Brö ’d Carvò: il brodo rituale di Caldirola e il vero patrimonio immateriale della cucina italiana

Leggendo della tradizione del Brö ’d Carvò, antica preparazione carnascialesca di Caldirola, frazione di Fabbrica Curone nell’omonima valle in provincia di Alessandria, pochissimi abitanti, si ha subito la sensazione di trovarsi davanti a una di quelle storie minori solo in apparenza. Una tradizione poco conosciuta, marginale nel racconto ufficiale del Piemonte gastronomico, ma proprio per questo capace di sorprendere di più.

Caldirola è uno di quei territori che si stanno spopolando. Un paese che da contadino è diventato turistico, un sistema leggo entrato in crisi per vari fattori: cambiamento di abitudini, nuove direttrici di traffico… È in luoghi come questo che il racconto del cibo smette di essere vetrina e torna a essere storia sociale.

Il Brö ’d Carvò non è una zuppa nel senso moderno del termine. È un brodo di carne estremamente intenso, strutturalmente complesso, cucinato con carne di maiale, legumi e verdure, lasciati in ammollo per un’intera giornata e poi cotti lentamente per molte ore nei grandi ramò, i paioli di rame, su fuoco basso di legna. Da qui quel profumo marcato di affumicatura che le testimonianze ricordano come caratteristico.

Le prime immagini documentate di questa preparazione risalgono agli Anni Quaranta, ma la tradizione è certamente più antica. Il brodo veniva cucinato inizialmente davanti alla chiesa, poi lungo la strada che collega la piazza al parco giochi e infine negli spazi centrali del paese. I paesani arrivavano con le proprie pentole, le riempivano e portavano il brodo a casa: per giorni, talvolta per un’intera settimana, quello diventava il cibo condiviso di tutta la comunità.

Il momento non era casuale. Carnevale, prima della Quaresima, prima del tempo della rinuncia. In comunità contadine povere – come lo erano quasi tutte prima della modernità – la carne era un bene prezioso, raro, carico di valore simbolico. Quel brodo, forse neppure “buonissimo” secondo i canoni gastronomici contemporanei, era incredibilmente corposo, carneo, potente. E soprattutto: era di tutti.

Distribuito fuori dalla chiesa, senza distinzione, rappresentava un gesto unitario, collettivo, profondamente legato a valori religiosi e comunitari più che a un’idea di identità nel senso moderno del termine. Non era folklore, non era spettacolo. Era condivisione di qualcosa di prezioso, di qualcosa che apparteneva alla comunità nel suo insieme.

Negli ultimi decenni il Brö ’d Carvò è stato preparato soprattutto in estate, durante la cena itinerante nei vicoli del paese, diventata un appuntamento molto partecipato. Dopo circa dieci anni di interruzione nel periodo carnascialesco, la comunità ha scelto di riportarlo simbolicamente al suo tempo originario, grazie all’impegno della Pro Loco di Caldirola e delle associazioni locali.

Come ha ricordato il presidente della Pro Loco, Cristiano Zanardi, questo piatto rappresenta un legame capace di attraversare epoche diverse: dai periodi più floridi, come l’età d’oro del turismo nella prima metà del Novecento, fino ai momenti più complessi segnati dallo spopolamento. Oggi quel filo continua a resistere mentre Caldirola prova a ritrovare slancio puntando sul turismo lento e di prossimità.

Questa storia riporta alla mente una riflessione più ampia: la cucina italiana non è stata riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio immateriale dell’umanità per il gusto dei suoi piatti o per la continuità delle ricette, come spesso si tende a credere. È stata riconosciuta perché rappresenta una tradizione culturale, profondamente legata ai territori, ai riti, alle comunità.Il Brö ’d Carvò di Caldirola lo dimostra in modo esemplare. Non è il brodo in sé a essere patrimonio. È ciò che rappresenta: un gesto collettivo, un tempo condiviso, un valore simbolico che supera di gran lunga la ricetta. Una storia che, da sola, basta a spiegare che cos’è davvero il patrimonio immateriale della cucina italiana.

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