Mi ha fatto pensare a mia madre. Alla mia infanzia. A una casa in cui quell’immagine c’era sempre stata, senza chiedere spiegazioni.

E tanto mi è bastato.

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