La Venere Storta

In un museo polacco, a Cracovia, mi sono fermato davanti a un dipinto che mi ha lasciato disorientato. Il cartellino lo identificava come Venere vincitrice, attribuita a Michele di Jacopo Tosini, pittore fiorentino del pieno Cinquecento. Eppure, davanti a quella figura, la parola “Venere” mi sembrava inadeguata: una donna a mezzo busto coi i seni scoperti, ma uno quasi frontale, l’altro di profilo. Il corpo ruotato, la testa ancora leggermente girata. Uno sfasamento sottile, ma percettibile. E uno sguardo che, più lo osservavo, meno riuscivo a definire.

Il quadro mi ha sorpreso molto. Prima ancora di pensare al mito, mi ha evocato qualcosa di diverso: una sorta di culto del non-bello, del non perfettamente armonioso, del “quasi brutto” che attraversa, in forme diverse, tutta la storia della pittura.

Il fascino del non bellissimo

Siamo abituati a pensare alla Venere come un trionfo della bellezza ideale: armonia, proporzione, dolcezza. Almeno io. Ma questa figura non consola. Non è rassicurante. Non è la bellezza levigata di un modello classico. Il seno frontale e quello di profilo non costruiscono un equilibrio morbido; creano una tensione. La torsione del busto non è naturale, è studiata. La testa non si allinea al corpo. È come se l’immagine rinunciasse deliberatamente alla perfetta grazia per cercare altro: una presenza più ambigua, più inquieta. Leggo che il Manierismo, di cui Tosini è pienamente parte, spesso incrina la bellezza classica per renderla più intellettuale, più artificiosa, più consapevole. Qui la bellezza è disturbata, quasi negata.

Un’eco egiziana

C’è poi un’altra suggestione che mi ha colpito immediatamente: l’immagine ha qualcosa di egiziano. Quelle figure antiche in cui il viso è di profilo e il busto frontale; o il contrario; quel sistema di rappresentazione che non cerca la coerenza ottica ma una verità simbolica. Qui non siamo davanti a una citazione archeologica, ma lo sfasamento simmetrico del corpo produce un effetto analogo: il viso sembra avere un suo asse, il busto un altro. La figura è composta da punti di vista diversi che convivono nello stesso spazio. Non è un errore prospettico. È una costruzione.

Un’anticipazione cubista?

E a un certo punto, mentre la guardavo, mi è venuto in mente qualcosa di ancora più inatteso: alcune donne del Cubismo. Mi ha ricordato, per esempio, certi ritratti di Pablo Picasso, in particolare la Dora Maar che lui dipinge negli anni Trenta. Non per lo stile, naturalmente. Non per la scomposizione violenta delle forme. Ma per quella coesistenza di più punti di vista nello stesso volto, nello stesso corpo. In Picasso il viso può essere insieme frontale e di profilo. L’occhio può appartenere a due direzioni. L’identità non è unitaria, è stratificata. Davanti alla Venere di Tosini ho provato qualcosa di simile, ma in forma più sottile. Non è un cubismo dichiarato, ma una tensione interna alla figura. Il corpo sembra leggermente disallineato rispetto al volto. Le parti non coincidono perfettamente. Ovviamente non si tratta di un’anticipazione consapevole. Ma certe soluzioni formali – la pluralità di assi, la simultaneità delle direzioni – producono una vibrazione che attraversa i secoli.

Che sguardo è?

E poi lo sguardo. Più lo guardo, meno lo comprendo. Cos’è? Una sfida? Una sorpresa? Un’aspettativa? Un certo timore per qualcosa che tu, spettatore, stai cominciando a fare? Non è uno sguardo languido. Non è pudico. Non è nemmeno apertamente seduttivo. Sembra piuttosto uno sguardo che registra la tua presenza e la valuta con attenzione. Il titolo Venere vincitrice (Venus Victrix) suggerisce l’idea della vittoria. Ma qui la vittoria non è amorosa, semmai è relazionale. Vince chi domina il campo visivo. 

Ritratto o mito?

La storia dell’opera è ambigua quanto il suo sguardo. In passato la figura è stata identificata come Beatrice, come Vittoria Colonna, come donna reale idealizzata; solo successivamente stabilizzata come Venere. Questa oscillazione è significativa: l’immagine vive su un crinale. Non è chiara a molti, forse a nessuno. Nel Cinquecento fiorentino era frequente questa ambivalenza: il ritratto “in veste di” allegoria o divinità. Tosini, immerso nella cultura del disegno fiorentino e nel clima manierista, costruisce una figura che è insieme presenza concreta e costruzione intellettuale. La bellezza, qui, non è natura: è progetto. Anche perché di armonioso non c’è nulla.

Una Venere senza mondo

Colpisce anche l’assenza di contesto. Nessun paesaggio, nessun racconto, nessun attributo evidente. Solo il busto, isolato. È una Venere senza mondo. Forse è proprio questa sottrazione a renderla così curiosa. Non potendo appoggiarsi a una storia, l’immagine deve sostenersi da sola: con il corpo, con la torsione, con lo sguardo, con le tette assimetriche.

Me la metterei in casa?

La domanda più sincera che mi sono fatto è stata questa: me la metterei in casa? La risposta è sì. Ma non in salotto. Non come immagine decorativa o dichiarazione estetica. La metterei in uno spazio più intimo e riservato, dove poter avere un dialogo con questo quadro, con questo pittore, con questa donna. Perché questa Venere non si consuma in un colpo d’occhio. Non si lascia esaurire da una definizione. È un’immagine che chiede tempo. Che cambia a seconda di quanto la guardi. E forse la sua vera vittoria sta qui: nel fatto che, uscendo dal museo, non avevo ancora capito cosa fosse davvero. Ironia? Sarcasmo? Mito? Inquietudine? Forse semplicemente una presenza complessa, sospesa tra bellezza e scarto, tra armonia e lieve disturbo. Una Venere che non consola, ma resta.

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