Alla Sala delle Vetrate del Castello di Novara, il progetto di Rovellotti
Circa un centinaio di persone ha riempito ieri la Sala delle Vetrate del Castello di Novara per un appuntamento che ha messo in dialogo arte, vino e territorio. Un pubblico eterogeneo, curioso, partecipe: il contesto ideale per raccontare un progetto che nasce proprio dall’incontro tra linguaggi diversi.
Sul palco, l’artista Sergio Floriani ha introdotto il senso del proprio lavoro, richiamando anche la mostra in corso al Castello di Casale Monferrato. Un’arte che lavora per stratificazioni, per segni, per memoria.
A chiarire in modo puntuale la natura dell’opera è stata Emiliana Mongiat, che ha spiegato come il progetto si fondi su nove impronte di nove persone diverse: un gesto semplice e potentissimo, che diventa traccia, identità, relazione. Mongiat ha poi richiamato la coppa vitrea Diatreta Trivulzio, con la sua iconica iscrizione, la cui riproduzione è oggi il premio del concorso enologico Calice d’Oro dell’Alto Piemonte, collegando simbolicamente il vino alla storia materiale del territorio.
Il racconto si è allargato alla viticoltura del passato: i diversi stili agricoli, la presenza degli alberi associati alla vite, le coltivazioni promiscue, il pergolato, in una narrazione che ha ricordato come la vigna fosse un tempo parte integrante di un paesaggio complesso e condiviso.




A prendere poi la parola è stato Paolo Rovellotti, che ha ripercorso a grandi linee la storia della Cantina Rovellotti: dagli inizi, durissimi, con la brenta e i piedi, in una viticoltura di impronta medievale, fino alla modernità fatta di scienza, enologi e agronomi attenti, personale formato ed entusiasta. Oltre cinquante le vendemmie alle spalle.
Un percorso che ha portato anche importanti riconoscimenti: sei vittorie al Concorso dell’Alto Piemonte e, più recentemente, il 67° posto tra i migliori vini del mondo nella classifica Vincus con il Ghemme DOCG 2017. Oggi l’azienda conta 25 ettari vitati: un segnale forte per un territorio che per circa il 90% era stato abbandonato dalla viticoltura e che ora viene riscoperto, anche grazie alle trasformazioni climatiche in atto.
In questo quadro, il connubio tra arte e vino appare come un ulteriore strumento di valorizzazione culturale del territorio. Rovellotti ha voluto ringraziare anche i tre studenti dell’Istituto Alberghiero Ravizza, presenti per il servizio in sala: “il nostro futuro”, li ha definiti.
Le bottiglie con etichette sagomate e disegnate una per una, parte integrante del progetto artistico, erano in vendita e hanno incontrato un buon successo.
A chiudere, un buffet che è stato una vera dichiarazione di novaresità: gorgonzola e formaggi Baruffaldi, i biscottini di Novara Camporelli – “gli originali”, ha sottolineato Rovellotti – e in degustazione il Ghemme DOCG Rovellotti 2019 (non il premiato 2017, peccato), insieme a Erbaluce e Passito di Erbaluce.
Un pomeriggio in cui il vino non è stato solo bevanda, ma racconto, memoria e progetto.