Quadri di un’Esposizione Due

Qualche sala più in là, mentre spingevo i ragazzi verso l’uscita – ormai immersi in una quasi totale e irreversibile indifferenza – mi sono fermato per pochi istanti davanti a un altro quadro. Una sosta breve, quasi controvoglia. Eppure qualcosa mi ha trattenuto.

Il dipinto rappresenta una festa. Un matrimonio contadino, a quanto dice la didascalia. L’ho scoperto lì per lì, perché a colpo d’occhio non ho visto nessuna sposa evidente, nessuna figura centrale che tenesse insieme la scena. Tutto sembrava sparpagliato, confuso, rumoroso. Una confusione dipinta.

Il quadro è Peasant Wedding, di Pieter Brueghel the Younger. E la prima domanda che mi è venuta in mente non è stata che cosa rappresenta, ma molto più banalmente: per chi diavolo è stato dipinto? Chi avrebbe piacere di averlo in casa?

È una festa paesana, certo. Ma i contadini sono rappresentati in modo goffo, sguaiato, a tratti apertamente volgare. Il personaggio al centro indossa delle braghe a dir poco curiose, con un portapene enorme, esagerato, quasi osceno. Un rigonfiamento così vistoso da risultare ridicolo, esibizionistico, grottesco. È un uomo grasso, forse ricco-arricchito, ed è soprattutto una caricatura ambulante.

Poco dietro, sulla sinistra, una coppia amoreggia senza troppi scrupoli: lui infila le mani sotto la gonna di lei con intenzioni chiarissime, senza alcuna poesia. In fondo, qualcuno dorme ubriaco sul tavolo. Poco più in là, due suonatori sembrano più stanchi che festosi, come se stessero suonando per inerzia. Altri litigano per il cibo, o forse se lo strappano di mano: pane, uva, frutta, avanzi.

Forse la sposa è lì, da qualche parte. Forse è quella figura con una specie di coroncina. È l’unica vagamente gradevole, l’unica con un accenno di sorriso. Tutti gli altri hanno facce brutte, deformate, espressive nel senso più crudo del termine. Nessun idealismo, nessuna grazia.

Sulla destra, in basso, un’altra coppia replica la stessa scena: mani sotto i vestiti, corpi appiccicati, desiderio senza erotismo. Intorno, una folla di oggetti dal significato oscuro: strumenti agricoli, sedie triangolari che sembrano fatte apposta per cadere, elementi che paiono simbolici ma restano indecifrabili. A tratti il quadro ricorda Bosch, ma senza visioni mistiche: solo carne, vino e confusione.

Il risultato è un matrimonio burlesco, ironico, sopra le righe. Non bello. Non poetico. Non erotico. Un quadro di persone brutte, dipinte come stereotipi – o forse no, e questa è la cosa più inquietante. Non si capisce se sia una denuncia sociale o una semplice derisione: i ricchi che ridono dei poveri, l’ordine che osserva il caos, l’umanità ridotta a farsa.Il quadro è fatto bene, dipinto bene, indiscutibilmente efficace. Ma una cosa è certa: non me lo metterei mai in salotto.

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