Nove Delitti sul Lago d’Orta

Sono nove gli inediti racconti gialli ambientati sul Lago d’Orta, nove delitti raccontati che hanno partecipato a Giallo Ceresio, seconda edizione del concorso letterario a tema. Il Lago d’Orta ispira, ma non è il solo: “sono addirittura 40 i laghi coinvolti dai racconti inediti. Il più gettonato, anche grazie alla presenza di un premio speciale a lui dedicato, è il padrone di casa, il Lago Ceresio, suggestivo scenario di ben 39 racconti. Lo seguono: il Lago Maggiore con 13 racconti e, sul terzo gradino del podio, a pari merito il Lago di Garda e il Lago di Como con 10 racconti. Al quarto posto il lago d’Orta, protagonista di 9 racconti, e al quinto il Lago d’Iseo con 8. Comunque tantissimi i laghi di tutta Italia: dal Lago di Varese a quello di Carezza, dai Laghi di Avigliana al Trasimeno, dai laghi di Bolsena e Bracciano a quelli di Nemi, Monate, Levico e tanti altri. Qualche incursione anche all’estero con ambientazioni sui laghi di Stati Uniti, Francia, Cina e Romania”. Qui potete trovare maggiori info sul Concorso.

Uno dei nove racconti l’ho scritto io. Non ho vinto, ma a me piace lo stesso. Per cui, eccolo qui. Se e quando uscirà un libro con i racconti inediti lo comprerò e vi inviterò a farlo anche voi. Intanto che dire? Buona lettura!

Il cadavere nel sacco a pelo

Lago d’Orta, 5 dicembre 1944

Nella notte del 5 dicembre del 1944 fu ucciso il maggiore dei servizi segreti americani William Holohan. Niente di strano, sembrerebbe: c’era la Guerra. Fu ucciso in territorio nemico, sul Lago d’Orta, provincia di Novara, alto Piemonte. Allora territorio controllato dai nazi-fascisti. Niente di strano neppure questo: c’era la Guerra, la Guerra partigiana, la Guerra civile. Però fu ucciso da due suoi commilitoni: Aldo Icardi e Carlo Lo Dolce, due italoamericani. Agenti segreti come lui. E con la complicità di alcuni partigiani. E il perché, nonostante un processo celebrato nel dopoguerra, non sembra essere chiaro neppure ora. E sul Lago le voci si rincorrono fin d’allora…

La Storia viene raccontata ancora, con tante, incredibili varianti: un corpo senza testa, un corpo senza identità, un corpo irriconoscibile, con sassi nelle tasche, crivellato di proiettili…Ma sempre un corpo che affiora dal Lago, il Lago d’Orta.

Sia detto subito che il Lago d’Orta scende veloce in profondità, quasi ovunque (un particolare, questo, importante); le sue acque sono scure, il verde dei boschi si riflette con una tonalità da sottobosco autunnale quasi tutto l’anno. Anche d’estate, dove non si riflette il cielo, l’acqua è verde scuro. Se non fossimo tutti innamorati di lui, del Lago, noi lacustri; se non ci piacesse a prescindere, dovremmo ammettere che sì, ogni tanto: quando è nuvolo, quando piove, quando il cielo è grigio… il Lago è inquietante, fin pauroso quando tira vento e le onde sbattono con violenza sulle rive e sulle antiche case. Ci fu un prete coraggioso, un marinaio d’acqua dolce, maestro di canottaggio, che in una notte così cadde nel Lago fra l’Isola e Pella e non ne uscì più, da vivo. Noi lacustri normali, dunque, in fondo lo sappiamo. Ci teniamo vicino alla riva, siamo prudenti. Abbiamo timore di lui. Chi di noi non ha storie da raccontare? La mia è quella di una ragazza di Gozzano, del suo pomeriggio estivo nei prati del Pascolo e di una palla a geometrie rosse (o gialle?) e di un tuffo estivo per recuperarla. Tanto bastò alla mia compagna delle medie per annegare. Morta per un pallone di plastica. Triste.

