Non saprei dire quante volte sono andato a mangiare all’Albergo Italia di Varallo. So con certezza quando ci sono andato la prima volta. Tanti anni fa. Poi al ristorante ci sono tornato più volte, in anni diversi, con persone diverse, in contesti sempre diversi. E ogni volta sono stato bene.
Ricordo molto bene la prima volta. Ero con Isabella. All’epoca collaboravo con Il Corriere di Novara e quella sera c’era un incontro dei Soroptimist, associazione per me allora piuttosto misteriosa, che si teneva nel Salone Liberty dell’hotel. Andai con Isabella: a lei piacevano molto queste occasioni formali, quelle in cui ci si veste bene, si sta composti, si entra in un certo tipo di eleganza. Era davvero bellissima quella sera. E io ricordo con chiarezza quanto fossi felice.
Negli anni successivi mi è capitato di tornarci più volte per lavoro. Quando collaboravo con Riccardo Fava, il “Fava Pigliatutto”, come lo chiamava Ivan Fossati ai tempi della sua collaborazione con La Stampa a Varallo e nel Vercellese, passai di lì parecchie volte. Non saprei più dire quante. So solo che l’Albergo Italia era uno di quei posti che diventano familiari senza mai diventare scontati.
Poi, con le collaborazioni con l’Unpli, mi è capitato un paio di volte di andare a mangiare all’Italia in occasione del Carnevale e in altre situazioni conviviali, insieme agli amici delle Pro Loco di Varallo, della Valsesia, del Vercellese più in generale. Tavolate allegre, chiacchiere, quel senso di comunità che certi luoghi sanno accogliere senza forzature.
E ogni tanto, semplicemente, quando vado a Varallo – una città che mi piace molto e che consiglio a tutti – mi fermo. Una passeggiata nel centro storico, una visita alla Pinacoteca di Varallo, una camminata fino al Sacro Monte di Varallo. E, quando capita, anche una sosta all’Albergo Italia. Mi sono sempre trovato bene.
Per me è sempre stato un ristorante novecentesco nel senso migliore del termine. Uno di quei ristoranti borghesi dove andavano/vanno le famiglie, per una domenica o una ricorrenza in cui non avevano/hanno voglia di cucinare, ma volevano/vanno ritrovare la stessa qualità di casa: bei tovagliati, posateria classica, piatti e vasellami senza mode passeggere. Una carta dei vini discreta, mai esibita, mai urlata. E soprattutto una cucina tradizionale, elegante nella presentazione ma senza vergogna di essere se stessa, fedele a un’idea di continuità più che di sorpresa. Un luogo che non doveva dimostrare nulla, se non la propria solidità.


Oggi i gestori storici, Dario Uffredi e Ornella Marchi, vanno in pensione dopo decenni di lavoro. So che un figlio ha seguito le loro attività; non so se sarà lui o qualcun altro a raccoglierne il testimone. Quello che so è che il mio augurio va in due direzioni: a loro, perché possano godersi finalmente il tempo e il riposo che meritano; e all’Albergo Italia, perché possa continuare a vivere, a restare aperto, a seguire quella stessa falsariga fatta di misura, eleganza e sostanza.
Perché certi luoghi non sono solo esercizi commerciali. Sono pezzi di vita condivisa.
Grazie, davvero, per tutte le belle giornate/serate che ho passato lì.