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Un Buon Barbera

Maria Cristina mi ha chiesto un parere sul vino prodotto da una sua amica. Ed ecco qui la bottiglia di Barbera del Monferrato doc 2016 Robella dell’Azienda Agricola Rosa – Clot di Cartosio; eccola qui che si apre e si fa gustare: buoni profumi di frutta ed in bocca morbido, pieno, equilibrato. Buono. Lo consiglierei? Sì, lo consiglierei.

Maschile o femminile? Non so, a volte dico il barbera a volte la barbera. Per la sua struttura maschio direi; per la sua freschezza ed irruenza, femmina.


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Una Domenica Italiana: terzo giorno del Christmas wine Festival

Una domenica italiana, tradizionale, anche se insolitamente calda e ventosa: Orta era piena di gente e il Christmas Wine Festival è stato in linea con il luogo e la giornata ed ha raccolto una grande attenzione di pubblico. Pieno il Wine Circus, molto gradite le bancarelle di artigianato ed alimentare ed affollati anche i Master Class a Palazzo Penotti Ubertini.

Un pubblico attento e goloso quello convenuto per ascoltare il pasticcere Aldo Piazza, di Nonio Lago d’Orta. Ha parlato della Fugascina di Nonio, biscotto goloso e tradizionale che è un po’ il dolce del Lago d’Orta, “perché lo faceva da metà dell’800 il panettier di Nonio e lo portava col pane un po’ ovunque sul Lago”. La ricetta è segreta ma si sa che ci sono burro, farina, zucchero, uova, vaniglia e scorza di limone (“poi con la polpa faccio il gelato”). Dall’inizio degli anni Novanta la pasticceria di Nonio ha incominciato a produrla e da allora è conosciuta ed imitata in tutto il Cusio; mentre quella di Mergozzo ha solo lo stesso nome ma si tratta “di un dolce diverso”. In degustazione la versione classica, ben dorata, e quella con le nocciole, una novità. Si è anche recitata la poesia dedicata alla fugascina. Qui solo i primi versi: “Fugascina m’han chiamata / sono piatta e ben squadrata…”.

Aldo Piazza

I dolci di Nonio sono stati gelosamente conservati per poterli poi abbinare al wermuth Vandalo della ditta cusiana Glep che lo ha presentato con una entrée culturale: la presentazione del libro di Elena Maffioli “Soul Wermuth”, che ha supportato Luca Garofalo, uno dei due soci Glep, parlando e spiegando cosa si intenda con quel nome: “la presenza dell’assenzio” e spiegando le diverse tipologie, i metodi di produzione… molto interessante e azzeccato l’abbinamento con il dolce di Nonio. E molto interessante anche la scelta grafica delle bottiglie.

Garofalo e Maffioli

Nel pomeriggio, infine, grande affollamento per lo show cooking di Marco Miglioli, torinese e stellato, estroverso e volitivo cuoco del Carignano. Il ristorante boutique, fra gli altri: ben 5 tavoli nel cinque stelle Grand Hotel Sitea, dove opera anche uno dei tessitori della rassegna ortese: lo chef Fabrizio Tesse. Bella performance quella di Miglioli, molto interattiva con il pubblico, con Tesse e con Guido Invernizzi che ha presentato l’abbinamento della Trota salmonata barbabietola rafano e crescione con un Pepato Vernaccia di Serrapetrona doc Fabrini, scelta da Simona Zanetta per la sua speziatura. Il piatto era espressione delle caratteristiche dello chef: un prodotto piemontese, la trota, neppure troppo usato in cucina; una tecnica moderna e professionale che prevedeva l’uso di enzimi, roner, riduzioni…; e un gusto francese per le salse: “mi sono confrontato con la cucina francese in Inghilterra, nel ristorante stellato dove ho lavorato”, un gusto fra altre cose che prevede “l’uso di salse per esaltare il piatto e non per coprirla”. In questo caso una riduzione agrodolce di barbabietola. Ottimo piatto. Applausi per lui e per gli altri protagonisti della serata e, per esteso, a tutti i protagonisti delle tre giornate ortesi: dallo chef al pubblico, agli espositori, ai comunicatori e ai tanti volontari impegnati…

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Christmas Wine Festival: Il secondo giorno è successo…