Non fu un pallone invece, ma una pallottola (più di una pallottola) ad uccidere il maggiore Holohan, dei servizi segreti statunitensi. Si era paracadutato oltre le linee per coordinare e coordinarsi con i capi della Resistenza. E non era solo.

La notte fra il 5 e il 6 dicembre 1944, il Maggiore si trovava a Villa Castelnuovo, sulla riva occidentale. Località Fontana di San Giulio, comune di San Maurizio d’Opaglio. In quella località, si racconta, si fermò San Giulio, prima di affrontare i draghi che vivevano sull’Isola in mezzo al Lago. Lì, per miracolo, si aprì una sorgente; il santo bevve, poi pose il suo mantello sull’acqua e andò e cacciò i draghi. Costruendo poi la sua centesima ed ultima chiesa, dove è ancora sepolto. A vegliarlo un grosso osso, di un drago si dice.

Ecco, vedete, draghi, acque scure,.. inquietante. Quella sera, dopo una riunione con alcuni capi partigiani, il Maggiore venne ucciso e il cadavere infilato nel suo sacco a pelo riempito di sassi, armi, rottami di ferro… non gli tolsero però l’orologio. Strano, era di valore. Il Maggiore, poi raccontarono, fu prima avvelenato, stava male, andò a coricarsi e questi gli spararono mentre stava dormendo. Messo nel sacco a pelo fu gettato nel Lago. Anni dopo, il cadavere fu ritrovato. Era riaffiorato. O forse fu recuperato da qualcuno e lasciato sulla riva. Il Lago restituì per anni, da solo od aiutato, corpi di fascisti, partigiani, cittadini qualunque: uomini, donne, ragazzi. Molti sono ancora là.

Il Lago è misterioso. Copre. Molti anni dopo, fine secondo millennio, una coppia di anziani amici con un’auto elettrica (o due tempi, non ricordo): un piccolo Sulky, prese dritta una curva e cadde in acqua e non ne uscì più. Il bel lungolago di Omegna non era ancora stato fatto e la riva scendeva con un declivio leggero. Ci cadde dentro anche una coppia di fidanzatini imboscati fuori dalla discoteca La Perla. Lei ci morì. Così come i due anziani amici che rimasero lì, per anni. Si disse che erano scappati con la vincita del lotto. Novelli Mattia Pascal. Poi un sub vide qualcosa e furono ripescati. Anni dopo.

A fine Guerra, il Lago restituì qualcosa: armi, uomini, cadaveri. In quegli anni le domande erano molte ma le risposte solo due: uccisi perché fascisti o uccisi dai fascisti. Nel primo caso senza ricordi, nel secondo spesso una lapide: “Vittime della ferocia nazi-fascista” come si legge infatti un po’ ovunque sul Lago. Ma i dubbi fecero e fanno da allora capolino. E alcune lapidi e monumenti sembrano più scuse, più maschere che espressione di un causa vera, di uno sdegno vero e condiviso. Mi dice spesso Renzo, che vive sul Lago da sempre: “allora c’erano tante armi e le discussioni si facevano con le armi”. Vero.

Il maggiore Holohan non ha però una targa che lo ricordi, un monumento. Anche perché qualcuno dubita pure che sia morto: che sia morto lì, in quella data. “I miei vecchi raccontavano di spari in quella notte, ma allora sparavano in molti”; dissero che i partigiani avevano respinto un attacco fascista. Dissero che erano poi scappati ma che il Maggiore era rimasto là, ucciso. Il cadavere del Maggiore fu sepolto velocemente in acqua, ma non davanti alla villa Castelnuovo dove era stato ucciso: “perchè lì l’acqua scende lentamente, c’è sabbia… se vai a vedere è uno dei pochi posti sul Lago con la sabbia”. Vero, lì e sulla curva sotto la medievale Torre di Buccione (la “sentinella del Lago”) la sabbia c’è, ma quest’ultima è stata messa. D’estate sembra una piccola Rimini. Ma torniamo al 1944 e all’uccisione di Holohan: il cadavere fu così trasportato trecento metri più in là, in barca, e gettato davanti ad un’altra villa. Si adagiò a trentacinque metri di profondità.

