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Chi sceglie il prezzo del vino?

Ovvio, voi direte: il prezzo lo fa il produttore in base alle sue scelte. Se il vino è frutto di ricerca, di selezione, di cura… il prezzo sarà più alto. Mah, quello direi è il prezzo di produzione. Un fattore che non determina il prezzo di mercato, se non in parte. Se un vino è, per esempio, barriquato, costerà di più. La barrique costa e perde anche un po’. Ma il cliente sarà disposto a pagare la differenza? E qui sta il busillis del marketing: convincere il cliente che è giusto pagare di più. Qualcuno ci riesce a malapena, altri bene, pochi assai bene: al punto di far pagare il loro vino molto di più del loro costo di produzione e del giusto ricarico aziendale. Sono nomi noti, famosi, territori assai richiesti, tipologie assai amate… quando mi chiedono perché costino così tanto, la risposta è sempre un parallelo con la moda. Il prezzo lo decide il consumatore con il suo borsellino.

Pensavo questo, giorni fa, quando mi hanno fatto assaggiare (grazie!) un vino assai potente e ricercato: Argille, barbera al 100%, di Monte delle Vigne, colline parmensi. Un vino molto interessante, ma insolito per la zona: selezione dei grappoli, vigneti vecchi, esposizione; potente,due anni di barrique e due anni di affinamento in bottiglia; profondo nei profumi terziari, lungo, alcolico, persistente, tannico da legno… trenta euro la bottiglia.

Li valeva tutti direte, ma per me no. Il mio pensiero andava ai tanti barbera, anche superiori, altrettanto buoni e ricercati, che avrei potuto comprare con meno. E il prezzo, come sempre, l’ha fatto il consumatore.

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Si dice rosso ma si beve rosa

Sarà un’impressione, ma si beve sempre di più rosato e sempre meno rosso. Nella mia zona, quella delle Colline Novaresi e Rive del Sesia per capirci, tutti sono orgogliosi dei propri vini rossi. Soprattutto di quelli a base nebbiolo: il ghemme docg, il gattinara docg, il boca doc, il sizzano doc e il fara doc… tutti bei rossi strutturati, ricchi di alcol e tannini, da far maturare a lungo in botte o in barrique. Insomma, dei gradi vini: di quelli che durano, si evolvono… però!

Però, se parli, guardi, ascolti… ti rendi conto che vendono molto di più le bottiglie di vino rosato, a base nebbiolo o vespolina o entrambe le uve. Là partite di centinaia di bottiglie che vanno nel mondo, qua partite di migliaia che vanno soprattutto in nord Europa.

Nel 2018, il migliore rosato del novarese

Più rosati che rossi, dunque, ma nessuno sembra accorgersene. O forse non fa piacere ricordarlo. O forse mi sbaglio… non so.

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Riflessioni su Taste Alto Piemonte a Novara edizione 2019

“In primis, complimenti all’organizzazione! Ogni anno è meglio. Quest’anno è stata cambiata la disposizione degli stand, con quelli dei prodotti alimentari (19 aziende: formaggi, riso, pasta, dolci, confettura, sottoaceti/sottolio, birra, ecc) al piano terreno. L’anno scorso invece erano al piano sotto, sembravano un po’ messi in castigo. Lì, quest’anno hanno tenuto i seminari di approfondimento: collocazione perfetta (tranquilli, lontano dalla mischia, dal rumore, ecc.) – perfetto!

Il vino si trovava al primo piano, con i 50 produttori/stand ben distribuiti, in ordine alfabetico, quindi facili da trovare specifiche cantine. Tavole un po’ piccoli, però, così che, quando c’era tanta gente, diventava difficile parlare insieme o neanche avvicinarsi (perciò non sono riuscita a “scoprire” alcuni produttori che mi interessavano, soprattutto i nuovi).

Quello che mi ha colpito di più questa volta è stato trovare molte cantine nuove e tanti produttori giovani, soprattutto, sia di seconda generazione sia protagonisti di una loro iniziativa imprenditoriale.

