Il mio primo Currywurst

La targa commemorativa sul luogo dove è nato il currywurst

Kreuzberg, Berlino. Ieri sera, in un locale popolare del quartiere, ho assaggiato il mio primo currywurst: versione bio, patatine croccanti fuori e morbide dentro, piccola insalata d’ordinanza. Totale: 12,60 euro. Le birre alla spina da mezzo litro? 4,90 euro l’una. Una cena semplice, veloce, senza fronzoli: proprio ciò che promette il piatto berlinese per eccellenza.

Il currywurst è cibo da strada in purezza, era un caposaldo della quotidianità tedesca. Almeno a Berlino, da quel che vedo, il suo successo è stato nettamente surclassato dal döner kebab, che qui ha trovato la sua nuova patria (o unica? Discussione aperta). Ma il currywurst resta un simbolo: una pietanza che racconta un pezzo di storia della città.

La nascita del currywurst è recente, tutta berlinese. La storia vuole che sia stato inventato nel 1949 da Herta Heuwer, una donna intraprendente che gestiva un chiosco a Charlottenburg. Un giorno mescolò ketchup, salsa Worcestershire e curry in polvere offertole dai soldati britannici di stanza nella città.

Ne ricavò una salsa nuova, la versò su un bratwurst tagliato a rondelle e iniziò a venderla alla sua clientela: lavoratori, passanti, berlinesi alle prese con la ricostruzione.

Il piatto era economico, sostanzioso e -per l’epoca- quasi esotico. Nel 1959 Heuwer registrò persino la sua salsa sotto il nome “Chillup”, una ricetta rimasta segreta e ormai scomparsa da decenni, mai prodotta industrialmente e non più reperibile oggi, se non attraverso imitazioni che probabilmente non hanno a che vedere con l’originale (magari qualcuno l’ha azzeccata, infatti).

Kreuzberg è uno dei quartieri più vivaci e interculturali della capitale: un luogo dove la cucina si mescola alla storia sociale, dove la cultura alternativa convive con nuove tendenze gastronomiche. Il currywurst che ho proposto qui rispecchia perfettamente questo spirito: versione bio, ingredienti più ricercati, attenzione alla qualità. Accanto, immancabile, la versione vegana, che proverò domani: segno della capacità berlinese di aggiornare anche le tradizioni più radicate.

La porzione era abbondante, la salsa piacevolmente speziata, non aggressiva; il curry ben presente ma non invadente, con un equilibrio sorprendente per un piatto nato nelle strade. Le patatine patrimonio dell’umanità e la piccola insalata completavano il tutto.

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