Però era strano: un attacco fascista, respinto; una pausa, in attesa di un contrattacco coi rinforzi (era lì vicino, a Gozzano, il presidio fascista, due passi); tempo di infilare il cadavere nel sacco a pelo riempito di sassi, ferri ed armi, caricarlo in barca, remare al buio per trecento metri lungo la riva, gettarlo senza cadere dentro, tornare e scappare. Tempo prezioso… strano.

Sei anni dopo, le voci non erano mai state tacitate, il suo cadavere venne recuperato e grazie all’orologio fu riconosciuto dai parenti. Niente dna, non c’era. Solo la foto di ciò che rimaneva dei vestiti e del suo orologio. Era lui? Dissero di sì, guardando le foto arrivate in America. Si fecero poi delle indagini e dopo tre anni fu istituito un processo, a Novara. Si ricostruì il tutto: un litigio fra agenti segreti americani, divisi fra loro. “Una questione di oro, di dollari oro, di armi”, si racconta ancora sul Lago, di lanci notturni fatti dagli Alleati. “Si facevano tanti lanci in montagna, sopra il Lago: Arola, Boleto, Madonna del Sasso…”. I soldi e l’oro servivano per pagare, corrompere e le armi per combattere. E il litigio? Sembra che Holohan fosse favorevole a spostare i lanci da quella zona e che non volesse assolutamente distribuire il denaro ai partigiani comunisti; mentre i suoi colleghi no, erano favorevoli. Sul Lago i partigiani erano divisi in piccoli gruppi, quasi mai politicizzati. Appena al di là delle montagne, in Valsesia, operavano invece i partigiani comunisti, i garibaldini del capitano “Cino” Moscatelli. Anche loro avrebbero potuto approfittare dei lanci,del denaro. Lo fecero? Lo avevano già fatto? Comunisti italiani e americani allora erano amici: avevano un comune nemico. La Guerra Fredda era ancora da venire, però molti già la intuivano. Il Maggiore forse l’aveva già intuita. Era un convinto antibolscevico. Come si disse poi nel processo. I due comilitoni avevano cercato invano di convincerlo a sovrassedere e a non spostare il luogo dei lanci e a dividere i 100mila dollari oro che aveva con sé anche con i partigiani comunisti. Non avendolo convinto, decisero di ucciderlo. Plausibile? Forse… Fatto sta che, con la complicità e il silenzio di alcuni partigiani locali (non comunisti, si badi), lo uccisero per questo. Può bastare come giustificazione? Può essere. Magari era un ordine, magari una lotta tutta interna ai servizi segreti. Nulla si sa. I due colpevoli, infatti, non parteciparono al dibattimento, si limitarono a produrre una memoria contraddittoria: uno disse che era andata così, senza spiegare altro; il secondo, Icardi, invece, disse di essere innocente, mettendo in dubbio la veridicità delle confessioni e dicendo che il corpo ripescato non era quello del Maggiore… Non fu creduto. Comunque, come disse Joseph Holohan, fratello del Maggiore, ho “grande simpatia verso i tre italiani coinvolti senza motivo in un brutale assassinio che spero che la corte valuterà, poiché i veri colpevoli non verranno mai puniti per i loro crimini”. Infatti la Corte Distrettuale Americana respinse le domande di estradizione e i due non furono mai imprigionati in Italia. Per gli Americani era roba di Guerra. Però, negli anni Cinquanta (il processo si tenne fra il 1953 e il 1954) si era in pieno maccarismo: chi avrebbe preso le difese di due agenti segreti accusati esplicitamente di simpatie comuniste? Nessuno, credo. Eppure gli americani fecero poi un loro processo in cui i due furono scagionati: ergastolo in Italia, innocenti negli USA. Comunque non fecero un giorno. Invece i partigiani presunti complici furono assolti. Giustizia fatta? Non del tutto per l’opinione pubblica lacustre. Rimangono infatti incomprensibili sia le modalità sia le motivazioni di un tale assassinio, reso ancora più oscuro dalle contraddizioni. Infatti è strano un tale accanimento da parte delle due spie componenti la missione Crysler: Holohan fu prima avvelenato con cianuro di potassio nella minestra, stette male ed andò a coricarsi; mentre dormiva fu preso a pistolettate e poi gettato nel Lago… un po’ troppo per così poco. Il veleno sarebbe stato fornito da un imprenditore di Pettenasco (sponda orientale, oggi zona turistica) che sarebbe poi emigrato nel States nel 1951. Curioso: proprio appena dopo il ritrovamento de corpo. Emigrato proprio negli USA, dove, a rigor di logica, sarebbe potuto essere indagato, perseguito come complice dell’omicidio di uno statunitense. Boh!? E poi: se il Lago non avesse restituito il cadavere, dopo sei anni, non si sarebbe mai fatta luce sulla vicenda? Nessuno, né autorità italiane né americane avevano infatti dato inizio a delle indagini prima, nonostate le voci. Perché tutto questo disinteresse? Il processo si chiuse nel 1954, ma le domande rimasero.