Vini buoni -tutti-  fatti con cura e senza difetti (direi solo nel prezzo… alcuni mi sembravano un po’ cari per la zona e la mancanza di “nome” o di reputazione consolidata). Tanti appena imbottigliati ma grande promesse….

Bianchi molto profumati e belli freschi; ma quelli che mi hanno lasciati “bocca aperta” ma soprattutto a “naso felice” sono stati i rosati! Veramente straprofumati, freschi, puliti, direi anche eleganti – una goduria!

Pietra Forata – per me un grande – tutti top ma il rosato in modo particolare – pieno di profumi, pulito, persistente – e il Vespolina, imbottigliato da un giorno, preso dalla vasca!

Bramaterra e Lessona veramente interessanti – ho assaggiato La Prevostura, rosato stellare (imbottigliato la settimana scorsa), fruttato, bella acidità e tannini fini, molto persistente; ma tutti molto eleganti e profumati. Un nuovo produttore – Noah– molto bravi anche loro vini erano molto eleganti, profumati, bella mineralità, tannini presenti ma fini, armoniosi… poi Pietro Cassina, che fa anche una Erbaluce Metodo Classico 3 anni sulle fecce – buono! Tenuta Sella, con diversi vini sempre fatti bene, e Colombera e Garella – pochi vini ma buoni, eleganti, fini profumati. Zambolin Bramaterra 2013: bello, rugginoso, ma ben amalgamato con la frutta matura.

Tenuta Guardasole –Boca (certificato bio)– “figlio adottivo” di Cristoph Kuenzli – vini fatti molto bene: puliti, elegante ed equilibrati.

Del Signore: Extra Brut, metodo classico 2016, 100% Nebbiolo, che è sempre vincente e adesso esce con un Pas Dosé molto interessante, colore buccia di cipolla carica, 48 mesi sui lieviti, in commercio 1 anno dalla sboccatura; La Crotta, Nebbiolo che fa un anno in barrique usata (da Gaja), interessante, bel naso, e tannini morbidi come il Gattinara 2015 (botte grande).

Poi i conosciuti: Giada Codecasa Ca’Nova , Antoniotti, Brigatti (erbaluce), Poderi Garona, Castaldi Francesca – rosato ed erbaluce…Paride Chiovini – vespolina

Nervi invece mi ha deluso…

Ho assaggiato pochi vini però – e purtroppo non ho fatto in tempo a risentire diversi “amici” o provare un paio di nuovi La Tur, o Patrone Edoardo – nuovo dall’Ossola, o Montalbano di Boca, che l’AIS mi ha segnalato”.

Ringrazio l’amica Lauren, l’amica americana, per la cronaca fatta di Taste Alto Piemonte 2019. Miei sono i neretti e le virgolette.

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Sfumature di Barbera

Davvero interessante lezione quella di ieri sera al corso che sto tenendo a Verbania: una lezione sui vini rossi con degustazione di cinque barbare,di cui quattro della stessa azienda. Carino assaggiare insieme e dare ognuno il proprio giudizio.

Cosa abbiamo assaggiato? Della ditta Sulin di Grazzano Badoglio: Barbera del Monferrato Frizzante del 2017: spumeggiante espressione, bella schiuma, semplice nei sui profumi e una freschezza da aperitivo, merenda, amici… Poi una Barbera Monferrato 2016 solo acciaio: profumata, fresca, irruente… barbera nella sua espressione classica. Da cibo, da abbinamento saporito… buona!; e poi una Barbera Monferrato 2015 in magnum, più profonda ed austera, meno irruente al palato, più austera. Da serata a tavola, già impegnativo. Da dosare; poi una Barbera Monferrato Superiore Ornella passata nel legno (500 litri) per 16 mesi. Un vino che ti aspetti: profumi del legno, poi un po’ di frutta (ma poca). Al palato morbido e lungo. Da dopo cena, da sorseggiare.

Poi della ditta Punset di Neive, Langhe, abbiamo assaggiato il Barbera d’Alba biologico e biodinamico del 2017. Un vino austero,dai profumi profondi e dal gusto morbido. Austero nel complesso. Più maturo all’apparenza rispetto all’annata dichiarata e senza l’irruenza classica della barbera.

