Animalier

Ieri sono entrato in una di quelle botteghe enormi che vendono scarpe di ogni tipo. Cercavo un paio di stivaletti che, ovviamente, non ho trovato. Però, come spesso succede, ho trovato qualcos’altro: un pensiero.

Passando nel reparto femminile, in cima a una pila momentanea di scatole, spuntavano un paio di scarpe da donna con la tomaia animalier. Per un attimo ho pensato alla giraffa, poi alla zebra – no, zebra, decisamente zebra… quelle righe lì insomma, inconfondibili. Mi è venuto da sorridere e subito dopo da dispiacermi: perché per noi maschi, di quella roba lì, niente. Troppo poco maschile, si direbbe.

L’unico posto in cui riesco a immaginare delle scarpe maschili animalier è un negozio punk o rockabilly. I punk e i rockabilly, almeno, hanno fantasia. Gli skinhead no: loro vanno di Doc Martens e basta, fedeli come un dogma. Sembrano un po’ come i miei studenti, tutti uguali. Ma torniamo alle fantasie animalier e alle scarpe. Peccato che, dalle mie parti, certi negozi punk-rockabilly non esistano. E poi, diciamolo, io nei negozi punk all’estero non ci entro con disinvoltura. Non capisco troppo bene i commessi. Ma prima o poi il coraggio lo troverò. Tanto vale prometterselo.

Io ho sempre avuto una passione strana per l’animalier. In particolare per la fantasia ghepardo. Non ho mai posseduto vestiti con queste fantasie, eppure mi piace. L’anno scorso una collega aveva vestiti e oggetti con quelle fantasie, e io impazzivo: li fotografavo tutti, uno dopo l’altro, come se stessi catalogando una specie rara. Con la speranza – mai confessata – che magari avesse anche della biancheria intima così. Ovviamente non gliel’ho mai chiesto. Per logica. E per paura di rovinare tutto.

Credo di sapere da dove viene questa fissazione. Negli anni Cinquanta, quando mia madre e mio padre si conobbero, erano su una spiaggia di Monfalcone. Lui giovane ufficiale dei carabinieri, istruttore di nuoto. Lei una ragazza con un bikini audace per l’epoca, ma castigato quanto basta, con una fantasia animalier. Ho visto quella foto mille volte. Scattata da qualcuno che non c’è più, un nome perso come tanti. E ogni volta penso la stessa cosa: se non ci fosse stato quel costume, forse mio padre non si sarebbe fermato a guardare. Forse non ci sarebbe stato il matrimonio. Forse non ci sarei stato io.

Ecco perché il mio rapporto con l’animalier è intimo, curioso, contraddittorio. Non lo collego davvero al sesso. Non ho mai chiesto alle mie compagne di indossarlo. Non mi interessano i completini studiati o le catenelle strategiche. Mi piace la fantasia in sé, come oggetto, come memoria. C’è dentro una sensualità sfumata, sì, ma soprattutto c’è il tempo. Il ricordo. Quel “prima” che continua a fare capolino.

Così, alla fine, forse comprerò davvero quelle scarpe a punta animalier. Devo solo trovare il negozio giusto. E il coraggio.

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