E se il contrasto fosse stata una questione di soldi? In fondo, sparirono i 100mila dollari oro del Maggiore (mai trovati) e poi c’era la gestione dei lanci. Ecco, nonostante l’esito processuale, sul Lago le voci iniziarono ad andare in quella direzione. D’altra parte, non è il solo caso su cui si discute ancora sul Lago. Mi ricorda Renzo il caso dell’ingegnere: “ricordi il nome del Motta, il capo della Subalpina, quello delle dighe in Ossola, quello della bella villa ad Orta”. Sì lo ricordo. “Quello che ha il monumento sulla salita che va a Bolzano Novarese? C’è chi dice che non furono i fascisti ad ucciderlo, ma qualcuno che ce l’aveva con lui: la bici era appoggiata ad un albero come se si fosse fermato per fare due chiacchiere con qualcuno che conosceva”. Ecco, però il Maggiore non ha neppure un monumento. Eroe di quale guerra? Forse la sua. “Su Lago sono tante le voci – mi ricorda Renzo- si dice che i lanci alleati fossero intercettati da alcuni gruppi, non partigiani… gente che sapeva arrivare prima”. Se fosse vero, chi li avvertiva? Gli americani, ovviamente. “Alcuni dicono che fosse il Maggiore ad avvertirli, altri che invece fossero gli altri a farlo”. Holohan fu ucciso dunque o per giustizia sommaria o per eliminare un testimone? Sarebbe più sensata come motivazione. Il denaro. Però, nel primo caso, perché non dirlo? Per evitare di gettare fango sulla condotta degli Alleati in guerra? Forse, ma ne uccisero molti responsabili di stupri, furti e violenze gratuite. Nessuno si preoccupava dell’immagine pubblica dell’esercito: si uccideva e basta. Dunque, potrebbe essere valida la seconda ipotesi. Renzo mi ricorda che “alla fine della Guerra, alcune famiglie povere”, di cavatori di pietra (la cava di Alzo, sotto la Madonna del Sasso), “aprirono le prime fabbrichette più in basso, dando vita ad un settore molto fiorente”. Il settore della rubinetteria, di cui San Maurizio è la “capitale” italiana. Il primo mercato fu quello italiano, della ricostruzione e del boom economico. Ma poi vennero gli americani, venne l’export verso gli USA e gli americani tornarono sul Lago, non più come combattenti ma come compratori, soci, turisti. Renzo, però, mette le mani avanti e mi ricorda “che erano altri tempi, quelle sono storie d’invidia: sono stati bravi, i signori; erano anche più liberi, si guadagnava e si lavorava senza problemi”. In effetti, erano proprio altri tempi, un po’ alla farwest; si lavorava e si guadagnava. Si produceva senza troppi accorgimenti e accadde che il Lago divenne via via sempre più inquinato: azzurro e biologicamente morto negli anni Settanta (e poi depurato ed oggi vivo, verde e vitale, grazie al liming). Ma questa è un’altra storia, magari ve la racconto poi.