Barbera di Punset (dal sito aziendale)

Cosa è piaciuto di più? La platea di miei allievi, appassionati consumatori di vino, di varie fasce di età e di varia estrazione sociale (ma in generale nessun super ricco) ha scelto in gran parte il vino passato nel legno. Sorpresa! Poi una pattuglia di donne ha optato per il vino biodinamico. Pochi la barbera del 2015, quella in magnum. Esclusi dai giochi i due vini che mi sono piaciuti di più: la barbera frizzante del 2017 e la barbera del 2016, quella classica.

Come dire che la complessità piace di primo acchito e la semplicità si recupera con l’esperienza. Ma è solo una considerazione casuale che non tiene conto di altri fattori: la mancanza di cibo in abbinamento, l’orario, il clima… Però curioso!

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Rossella ha assaggiato Venissa

Venissa è un vino unico, un progetto, una dedica… https://www.venissa.it/vino/ Lo ha assaggiato Rossella che ce lo spiega. Ma prima un po’ di note tecniche…

Sensory analysis -Venissa 2014: the wine is golden in colour and instantly spicy on the nose with iodine notes and nuances of fleshy yellow fruit. On the palate it is well-structured, full and velvety with dominant almond notes and traces of yellow peaches and honey. Th finale nale is dry, savoury, full and persistent. Venissa is a great collector’s white wine with a long life expectancy. Production area: Venice, island of Mazzorbo – Burano. Surface area: 1 Ha. Grape variety: Dorona. Exposition of the vineyard: east to west, flat and level. Height of the vineyard: variable from 1m to -0,10 m a.s.l. Soil type: silty-sandy, rich in organic material and clay. Canopy management system: Guyot. Plant density per Ha: 4000. Yield per plant: 1,10 Kg. Grape harvesting period: second ten days of September. Fermentation: in glass. Fermentation temperature: 16°/17° C. Maceration period duration: 28 days. Intervention during maceration: punching dow. Ageing: at least 12 months in glass. Dry extract: 28 grams per litre. Alcohol content: 12,9 %Vol. Number of bottles produced 2228 half-litre bottles, 188 magnum, 88 jeroboam and 36 imperial. In Giovanni Moretti’s creation the label has been replaced by a precious sheet of gold fashioned by the modern day descendent of the ancient Battilo- ro family. e leaf was applied by hand and the bottle was then re- fired in the ovens on the island of Murano.

Venissa

Venissa Bianco 2014 è caratterizzato da un colore giallo paglierino brillante. Al naso si apre con un bouquet molto intenso e complesso, con sentori di pera, albicocca, susina, mandorla e spezie, arricchiti da evidenti note iodate e agrumi. Al palato risulta pieno e caldo, di una piacevole mineralità e morbidezza, che invitano alla beva.

Venissa l’ho abbinato a un insalata di mare fresca, come primo piatto a una fregola sarda con vongole e cozze. Fantastico!

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L’Italia Terza: non male. Ma vogliamo parlare del resto?

L’Italia è arrivata terza al Campionato Mondiale dei Sauvignon Blanc, concorso che si è tenuto ad Udine settimane fa e i cui risultati sono stati presentati al ProWein di Dusseldorf (Germania) nei giorni scorsi.

Oltre mille i vini presentati, diciotto i Paesi partecipanti, fra cui spicca -per singolarità culturale- la Turchia. Per il resto tutto noto: Francia, Austria, Italia, Nuova Zelanda, Sud Africa, Spagna, Cile, Bulgaria, Germania, Stati Uniti, Slovenia, Slovacchia, Romania, Svizzera, Repubblica Ceca, Grecia e Argentina.

L’Italia è arrivata terza, superata da Francia con 157 medaglia vinte (i 24% in più rispetto l’edizione scorsa). E superata anche dall’Austria, con 45 medaglie. Tante per un Paese che è un fazzoletto vitivinicolo. Chi se lo aspetterebbe, se non fosse informato?

