Il Vino del Futuro

Qualche giorno fa ero all’aeroporto di Dublino. Aspettavo l’imbarco per tornare in Italia e, come spesso accade prima di una partenza, mi sono fermato a bere qualcosa. Dopo i controlli di sicurezza, nell’area interna, c’è un bar della Guinness. Mi sono seduto lì per bere l’ultimo bicchiere, una specie di saluto finale all’Irlanda.

Accanto a me, a un tavolo, sedevano due signori irlandesi (forse, ma certo nordici), un uomo e una donna di mezza età. Non bevevano birra, ma vino. Vino francese, venduto nello stesso punto Guinness, in bottigliette piccole, probabilmente da un quarto di litro: più grandi di una mignon, più piccole di una mezza bottiglia. Un formato da viaggio, da transito, da aeroporto.

La scena era divertente per diversi motivi. Lui ha bevuto sia vino rosso sia vino bianco, senza apparente conflitto interiore. Lei beveva vino bianco con il ghiaccio. Questa è stata la vera rivelazione del pomeriggio.

Il mio compagno di viaggio, Michele, era scandalizzato. Commentava sottovoce: “no, non si fa così. Il vino non va trattato in questo modo.” La posizione classica, rigorosa, quasi morale. Io, invece, mi sentivo su tutt’altra lunghezza d’onda. Sono abituato ad allungare il vino con l’acqua, bevo spritz con naturalezza, adoro il Negroni sbagliato. Per me il vino è anche – e sempre di più – una base del bere miscelato, non un oggetto sacro da proteggere sotto campana di vetro.

Così, guardando quella signora che metteva il ghiaccio nel bicchiere di vino, ho avuto una sensazione chiara: mi sembrava più vicina al futuro lei che noi. Più di Michele, sicuramente. Non perché avesse ragione o torto, ma perché stava usando il vino in modo libero, disinvolto, perfettamente inserito nel contesto del viaggio.

Bere vino in aeroporto, in bottigliette piccole, adattarlo al momento, al clima, al gusto personale: tutto questo mi è sembrato sensato. Il consumo di vino in viaggio funziona così. Si piega alle esigenze individuali e collettive, perde un po’ di rigidità, si lascia contaminare. Anche dal ghiaccio.

E forse va bene così. Almeno per me, sì.

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