Il Maggiore, torniamo a lui, dopo il processo, sul Lago i sospetti e le voci sono continuati. Holohan non sarebbe morto, ma sarebbe stata tutta una sceneggiata per dividersi i soldi. E chi sarebbe stato ucciso al suo posto? Bah, uno dei tanti sbandati di quel periodo. Opzione plausibile. Negli anni seguenti c’è chi lo avrebbe riconosciuto forse, assomigliava magari… in un gruppo di americani ospiti dell’Hotel San Rocco, il bell’albergo ricavato da un monastero sconsacrato con vista sull’Isola di San Giulio. L’isola dei draghi, ricordate? Altri lo avrebbero intercettato sulla salita de La Motta, che dà sulla piazza salotto di Orta San Giulio. Chi dice di averlo visto con altri rumorosi americani all’Hotel Croce Bianca di Omegna, ospiti dell’allora “omino dei baffi”, re della moka express (inventata ad Omegna, appunto). Improbabile. Ci piace però immaginare che il Maggiore non sia morto e che abbia fatto business con gli industriali del loco; che si sia comprato una vecchia casa signorile sulla sponda orientale, fra Armeno, Ameno e Orta… o nelle deliziose frazioni di Vacciago, di Lortallo, Corconio: ricche di verde e vista Lago… Lui e i suoi complici. Piace pensare che alla base di un benessere diffuso ci siano dei lanci intercettati furbescamente o del denaro rubato dal Maggiore. Piace, ma probabilmente non è vero. Consola chi non ce l’ha fatta (o non ci ha provato). Probabilmente il Maggiore è davvero morto quella sera. Come il processo avrebbe dimostrato. Rimane, e questo è vero, l’inconsistenza delle cause, delle motivazioni e il silenzio dei primi anni dopo la sua morte. Perché gli americani avrebbero tollerato di non sapere nulla sulla scomparsa di un loro ufficiale per anni? Forse la risposta è un’altra ancora: né quella ufficiale né quella delle voci che si rincorrono da decenni sul Lago.