Un inizio un po’ lento e poi via via sempre più accelerato: così è stata la seconda giornata del Christmas Wine Festival, sabato 29 dicembre. All’appuntamento delle 11,30 con la cioccolata Audere (“ci vuole coraggio per fare impresa oggi”) di Borgomanero, primo dei Master Class, all’inizio c’erano poche persone, poi, momento dopo momento, la sala del Palazzo Penotti Ubertini si è riempita ed è stato interessante ascoltare la passione e l’impegno di Diego Signini, uno dei due soci della piccola e giovane azienda produttrice di cioccolata. Una produzione intelligente che segue il prodotto dalla sua origine al suo abbinamento. Alla ricerca di un “terroir” del cacao e di un dialogo intelligente col territorio dell’azienda (vedi per esempio la cipolla di Fontaneto o le nocciole di Romagnano) e con la semplicità di produzione: senza additivi, grassi vegetali, zuccheri raffinati. Si sono assaggiati dei monocultivar del Perù, della Repubblica Domenicana, del Venezuela, dell’Equador e del Madagascar: dal 70 all’96% di cacao. Molte domande e molto interesse. Anche da parte di un pubblico giovanissimo.

Diego Signini di Audere

Altrettanto interessante la presentazione del panificio artigianale Dentella di Cellio (Vc). Uno spettacolo di pani a lunga lievitazione (20 ore dall’inizio alla fine); di lievito madre (regalato ai presenti); di pani aromatizzati con cacao, verdure grigliate, zucca, semi…; pani da grani antichi e macinati a pietra; pani digeribili; pani che durano… pani veri e non frutto di lievitazioni veloci, starter, enzimi… senza demonizzare la farina doppio 0, che “è sì ricca di un nutrienti… ma non è un difetto, semmai un falso problema del pane industriale”. Il giovane Simone Dentella, prima un po’ intimidito dal pubblico, poi sempre più convinto di sé, ha parlato, impastato in pubblico, risposto alle domande, si è accalorato parlando di pane: “non capisco –ha detto- perché si spende per l’auto e non si sta attenti a cosa si mangia”. Al suo fianco, a parlare di farine e grani antiche, Simone Puricelli di Cerealia. Alla fine, un bicchiere di Torre Rosazza Friulano 2017 per accompagnare la degustazione di pani.

Simone Dentella

Un pubblico giovane ed attento ha seguito poi, nel pomeriggio, lo show cooking di Federico Gallo, stella Michelin della Locanda del Pilone di Alba. Il 31enne torinese ha parlato di sé, della sua cucina, mix familiare di Piemonte e di Toscana, ma anche di Messico, dove ha lavorato a lungo, ed ovviamente langarola. Anche perché le Langhe sono oggi un topos enogastronomico a cui è difficile scappare se si lavora lì. Al numeroso pubblico ha proposto un’Anguilla in Porchetta, omaggio alle acque dolci del Lago e alle sue radici toscane: “in Toscana –ha simpaticamente ricordato- tutti hanno una loro idea di porchetta e tutti ti dicono là è meglio… una lotta fra paese e paese, ma anche fra regione e regione: Lazio, Toscana e Umbria”. Si trattava di un piatto apparentemente semplice ma in realtà complesso, con cottura dell’anguilla, sua sgrassatura, ricomposizione, panatura con polvere di carne di maiale ed aromi scelti, cottura a bassa temperatura ed infine un passaggio a fiamma viva pe riprodurre la crosta della porchetta. Ottimo, nonostante l’ardito accostamento. In abbinamento due franciacorta docg, brut e rosato, della Lantieri de Paratico selezionati da Simona Zanetta.

Federico Gallo
Anguilla in Porchetta

Mentre il pubblico defluiva lungo le vie e le piazze affollate ed illuminate a festa, il Wine Circus traboccava di appassionati. Fra cui moltissimi giovani. Molti i vini notevoli assaggiati e discussi. In piazza Motta, intanto, suonavano i The Blue Rooster. Giornata dunque partita lenta ma finita assai vivacemente!

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Christmas Wine Festival Il Primo Giorno, cosa si è visto (ed assaggiato)

Orta San Giulio, 28 dicembre 2018

La piazza e le vie di Orta San Giulio si sono animate presto, in crescendo ora dopo ora. Bella la salita della Motta illuminata da bancarelle e dal passaggio di curiosi e turisti. Bella la piazza con albero e bancarelle e spazio spettacoli. Il Wine Circus in piazza Ragazzoni si è riempito dalla tarda mattinata e così i primi avventori hanno potuto assaggiare con calma, con dovizia di spiegazioni da parte dei produttori dei sommelier Ais.

