A Malta, se Passate

Ci sono luoghi che riescono ogni volta a sorprenderti. A me succede quando vado a Malta: quattro volte in sei anni e ogni volta la stessa sensazione: cammini nel centro pieno di gente, di storia e di bellezza di La Valletta, tra palazzi color miele, turisti distratti, tavolini al sole (quasi tutto l’anno), e all’improvviso qualcosa stona. Davanti ai tribunali, ai piedi del monumento del Grande Assedio, c’è un angolo che non vuole essere neutro, turistico: fiori, candele, fotografie, biglietti scritti a mano… È il memoriale spontaneo per Daphne Caruana Galizia.

Non è un monumento ufficiale, non è stato realizzato, non è ufficializzato ufficialmente. Finché durerà il ricordo sarà lì, perché continueranno a rifarlo. Ed è forse questo che colpisce di più: in un paese che appare tranquillo, prospero, quasi rassicurante, quel piccolo accumulo di oggetti fragili racconta una storia di violenza brutale e di potere senza scrupoli.

Daphne Caruana Galizia era una giornalista investigativa. Scriveva di corruzione, di affari sporchi, di intrecci tra politica, denaro e criminalità. Lo faceva da sola, con ostinazione, in un arcipelago dove le distanze sono brevi e le relazioni strette. In un contesto così, dire la verità può essere più pericoloso che altrove. Ma lo abbiamo capito tardi. Il 16 ottobre 2017 è stata uccisa con una bomba telecomandata e messa sotto il sedile di guida. Un omicidio che ha il linguaggio delle mafie, del terrorismo…

Ed è proprio questo lo shock. Malta è mare limpido, turismo, inglese parlato ovunque, resort, stabilità. Guardandola da fuori sembra un luogo “risolto”, una periferia felice dell’Europa. Poi, di colpo, irrompe la violenza. Non una violenza casuale, ma mirata, esemplare. Un messaggio: chi disturba il potere paga.

Le indagini hanno portato all’arresto degli esecutori materiali e, negli anni successivi, all’incriminazione del mandante, un imprenditore legato a grandi appalti pubblici. Ma il passaggio più importante è arrivato con l’inchiesta pubblica indipendente conclusa nel 2021: lo Stato maltese è stato ritenuto responsabile per non aver protetto Daphne Caruana Galizia, pur sapendo che era sotto minaccia. Una “cultura dell’impunità”, così è stata definita, aveva creato il terreno su cui quell’omicidio è potuto avvenire. Ok, ma come potevano immaginarlo? Noi italiani prima di piazza Fontana lo immaginavamo il terrorismo? Prima di Capaci? Non so…

Per la società maltese è stato dunque uno spartiacque. Il memoriale davanti ai tribunali è diventato un luogo di protesta, di veglia, di memoria attiva. Come ce ne sono tanti in Italia. Non a caso è stato più volte rimosso e più volte ricostruito: un braccio di ferro silenzioso tra istituzioni e cittadini. Le manifestazioni, la pressione dell’opinione pubblica, l’attenzione internazionale hanno portato alle dimissioni del primo ministro Joseph Muscat nel 2020. Un evento che, fino a pochi anni prima, sembrava impensabile.

Fuori da Malta, la storia ha avuto un’eco enorme. Organismi europei, ONG, giornali di tutto il mondo hanno seguito il caso, trasformando Daphne Caruana Galizia in un simbolo. Non solo di una battaglia nazionale, ma di una questione europea: la libertà di stampa non è garantita nemmeno nei paesi che amiamo raccontare come “modelli”.

E così, ogni volta che passo davanti a quel memoriale, la sorpresa ritorna. Perché non è solo un ricordo. È una ferita che resta visibile. In mezzo a una capitale turistica, quel mucchio di candele dice che la democrazia non è mai un dato acquisito. Che la bellezza di un luogo può convivere con l’ingiustizia. E che, a volte, la memoria più potente non è quella scolpita nella pietra, ma quella che qualcuno, ogni giorno, sceglie di rimettere lì. Ed è una bella lezione.

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