Sulle 302 medaglie (122 oro e 180 argento) assegnate, l’Italia ne ha prese 35, incrementando del 66% il suo palmares. Due terzi delle medaglie italiane erano targate Friuli Venezia Giulia. Anche qui, un po’ di sorpresa per i non addetti ai lavori, direi.

Abbiamo battuto anche Nuova Zelanda (21) e Sudafrica (14). Ci siamo presi anche un Trofeo con il Sauvignon 2018 Braida Santa Cecilia della Cantina Pitars di San Martino al Tagliamento (Pordenone). Chi sa che nel pordenonese si fa vino, dell’ottimo vino? Pochi credo…

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Il Verde che Sveglia

Per nulla accomodante, elegante nella sua elettricità… Profumato, fresco, deciso: davvero un vino sorprendete il Lanson Green Label che ho trovato per caso lungo la mia strada. Davvero originale ed intelligente, anche se davvero da trattare coi guanti: aperitivo ricco, pranzo estivo, brindisi guascone. Poco zucchero, molti aromi. Poi ponetevi delle domande sul biodinamico (moda o realtà?). Intanto leggete cosa si dice sul sito dell’azienda italiana che lo commercializza:

“champagne prodotto utilizzando esclusivamente uve biologiche allevate nel cuore della Valle di Marne… non solo la scelta di un’agricoltura biologica e biodinamica ma anche la decisione di utilizzare carta riciclata per l’etichetta e un vetro più leggero per la bottiglia. Il brillante color verde della croce Lanson… Tredici ettari, destinati a diventare 15 nel giro di pochi anni, dei 60 attualmente dedicati all’agricoltura biologica nella Regione della Champagne… Il frutto di questo lavoro è uno champagne che è l’espressione più autentica del Terroir, vivace ed elegante. Come tutti gli champagne Lanson anche in Lanson Green Label l’assenza di fermentazione malolattica preserva l’originale purezza e freschezza delle uve che, dopo tre anni trascorsi nelle Cantine della Maison, mostrano tutta la loro raffinatezza e aromaticità. Al naso Lanson Green Label esprime note intense di pera, pesca e ribes nero, accompagnate da profumi di agrumi e spezie e da un fondo di aromi minerali. La frutta matura si ritrova al palato e si fonde armoniosamente con la mineralità, che anticipa un finale fresco e lungo, ricco di note speziate e di frutta esotica. Il brillante color oro, arricchito da sfumature ambrate”.

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Allora Esiste!

Eppure non ci credevo. Ma sbagliavo: il Prosecco docg Millesimato esiste! Leggo e rileggo con attenzione il disciplinare di produzione del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene docg e lo trovo, articolo 7 comma 5: “è consentito riportare il termine “millesimato”, purché sia ricavato con almeno l’85% del vino dell’annata di riferimento indicata in etichetta”. Dunque non è -come immaginavo- un inutile e pleonastico aggettivo, scimmiottato dallo Champagne. Si tratta di una definizione disciplinata.

Dunque, finché non trovo qualche decreto applicativo, debbo pensare che: il Prosecco non millesimato sia fatto con percentuali anche maggiori di vini di annate precedenti. Come gli champagne, dunque. Dei SA… Quando sale detta percentuale, si può fregiare dell’appellativo “Millesimato”. Ma non lo trovo scritto da nessuna parte. Lo deduco. Potrei sbagliarmi. Come chiarezza espositiva, comunque, non c’è male. Sia detto con ironia.

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Prosecco o no, cara è!

Sullo scontrino c’è scritto “prosecco”, ma in realtà il vino non lo era: era un normale vino bianco fermo. Roba da bar, appunto: sanza infamia e sanza lode direbbe il Poeta. Lo ricordo bene, nonostante si fosse nel pieno del furore alcolico del carnevale della mia città. Ho accompagnato sì un mio compagno fra i tavolini, affinché non cadesse per terra, ma io non ero così ubriaco. E ho comunque notato che la barista mi ha chiesto 24 euro per una bottiglia di vino bianco (il suddetto) e un bel tagliere di salumi e formaggi e pizzette e patatine… roba classica da aperitivo sul Lago. Tanto o poco? La banda gliene aveva già bevute tre, più una dozzina di birre. Sono andato via, prima che arrivasse il conto finale. Comunque… comunque per una bottiglia così, in un bar bello ma non il Florian, 24 euro sono un po’ troppi: si tratta di cinque euro al bicchiere, quattro. Sarebbero bastati 15 o 18 euro massimo. Ma si sa, a Carnevale…