Anche gli incontri Master Class a Palazzo Penotti Ubertini, si sono via via animati nel corso della giornata. Il primo, appena dopo i saluti del sindaco Giorgio Angeleri e dell’assessore provinciale Ivan De Grandis, ha visto Francesco Coppini, della Coppini Arte Olearia di Parma, presentare la propria azienda di famiglia, spiegare la filosofia aziendale ed infine insegnare ad assaggiare gli oli, compresi quelli con i difetti dai nomi evocativi: morchia, rancido, riscaldo, mosca… una degustazione molto partecipata, bambini compresi.

Pausa pranzo e poi si è ripreso con la dimostrazione della Berkel, azienda di fama quasi mondiale (“Europa, Asia in primis”) e dalla lunga storia: 120 anni partendo da Rotterdam per poi approdare in Italia, parte di un gruppo ampio che va dall’alimentare alla coltelleria. Sempre macchine fatte una per una, personalizzabili, spesso falsificate. I due brand ambassador, Alessandra Sganzerla e Paolo Gaiani hanno anche affettato e fatto affettare dal pubblico dell’ottimo prosciutto crudo; ben presentato grazie alla tradizionale macchina a volano.

A seguire due interventi dedicati proprio al prosciutto: il primo sul prosciutto Gran Dock, unico produttore del Crudo di Cuneo, una piccola e giovane dop, dal 2009, che vanta la filiera più corta del segmento, essendo prodotta da un consorzio di allevatori cuneesi: 15 mila pezzi l’anno, raro dunque, e almeno 24 mesi di stagionatura. Un delicatamente saporito prosciutto frutto di microclima unico, sale non secco, artigianalità. Presentazione di Domenico Cavallo; poi è stata la volta del prosciutto cotto d’alta gamma Branchi, provincia di Parma, la cui presentazione degustazione ha scalzato molti luoghi comuni sulla qualità, sulla produzione e sul colore… e sul prezzo: “Il prosciutto cotto –ha ricordato Franco Branchiè come il panettone: non si capisce perché ma ci sono prosciutti da 9,90 al chilo a quelli a 29,90”. La differenza, e l’hanno spiegata, anche qui sta nella qualità: per il prosciutto, delle carni, nella scelta di aromi naturali, nella mancanza di enzimi e meno acqua e sale.

Infine, in orario, lo show cooking di Pasquale Laera, che non ha deluso il folto pubblico presente, fra cui molti giovani, ragazze e ragazzi, affascinati da un mestiere in auge, quasi da rockstar. Bel piatto, belle spiegazioni, buna empatia ed infine una piacevole degustazione di una Lasagna aperta langarola abbinata ai vini, altrettanto langaroli, di Marco Capra, presentati dalla selezionatrice Simona Zanetta: in questo caso il loro Metodo Classico. Ma altri vini aziendali erano disponibili all’assaggio nel Wine Circus che ha fatto notte con i tanti appassionati.

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La provincia paziente (ed educata)

Pensavo che solo in provincia puoi avere un pubblico generico che silenzioso, la sera, segue decine di minuti di spiegazioni storiche, senza fiatare. Se mi guardavo intorno vedevo però molte facce distratte, qualche testa a ciondoloni, chiacchiere sommesse… In ogni caso, decine di persone hanno ascoltato prima le dotte spiegazioni storiche del padrone di casa Alberto Arlunno (che si è limitato a ricordare i legami fra la viticoltura di Ghemme e il Lago d’Orta, nella fattispecie con i canonici dell’Isola), le brevi note tecniche del pittore Nicola Bernardino, autore dell’etichetta 2018, e la lunga prolusione sulla storia del Lago, dei canonici, della Chiesa novarese (ma dove è iniziata? Dove è finita?) di Fiorella Mattioli Carcano, storica. La sua lunga e dettagliata relazione la hanno seguita in pochi: non aveva nuclei tematici, si presentava piana e monocorde, piena di fatti e date… Bella, curata, dotta… ma poco adatta al contesto.

Si trattava infatti della presentazione della bottiglia di Natale della Cantina Cantalupo di Ghemme, il Ghemme di Natale. La gente era arrivata alla Cantina giovedì scorso per festeggiare un produttore assai quotato e bravo, per festeggiare la bella idea che si rinnova ogni anno e, ovviamente, per assaggiare i vini dell’Azienda. Infatti abbiamo assaggiato il rosato spumantizzato, il rosato fermo, due rossi fermi e il ghemme docg di Natale… tutti fra il discreto, il buono e l’ottimo; anche se il rosé Mimo me lo ricordavo più profumato.

