Mi sento così convesso ma desideroso di concavità: così, tra un proposito alimentare naufragato e una coincidenza geografica degna di un racconto, è arrivato anche per me il primo pastéis de nata. Non a Lisbona, non in una pasticceria alla moda, ma grazie a una signora sarda nata in Svizzera, oggi sul Lago Maggiore, mia collega, viaggiatrice per vocazione e per amicizie. I dolci – mi dice – sono arrivati la sera prima. Io li assaggio il giorno dopo, in quel limbo di tempo-spazio nella hall della scuola in cui ci si incontra e si parlotta prima del giorno, del lavoro, delle classi. Quando me li ha offerti, all’inizio pensavo fossero dolci sardi. Ho capito poi cosa fossero. E mi è tornato in mente il film… Il morso mi ha restituito cremosità e sfoglia, dolce ma non troppo…
Il morso ha però una storia più lunga. Due anni fa, in un cinema di Castelletto Ticino, avevo visto Povere creature, film surreale, brusco e felicemente invadente, in cui la protagonista Bella Baxter sviluppa una tenera e quasi ossessiva infatuazione per questi dolci portoghesi. Da allora l’idea del pastéis de nata si era depositata da qualche parte, come una suggestione in attesa di corpo. O meglio: di crema.
Il pastéis de nata è una piccola architettura di contrasti: guscio di pasta sfoglia friabile (nel mio caso un po’ ammollata), cuore morbido di crema all’uovo, profumo di vaniglia e limone, spesso rifinito da cannella o zucchero a velo (nel mio caso nulla). Nato nei conventi portoghesi, è un dolce semplice solo in apparenza, che funziona perché è calibrato, non eccessivo.
Nel film di Yorgos Lanthimos, quel dolce diventa simbolo di scoperta sensoriale e di desiderio: mangiare è conoscere, eccedere è vivere. Assaggiarlo oggi, sulle rive di un altro lago ancora (Orta o Maggiore poco importa), chiude un cerchio bizzarro fatto di cinema, viaggi indiretti e zucchero condiviso.
La linea può aspettare. Le suggestioni, quando arrivano così, vanno assaggiate nella loro convessità.
Ok ma dove hai acquistato questo dolce?
Era arrivato dal Portogallo