Sono qui, che mi rigiro tra le mani questo curioso libro sull’insalata, firmato da Luciano Imbriani e intitolato Oggi, Insalata (Acanthus Edizioni). Non so nemmeno perché ce l’ho. Non so da dove sia arrivato – forse un prestito mai restituito, un bookcrossing, forse un acquisto da bancarella, di quelli in cui compri per istinto, attratto dal titolo o dal colore della copertina, e poi il libro resta lì, in casa, come un ospite silenzioso che però non se ne va mai.

Infatti questo libro di Imbriani l’ho tenuto. Non l’ho rimesso nella scatola dei “da regalare”. Anche se non l’ho mai veramente “usato”: sono ricette. Non l’ho alienato perché mi ricorda lui. Luciano Imbriani, giornalista di gastronomia, collaboratore di riviste come Civiltà del Bere, dove ha scritto per decenni. Lo conobbi quando anch’io facevo il giornalista gastronomico, e lui era già un decano: figura pacata, tranquilla, con quella voce morbida e quella pazienza che solo chi ha letto molto e mangiato con gusto sa mantenere. I suoi articoli erano sempre ammantati di riferimenti storici, di citazioni, di aneddoti che intrecciavano cultura e cibo. A volte più cultura. Non so esattamente quanto di tutto ciò fosse vero, ma giudicando dall’età e dalla formazione che aveva alle spalle, sarei tentato di dire che sì, lo erano. O almeno, erano verosimili – e nel giornalismo gastronomico, questo spesso basta. E ora, eccolo qui, in questo volumetto dedicato all’insalata – l’alimento meno narrativo del mondo.
Sfogliandolo, ci trovo qualche inevitabile luogo comune: la rucola come simbolo di modernità, la moda “nuova” che andava a braccetto con i socialisti milanesi degli anni Ottanta, Craxi e la “Milano da bere”… Tutto vero, tutto un po’ kitsch, ma anche tutto parte del racconto gastronomico di un’epoca. Mi piace pensare che Imbriani lo sapesse perfettamente, e che scrivesse quelle pagine con un sorriso ironico sotto i baffi. Come chi ha vissuto abbastanza da capire che anche le mode, prima o poi, diventano storia.
Così, da Oggi, Insalata, riemerge la sua voce: colta e gentile. Una voce che parlava di verdure e di vini, di rucola e di riti borghesi, ma in realtà parlava sempre di noi, di come siamo, di come mangiamo, di come cambiamo. E forse è per questo che questo libro, da anni, è rimasto con me. Perché, in fondo, Luciano Imbriani è così: uno di quelli che, anche dopo anni, non se ne vanno mai davvero. Perché gli abbiamo voluto bene.