In ogni caso: bella l’iniziativa, carino il rito propiziatorio dell’alloro bruciato sul falò, buoni i vini… ma venti minuti di un tappeto d’informazioni storiche locali l’ho trovato inutile, per quanto esatto e dettagliato. Ma fuori luogo. Buon Natale, comunque e sempre!

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Tutto a partire da Londra

Vinopolis Londra

Volevo andare a fare un fine settimana a Londra. E volevo andarci anche per assaggiare vini, vini dal mondo. Anni fa avevo infatti letto di Vinopolis, museo interattivo dedicato al vino. Ed era una delle mete, una delle scuse per un fine settimana a Londra: città cosmopolita e vini dal mondo. Però… però ho cercato in rete ed ho scoperto che il Museo è “chiuso!”. Orrore! E che alternative ho allora?

A Londra non so, ma un po’ ovunque nel mondo avrei solo da scegliere. Però, magari, resto in Italia. In Toscana c’è il nuovissimo Museum a Castagneto Carducci: il Museo Sensoriale Multimediale del Vino di Bolgheri e della Costa Toscana. In una fattoria del Cinquecento. Oppure in Piemonte c’è il WiMu di Barolo che invece ha qualche anno e piace ancora assai: è nello storico Castello Falletti, dove è nato il barolo. Non un museo tradizionale, ma anche questo visivo, interattivo, coinvolgente… Più tradizionale è il Museo del Vino di Torgiano MUVIT. Situato nel seicentesco palazzo Graziani Baglioni. Altrettanto classico il Museo Agricolo e del Vino di Capriolo (Brescia) ricavato nei rustici dell’Azienda Agricola Ricci Curbastro con migliaia di oggetti testimoni del lavoro agricolo d’altri tempi. Poi il Museo Provinciale del Vino, Caldaro, Alto Adige, che si trova nel Castel Ringberg che è il più antico museo italiano dedicato alla viticoltura. Inoltre c’è anche il Museo del Vino – Riserva Naturale Abbadia di Fiastra, Tolentino, Marche. Espone strumenti ed oggetti usati nel passato per la lavorazione delle uve. Le cantine furono edificate nel corso del XVII secolo per conto dei Gesuiti, ai quali era stata affidata l’Abbazia nel 1581. E per finire questa non esaustiva carrellata, cito il Museo del Brunello di Montalcino: fotografie, documenti, oggetti, video… Ovviamente, Parliamo di Toscana.

E all’estero? Tanti, difficile la scelta. Certo da vedere a Bordeaux La Cité du Vin: modernissimo, design, sale, assaggi, ristorazione, mostre… grande. Poi decine di altri in ogni dove, ma forse è meglio informarsi prima. Per evitare sorprese “alla londinese”!

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Guida Vitae “La Grande Degustazione delle eccellenze”

L’ho incontrato a Milano e gli ho chiesto una sua valutazione sulla giornata AIS. Persona preparata e simpatica, Matteo ha scritto queste brevi e ben ponderate note. Lo ringrazio e con amicizia lo saluto da lungi.

 

Guida Vitae “La Grande Degustazione delle eccellenze”

Matteo Barolo (dal suo profilo FB)

 

La biodiversità in ambito vitivinicolo è stato il tema principale della nuova GUIDA VITAE AIS, un grande banco d’assaggio aperto al pubblico che si è tenuto sabato 20 nello spazio polifunzionale del The Mall a Milano.

Con circa 600 vini premiati con le 4 VITI, il massimo riconoscimento, rappresenta un volume indispensabile per ogni sommelier, sempre a portata di mano nella scelta quotidiana del vino.

E poi il TASTEVIN, un riconoscimento a 22 vini dedicato a quelle etichette che meglio sanno rappresentare la regione, il territorio di appartenenza (Trentino, Alto Adige, Emilia, Romagna sono per i sommelier zone da sempre ben distinte), ci scordiamo spesso che il nostro patrimonio ampelografico è di straordinaria ampiezza e ricchezza.

Il Piemonte fa sempre bella figura, con l’Alto Piemonte che negli ultimi tempi sì è ritagliato un giusto spazio, dopo anni da comprimario verso le Langhe.