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Un Buon Barbera

Maria Cristina mi ha chiesto un parere sul vino prodotto da una sua amica. Ed ecco qui la bottiglia di Barbera del Monferrato doc 2016 Robella dell’Azienda Agricola Rosa – Clot di Cartosio; eccola qui che si apre e si fa gustare: buoni profumi di frutta ed in bocca morbido, pieno, equilibrato. Buono. Lo consiglierei? Sì, lo consiglierei.

Maschile o femminile? Non so, a volte dico il barbera a volte la barbera. Per la sua struttura maschio direi; per la sua freschezza ed irruenza, femmina.


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Una Domenica Italiana: terzo giorno del Christmas wine Festival

Una domenica italiana, tradizionale, anche se insolitamente calda e ventosa: Orta era piena di gente e il Christmas Wine Festival è stato in linea con il luogo e la giornata ed ha raccolto una grande attenzione di pubblico. Pieno il Wine Circus, molto gradite le bancarelle di artigianato ed alimentare ed affollati anche i Master Class a Palazzo Penotti Ubertini.

Un pubblico attento e goloso quello convenuto per ascoltare il pasticcere Aldo Piazza, di Nonio Lago d’Orta. Ha parlato della Fugascina di Nonio, biscotto goloso e tradizionale che è un po’ il dolce del Lago d’Orta, “perché lo faceva da metà dell’800 il panettier di Nonio e lo portava col pane un po’ ovunque sul Lago”. La ricetta è segreta ma si sa che ci sono burro, farina, zucchero, uova, vaniglia e scorza di limone (“poi con la polpa faccio il gelato”). Dall’inizio degli anni Novanta la pasticceria di Nonio ha incominciato a produrla e da allora è conosciuta ed imitata in tutto il Cusio; mentre quella di Mergozzo ha solo lo stesso nome ma si tratta “di un dolce diverso”. In degustazione la versione classica, ben dorata, e quella con le nocciole, una novità. Si è anche recitata la poesia dedicata alla fugascina. Qui solo i primi versi: “Fugascina m’han chiamata / sono piatta e ben squadrata…”.

Aldo Piazza

I dolci di Nonio sono stati gelosamente conservati per poterli poi abbinare al wermuth Vandalo della ditta cusiana Glep che lo ha presentato con una entrée culturale: la presentazione del libro di Elena Maffioli “Soul Wermuth”, che ha supportato Luca Garofalo, uno dei due soci Glep, parlando e spiegando cosa si intenda con quel nome: “la presenza dell’assenzio” e spiegando le diverse tipologie, i metodi di produzione… molto interessante e azzeccato l’abbinamento con il dolce di Nonio. E molto interessante anche la scelta grafica delle bottiglie.

Garofalo e Maffioli

Nel pomeriggio, infine, grande affollamento per lo show cooking di Marco Miglioli, torinese e stellato, estroverso e volitivo cuoco del Carignano. Il ristorante boutique, fra gli altri: ben 5 tavoli nel cinque stelle Grand Hotel Sitea, dove opera anche uno dei tessitori della rassegna ortese: lo chef Fabrizio Tesse. Bella performance quella di Miglioli, molto interattiva con il pubblico, con Tesse e con Guido Invernizzi che ha presentato l’abbinamento della Trota salmonata barbabietola rafano e crescione con un Pepato Vernaccia di Serrapetrona doc Fabrini, scelta da Simona Zanetta per la sua speziatura. Il piatto era espressione delle caratteristiche dello chef: un prodotto piemontese, la trota, neppure troppo usato in cucina; una tecnica moderna e professionale che prevedeva l’uso di enzimi, roner, riduzioni…; e un gusto francese per le salse: “mi sono confrontato con la cucina francese in Inghilterra, nel ristorante stellato dove ho lavorato”, un gusto fra altre cose che prevede “l’uso di salse per esaltare il piatto e non per coprirla”. In questo caso una riduzione agrodolce di barbabietola. Ottimo piatto. Applausi per lui e per gli altri protagonisti della serata e, per esteso, a tutti i protagonisti delle tre giornate ortesi: dallo chef al pubblico, agli espositori, ai comunicatori e ai tanti volontari impegnati…

