Mille lire, Langhe e fantasmi

L’ho recuperato su una bancarella di libri usati, pagandolo un euro: un vecchio Millelire, uno di quei librettini che negli anni Novanta rappresentarono una piccola rivoluzione silenziosa dell’editoria italiana. All’epoca costavano davvero mille lire, ed erano un’idea tanto semplice quanto geniale: rendere la letteratura, la saggistica, la curiosità e la controcultura accessibili a chiunque.

Dietro quell’operazione c’era Stampa Alternativa, la casa editrice fondata da Marcello Baraghini, che con la collana Millelire riuscì a portare in tasca a milioni di lettori racconti, pamphlet, testi classici e scritture marginali. Un’editoria dichiaratamente popolare, fuori dalle logiche del prestigio e del mercato, che oggi suona quasi utopica, ma che dovrebbe invece risuonare..

Il libretto in questione si intitola Racconti dalle Langhe. È del 1992 ed è scritto da tre autori: Gian (o Gianni) Balsamo, Donato Bosca e Danilo Manera. Un volumetto di poche decine di pagine, carta economica, formato minimo. Ma dentro, come spesso accade, c’è molto più spazio di quanto sembri.

I racconti sono ambientati nelle Langhe di prima del boom economico del vino, a cavallo fra antichità e modernità. Non le Langhe patinate di oggi – agriturismi di lusso, piscine tra i filari, suv sulle strade panoramiche, bottiglie a tre cifre e ristoranti stellati – ma una terra non più povera, non più aspra né arcaica. Ma all’ingresso di una modernità che però ricorda, quasi per esorcizzare, il passato.

Una Langa che richiama dunque da vicino quella di Cesare Pavese e Beppe Fenoglio: colline dure, paesi isolati, una popolazione rude e chiusa, segnata dalla fatica e da una cultura contadina intrisa di superstizione. Nei racconti compaiono masche, streghe, fantasmi, vagabondi; un mondo sospeso tra il reale e il magico, attraversato da un’ignoranza primitiva che ha qualcosa di paganeggiante, precristiano, profondamente radicato nella terra. E poi il grande mito della Resistenza, qui, appunto, ammantato di misticismo, vago, evocativo… Racconti che restituiscono una dimensione ambigua della Langa, lontanissima dall’attuale, luminosa narrazione turistica.

D’altra parte, anche il nome stesso “Langhe” sembra provenire da una zona d’ombra: l’etimologia è incerta. Le ipotesi parlano di antiche radici liguri, di termini preindoeuropei legati a conche e avvallamenti, o di parole arcaiche per indicare territori marginali e selvatici. Un’incertezza che, in fondo, si accorda bene con l’atmosfera di questi racconti.

Sugli autori, le tracce sono volutamente leggere, quasi locali, come spesso accade per chi scrive ai margini dei grandi circuiti. Donato Bosca (Mango, 1951–2023) è stato un profondo conoscitore delle Langhe e del Roero; Danilo Manera (Alba, 1957) è noto anche come docente universitario, ispanista, traduttore e saggista; Gian Balsamo resta la figura più elusiva, ma proprio per questo coerente con lo spirito del libretto: scrittori radicati in un territorio, più che in una carriera.

Alla fine, per quell’euro speso — che poi è il doppio delle mille lire di allora — direi che è stato un ottimo affare. Non solo per il libro in sé, ma per quello che rappresenta: un’idea di editoria povera ma libera, e un’idea di Langhe che oggi rischia di sopravvivere solo in queste pagine sottili, recuperate per caso da una bancarella.

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