Poi la Toscana, coi tanti Brunello di Montalcino premiati, la Franciacorta, Il Veneto con gli Amaroni della Valpolicella ecc… Insomma una grande degustazione col meglio dell’offerta italiana! Una precisazione da fare è che le etichette più care, circa una decina, venivano aperte solo con un certo timing e le code che si formavano per assaggiarle erano notevoli.

Personalmente mi sono concentrato su vini “minori” da vitigni autoctoni poco conosciuti, giustamente li ho trovati tutti un po’ giovani: un compito del sommelier è proprio quello di saper valutarne le potenzialità!

Unica nota negativa è stata la mancanza di un banchetto del cibo, qualcosa per rifocillarsi dopo tanti assaggi: non si può sempre “sprecare” il vino nella sputacchiera.

 

Matteo Barolo

Guida Vitae 2019

 

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L’Alto Piemonte e l’Ais

I sommelier dell’Alto Piemonte nel 2017

Anche quest’anno è uscita la Guida Vitae dell’Ais. E anche quest’anno sono andato a curiosare fra i vii proposti. Anche quest’anno l’Alto Piemonte si è ritagliato un po’ di notorietà. Molto meno del Basso Piemonte che è protagonista anche rispetto alle altre regioni italiane. Basti pensare che con le Quattro Viti, punteggio massimo, sono stati premiati ben 61 barolo; mentre, giusto per un raffronto fra pari, poco più della metà di brunello (31). E l’Alto Piemonte? C’è. Una pattuglia ma c’è.

Con le Quattro Viti sono stati premiati:  un Bramaterra, 2014 di Antoniotti; un Caluso Passito, Sulè 2010 di Orsolani; un Carema Riserva Etichetta Bianca 2014 di Ferrando; e poi, udite udite, un Motziflon 2015 Colline Novaresi Nebbiolo di Francesco Brigatti; e altre belle certezze: il Gattinara Molsino 2014 di Nervi e il Gattinara Osso San Grato 2014 di Antoniolo e il Gattinara Tre Vigne 2013 di Travaglini; un solo Ghemme, il Collis Breclemae 2011 degli Antichi Vigneti Cantalupo; e infine due Lessona: uno Sperino 2013 e un San Sebastiano allo Zoppo 2010 Tenute Sella.

Giudizi? Commenti? Mah!? Mi sono sembrati, i rossi, un po’ tutti giovani. Come se fossero venduti prima di essere pronti. Comunque tutti nervosi, con personalità, un po’ persi in una degustazione senza cibo ad accompagnare. Ma così è. Lo proverò a tavola e poi rifletterò. Prosit!

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Ma dove va Simolamo?

La scrittura è veloce, curvilinea e compatta: come di chi sa scrivere ma usa la penna poco e un po’ si vergogna. Interessante. La carta intestata è ancora più interessante: Atrium – Hotel – Blume di Baden: ma è andato anche là? Ecco, il mio amico Simolamo (nome di fantasia, ma suo) è così: un giramondo. Era nelle Langhe giorni fa e stava assaggiando vini e mi ha portato una bottiglia di Barolo docg Cannubi 2014 di Borgogno. Mentre era là, mi scriveva per chiedermi cosa ne pensassi. Ed io, di converso, che gli rispondevo: “assaggia, scrivi due note e poi ne assaggeremo una bottiglia insieme”.

E così è stato: una bella bottiglia di Barolo, un po’ di eleganti depliant dei Fratelli Serio & Battista Borgogno di Barolo, località Cannubi (uno dei cru della denominazione) e precise note su questa singolare carta intestata: figlia di altri viaggi.

Ma cosa scrive? “Sulla collina di Cannubi si trova la Cantina di Borgogno che l’anno scorso ha compiuto 120 anni (auguri! ndr). Ancora familiare nella gestione, si trova al centro dei migliori vigneti di Barolo”. Non male come presentazione. E il vino? “Ho assaggiato un Langhe rosso, mix di barbera e nebbiolo; una barbera; un nebbiolo; un barolo da vigneti dislocati in altre colline, annata 2014.Terre argillose; un Barolo Cannubi 2014, prodotto in questa area dove il terreno è un mix di elementi”. Due note sulle etichette: “nel 2017 hanno cambiato le etichette riportandole al passato con il disegno della collina di Cannubi che le identifica”. E i vini? “Ottima cantina, ottimi vini!”.

Non avevo dubbi, amico viaggiatore. A breve lo assaggeremo insieme!