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Christmas Wine Festival: Il secondo giorno è successo…

Un inizio un po’ lento e poi via via sempre più accelerato: così è stata la seconda giornata del Christmas Wine Festival, sabato 29 dicembre. All’appuntamento delle 11,30 con la cioccolata Audere (“ci vuole coraggio per fare impresa oggi”) di Borgomanero, primo dei Master Class, all’inizio c’erano poche persone, poi, momento dopo momento, la sala del Palazzo Penotti Ubertini si è riempita ed è stato interessante ascoltare la passione e l’impegno di Diego Signini, uno dei due soci della piccola e giovane azienda produttrice di cioccolata. Una produzione intelligente che segue il prodotto dalla sua origine al suo abbinamento. Alla ricerca di un “terroir” del cacao e di un dialogo intelligente col territorio dell’azienda (vedi per esempio la cipolla di Fontaneto o le nocciole di Romagnano) e con la semplicità di produzione: senza additivi, grassi vegetali, zuccheri raffinati. Si sono assaggiati dei monocultivar del Perù, della Repubblica Domenicana, del Venezuela, dell’Equador e del Madagascar: dal 70 all’96% di cacao. Molte domande e molto interesse. Anche da parte di un pubblico giovanissimo.

Diego Signini di Audere

Altrettanto interessante la presentazione del panificio artigianale Dentella di Cellio (Vc). Uno spettacolo di pani a lunga lievitazione (20 ore dall’inizio alla fine); di lievito madre (regalato ai presenti); di pani aromatizzati con cacao, verdure grigliate, zucca, semi…; pani da grani antichi e macinati a pietra; pani digeribili; pani che durano… pani veri e non frutto di lievitazioni veloci, starter, enzimi… senza demonizzare la farina doppio 0, che “è sì ricca di un nutrienti… ma non è un difetto, semmai un falso problema del pane industriale”. Il giovane Simone Dentella, prima un po’ intimidito dal pubblico, poi sempre più convinto di sé, ha parlato, impastato in pubblico, risposto alle domande, si è accalorato parlando di pane: “non capisco –ha detto- perché si spende per l’auto e non si sta attenti a cosa si mangia”. Al suo fianco, a parlare di farine e grani antiche, Simone Puricelli di Cerealia. Alla fine, un bicchiere di Torre Rosazza Friulano 2017 per accompagnare la degustazione di pani.

Simone Dentella

Un pubblico giovane ed attento ha seguito poi, nel pomeriggio, lo show cooking di Federico Gallo, stella Michelin della Locanda del Pilone di Alba. Il 31enne torinese ha parlato di sé, della sua cucina, mix familiare di Piemonte e di Toscana, ma anche di Messico, dove ha lavorato a lungo, ed ovviamente langarola. Anche perché le Langhe sono oggi un topos enogastronomico a cui è difficile scappare se si lavora lì. Al numeroso pubblico ha proposto un’Anguilla in Porchetta, omaggio alle acque dolci del Lago e alle sue radici toscane: “in Toscana –ha simpaticamente ricordato- tutti hanno una loro idea di porchetta e tutti ti dicono là è meglio… una lotta fra paese e paese, ma anche fra regione e regione: Lazio, Toscana e Umbria”. Si trattava di un piatto apparentemente semplice ma in realtà complesso, con cottura dell’anguilla, sua sgrassatura, ricomposizione, panatura con polvere di carne di maiale ed aromi scelti, cottura a bassa temperatura ed infine un passaggio a fiamma viva pe riprodurre la crosta della porchetta. Ottimo, nonostante l’ardito accostamento. In abbinamento due franciacorta docg, brut e rosato, della Lantieri de Paratico selezionati da Simona Zanetta.

