Qualche giorno fa ero sul lago d’Orta, all’inaugurazione di un locale proprio di fronte all’isola di San Giulio. A Pella. Appena più in là di San Filiberto. Eravamo in tanti, si beveva, si parlava forte, si rideva senza misura. Tutto era pieno, acceso, immediato.
Eppure, a tratti, lo sguardo mi scappava via. Superava il tavolo, le luci, i volti, e andava a posarsi sull’acqua scura. Lì, quasi senza contorni, c’era l’isola.
Mi sono venuti in mente quei versi di Allen Mandelbaum: “when this companionship / of summer stars is taken / from me”. Come se quella compagnia — le voci, il vino, la leggerezza — fosse già qualcosa destinato a finire, qualcosa che si stava consumando proprio mentre accadeva.
Ho alzato gli occhi, cercando nel cielo un punto fermo, e mi è tornato un altro frammento: “Deneb… still there”. Così lontana, eppure presente, indifferente al nostro rumore.
L’isola invece no. Stava lì, muta, come nelle parole che ricordavo: “and the dark islands…”. Non partecipava a nulla, non restituiva nulla. Era solo presenza.
E allora mi è passato per la mente un pensiero semplice, quasi inevitabile: che forse, in una notte diversa, magari di tempesta, qualcuno lì davanti era entrato nell’acqua e non ne era uscito. Che tutto quello che per noi era festa, altrove e in altri tempi era stato paura, silenzio, scomparsa.
Noi eravamo un cerchio di luce, provvisorio. L’isola, invece, continuava a stare. Non come memoria — perché non ricorda — ma come qualcosa che attraversa il tempo senza trattenerlo.
E in quel momento mi è sembrato che la verità fosse tutta lì: noi passiamo come quella compagnia di stelle estive, mentre ciò che resta non racconta niente di noi, e forse proprio per questo dura.
“and Deneb is forsaken”.