Intanto a questa misteriosa vicenda si interessò Hollywood, creando ulteriore confusione. Infatti la Paramount, produsse nel 1950, tre anni prima del processo, il film “La spia del lago” (titolo originale “Captain Carey, USA”), ispirato soprattutto dal romanzo di Martha Albrand “Disonorato” (“No Surrender”) del 1942, dunque pubblicato ben prima della nostra vicenda, e dall’attualità del ritrovamento del corpo del Maggiore. Questo film avventuroso, si svolge allora sul Lago d’Orta, folcloristicamente presentato, nel dopoguerra, ma con la guerra è sullo sfondo. Fu interpretato da un attore allora celebre, Alan Ladd, con la bionda Wanda Hendrix, Francis Lederer e un giovanissimo Russ Tamblyn. Regia del veterano Mitchell Leisen. La storia assomiglia a grandi, grandissime linee alla vicenda Holohan: si parla di partigiani italiani della zona del lago d’Orta e del capitano Carey del controspionaggio che collabora con la Resistenza. Ma non muore; anzi a guerra finita, il capitano torna sul lago italiano per chiarire alcuni misteri e cercare i traditori della missione. La popolazione cusiana (Cusio è un altro nome con cui è conosciuto il Lago) non sembra esserne felice. Forse è complice. Senza dirlo, sembra adombrarsi un coinvolgimento ampio nel furto del denaro di Holahan? Non gli americani sono stati, sembra suggerire la pellicola, ma gli italiani! Magari… Magari hanno ragione loro. Curiosità, leggo che “il film resterà famoso nella storia del cinema per la canzone “Monna Lisa” di Evans e Livingstone che vinse l’Oscar come miglior tema musicale del 1950. Canzone che venne poi mitizzata e resa internazionale dalla voce inimitabile di Nat “King” Cole”. Un Lago da Oscar, verrebbe da dire. Chiudiamo la narrazione con un’altra ipotesi, sempre americana. L’ha proposta la figlia di Aldo Icardi, l’assassino non confesso di Holohan. Anzi ha sempre negato ed è stato prosciolto negli USA. Racconta che suo padre, dell’Oss, fu paracadutato con altri sul Mottarone, la montagna che sta fra il Lago d’Orta e il Lago Maggiore, in località Coiromonte. Il paese con le tre collinette reputate sacre da un santone tedesco che oggi vive là con i suoi adepti. Atterrarono là e poi si mossero sulla montagna con le bande partigiane, la missione si chiamava Chrysler. Ma questo l’ho già raccontato. Su e giù, sfuggendo ai duri rastrellamenti dei nazi-fascisti, coordinando i lanci, cercando di trovare una ratio in una guerra partigiana che sul Lago era assai frammentata. Fino a quella fatidica sera. Cosa ci racconta la figlia? Che ci fosse nel gruppo una spia fascista, di cui fa il nome; poi uccisa perché riconosciuta. Sarebbe stato costui ad uccidere il Maggiore, accusando poi i due commilitoni. Ma come avrebbe fatto, senza l’accorgersi degli altri? Perché gli ex partigiani non lo dissero durante il processo? Chi lo avrebbe aiutato a mettere Holohan nel sacco a pelo, trasportarlo e gettarlo nel Lago? E i soldi, che fine avrebbero fatto? Ai fascisti si possono attribuire molte colpe, ma questa no, Difficile.

Comunque sia, i soldi sono spariti, i lanci sono proseguiti, la verità non è palese… il Lago nasconde ancora misteri. Come la testa di Mimulfo o il “bus de l’orchera”. E forse un giorno restituirà un altro cadavere e le voci inizieranno ancora.

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Riccardo Milan

Riccardo Milan Professore, giornalista e blogger Professore della scuola alberghiera “Erminio Maggia” di Stresa; giornalista pubblicista (iscritto all'Ordine dei Giornalisti del Piemonte tessera n° 59377 del 6 - 6 - 1991), blogger con il blog Allappante.it, dall'ottobre 2017 linkato da La Voce di Novara on line; direttore della rivista "Paese Mio" edita dal Comitato Unpli del Piemonte; collaboratore di "Arcobaleno d'Italia"; ha scritto anche due libri di cucina, nonché altri di storia locale; si è occupato per anni di cultura materiale: vino, gastronomia, cucina per lo più tipica, storia di...; docente a tempo in alcuni centri di formazione professionale, anche nel carcere di Verbania; consulente per la realizzazione e gestione di carte dei vini, corsi e didattica sui vini e sui prodotti tipici. Ha collaborato ad inizio Duemila con la Fic (Federazione Italiana Cuochi), in segreteria e nella redazione della rivista "Il Cuoco". Allievo di Luca Maroni. Già membro dell'Aies, dell'Adam (diplomato Idrosommelier) e dell'Aims. Organizzatore e collaboratore di banchi di assaggio vini, Sanvino e il Lago d'Orta Wine Festival. Socio attivo di Slow Food, condotta verbanese. Socio ed ex presidente dell'Associazione Turistica Pro Loco di Omegna; membro da più mandati della Giunta Provinciale Unpli Vco e del Consiglio regionale Unpli, della Giunta del Piemonte da due mandati; e dal 2016 al 2020 nel Consiglio nazionale Unpli. Vive sul Lago d’Orta, fra Omegna e Bolzano Novarese.

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