Un bretzel per caso

Ieri, durante la pausa a scuola, io e il collega Cosimo siamo scesi al solito supermercato naturale-vegano-biologico-biodinamico — quel microcosmo in cui ogni scaffale sembra voler salvare il pianeta un prodotto alla volta. L’idea era soltanto quella di ingannare la fame di tarda mattinata, niente di più. Ne siamo usciti con due bretzel tiepidi e una birra bio al limone che, contro ogni aspettativa, si è rivelata sorprendentemente buona.

Il bretzel, a dire il vero, lo conosco da anni. Non è una novità gastronomica per me. Ho memoria perfino dei suoi cugini in miniatura, i bretzel secchi da aperitivo degli anni Settanta: oggi quasi scomparsi, relegati nel limbo delle nostalgie alimentari insieme ai vol-au-vent ripieni di qualunque cosa e alla rucola che negli anni Novanta spuntava ovunque. Eppure, nonostante questa familiarità di lunga data, mi sono reso conto di non aver mai davvero approfondito la storia di questo curioso nodo di pane, così semplice eppure così iconico.

Ed è qui che il bretzel si rivela molto più intrigante di quanto sembri. La leggenda più diffusa lo fa nascere attorno al VII secolo, dalle mani di un monaco che intrecciò un impasto a forma di braccia incrociate in preghiera: pretiola, “piccolo premio”, il nome latino che avrebbe dato origine al termine moderno. Un pane povero, fatto solo di farina, acqua e sale, perfetto per la Quaresima. Nel Medioevo diventa simbolo delle corporazioni dei panettieri dell’area germanofona: già nel XII secolo campeggia sulle insegne delle botteghe. La forma intrecciata è stata letta come gesto di devozione, come simbolo della Trinità, o più semplicemente come un segno distintivo facile da riconoscere e impossibile da confondere.

Dalla Baviera all’Alsazia, dalla Svizzera ai paesi del Reno, ogni regione adotta la sua variante: chi lo vuole più gonfio, chi più croccante, chi lucido grazie al bagno in soluzione alcalina che gli dona quel colore bruno caratteristico. Un pane che diventa rito, alimento da festa, da birreria, da strada. Poi, con l’emigrazione tedesca, attraversa l’Atlantico e trova una seconda vita negli Stati Uniti, dove nasce la versione “hard”, asciutta e spezzettata, da snack industriale.

Sotto quel nodo così familiare, c’è dunque una storia sorprendentemente intricata: religione, simbologia, tecniche di panificazione e migrazioni culturali. Tutto in un unico intreccio di pasta. Una vera sorpresa dietro a questo curioso pane molto asciutto, quasi secco, con grossi grani di sale sulla superficie… ed io che credevo fosse solo una modernainvenzione da birreria per far bere di più!

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