Federico Gallo
Anguilla in Porchetta

Mentre il pubblico defluiva lungo le vie e le piazze affollate ed illuminate a festa, il Wine Circus traboccava di appassionati. Fra cui moltissimi giovani. Molti i vini notevoli assaggiati e discussi. In piazza Motta, intanto, suonavano i The Blue Rooster. Giornata dunque partita lenta ma finita assai vivacemente!

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Christmas Wine Festival Il Primo Giorno, cosa si è visto (ed assaggiato)

Orta San Giulio, 28 dicembre 2018

La piazza e le vie di Orta San Giulio si sono animate presto, in crescendo ora dopo ora. Bella la salita della Motta illuminata da bancarelle e dal passaggio di curiosi e turisti. Bella la piazza con albero e bancarelle e spazio spettacoli. Il Wine Circus in piazza Ragazzoni si è riempito dalla tarda mattinata e così i primi avventori hanno potuto assaggiare con calma, con dovizia di spiegazioni da parte dei produttori dei sommelier Ais.

Anche gli incontri Master Class a Palazzo Penotti Ubertini, si sono via via animati nel corso della giornata. Il primo, appena dopo i saluti del sindaco Giorgio Angeleri e dell’assessore provinciale Ivan De Grandis, ha visto Francesco Coppini, della Coppini Arte Olearia di Parma, presentare la propria azienda di famiglia, spiegare la filosofia aziendale ed infine insegnare ad assaggiare gli oli, compresi quelli con i difetti dai nomi evocativi: morchia, rancido, riscaldo, mosca… una degustazione molto partecipata, bambini compresi.

Pausa pranzo e poi si è ripreso con la dimostrazione della Berkel, azienda di fama quasi mondiale (“Europa, Asia in primis”) e dalla lunga storia: 120 anni partendo da Rotterdam per poi approdare in Italia, parte di un gruppo ampio che va dall’alimentare alla coltelleria. Sempre macchine fatte una per una, personalizzabili, spesso falsificate. I due brand ambassador, Alessandra Sganzerla e Paolo Gaiani hanno anche affettato e fatto affettare dal pubblico dell’ottimo prosciutto crudo; ben presentato grazie alla tradizionale macchina a volano.

A seguire due interventi dedicati proprio al prosciutto: il primo sul prosciutto Gran Dock, unico produttore del Crudo di Cuneo, una piccola e giovane dop, dal 2009, che vanta la filiera più corta del segmento, essendo prodotta da un consorzio di allevatori cuneesi: 15 mila pezzi l’anno, raro dunque, e almeno 24 mesi di stagionatura. Un delicatamente saporito prosciutto frutto di microclima unico, sale non secco, artigianalità. Presentazione di Domenico Cavallo; poi è stata la volta del prosciutto cotto d’alta gamma Branchi, provincia di Parma, la cui presentazione degustazione ha scalzato molti luoghi comuni sulla qualità, sulla produzione e sul colore… e sul prezzo: “Il prosciutto cotto –ha ricordato Franco Branchiè come il panettone: non si capisce perché ma ci sono prosciutti da 9,90 al chilo a quelli a 29,90”. La differenza, e l’hanno spiegata, anche qui sta nella qualità: per il prosciutto, delle carni, nella scelta di aromi naturali, nella mancanza di enzimi e meno acqua e sale.

Infine, in orario, lo show cooking di Pasquale Laera, che non ha deluso il folto pubblico presente, fra cui molti giovani, ragazze e ragazzi, affascinati da un mestiere in auge, quasi da rockstar. Bel piatto, belle spiegazioni, buna empatia ed infine una piacevole degustazione di una Lasagna aperta langarola abbinata ai vini, altrettanto langaroli, di Marco Capra, presentati dalla selezionatrice Simona Zanetta: in questo caso il loro Metodo Classico. Ma altri vini aziendali erano disponibili all’assaggio nel Wine Circus che ha fatto notte con i tanti appassionati.

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