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Un po’ di Nord Piemonte nella Guida Slow

Nella Guida Vini Slow Food, edizione 2018 per il 2019, un po’ di Nord Piemonte c’è. Fra i Vini Slow ci sono infatti un Ghemme docg Anno Primo 2011 degli Antichi Vigneti Cantalupo. Il vino è buono, ma sentire parlare Alberto di storia ed archeologia locale è altrettanto bello. Poi c’è un Mimmo 2015 Le Piane di Boca, a base di nebbiolo, vespolina e croatina. In ricordo di un amico. Fra i Grandi Vini spicca un Carema 2015 dei Produttori Nebbiolo di Carema, bel vino e grande storia di viticoltura eroica; poi c’è un Lessona 2013 Sperino. Che non conosco. Fra i Vini Quotidiani troviamo un Erbaluce di Caluso 2017 Cieck che invece conosco ed apprezzo. Un bel quotidiano!

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Senza Solfiti o Senza Solfiti Aggiunti?

Io ho sempre saputo che si possono fare vini senza solfiti, con grandi difficoltà tecniche e risultati non sempre brillanti. Senza solfiti aggiunti, per l’esattezza, perché mi fu spiegato che se ne formano naturalmente durante la fermentazione. Ma adesso non so più. Forse mi è sfuggito qualcosa.

Leggo infatti su “Maremma Magazine” del luglio di quest’anno che una ditta del loco, l’azienda La Pieve, ha messo in commercio il vino Essentia Naturae. Un vino biologico “senza solfiti” da uve sangiovese, cabernet sauvignon e petit verdot. L’affermazione è importante: “senza solfiti” si legge sulla contro etichetta e sul collarino da cui è elegantemente ornata la bottiglia.

Nell’articolo però si legge che “è un vino rosso senza aggiunta di solfiti… biologico… completamente made in Maremma”. Ecco, appunto, “senza aggiunta di solfiti”; ma poche righe dopo si legge “ben tollerato proprio per l’assenza di solfiti”. Confusione totale!

Il vino ha o non ha i solfiti? Credo che abbia solo i solfiti, pochissimi, spontanei e che non ne aggiungano altri. Ma la comunicazione però è ingannevole. Spero che l’etichetta che non si vede in foto dica così, “senza solfiti aggiunti”. Oppure la norma è cambiata e si può scrivere così. Io però non ho trovato traccia.

Intanto leggo con piacere che in Italia “è entrato in vigore il decreto legislativo 23 del 15 dicembre 2017 che dà il via alla disciplina UE di tutela dei consumatori” (“Food & Beverage” giugno – luglio 2018). E cosa c’entra con i solfiti, direte voi? C’entra, c’entra… “Definire, ad esempio, un prodotto come vegano o vegetariano quando non ne ha le caratteristiche costituisce una violazione delle pratiche leali d’informazioni…”. E dire che il vino è “senza solfiti” invece di dire “senza solfiti aggiunti” è informazione ingannevole?

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Vini Calmi

Ci sono vini che incuriosiscono per l’etichetta, altri per la provenienza esotica; ma ci sono vini che ti colpiscono per il loro nome. In questo caso vorrei parlare di alcuni vini (che non ho mai assaggiato ma che metto in previsione di) esaltanti una leggerezza esistenziale, un ipotetico stile di via non sempre raggiungibile. Il primo si chiama Vinya La Calma, prodotto in Spagna (anzi Catalogna Penedès) da Can Ràfolos dels Caus. Vino bianco secco, da uve chenin blanc. La Calma fa il paio con Calma, vino rosso della Rjoca, e con Far Niente, che però è un vino rosso californiano, Cabernet Sauvignon e Merlot e Petit Verdot, prodotto da, appunto, la ditta Far Niente (lo sapranno là, negli “states” cosa significa? Credo proprio di sì).

E noi, intanto, con calma e senza far nulla affinché accada, se li troveremo, li assaggeremo. Prosit!

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De Gorgonzola

Se vai a Novara e frequenti dei novaresi, ti devi aspettare discorsi sopra il riso o il gorgonzola dop: c’è un amore per le tradizioni che traspare anche dalle parole spesso nette: buono – cattivo. Di solito litigano per dire quale è il miglior gorgonzola; stavolta a casa di Massimo, lungo compleanno, c’è stato un accordo, forse figlio dell’amicizia. Uno dei migliori gorgonzola a detta loro è quello di Baruffaldi di Castellazzo, il cremoso ok ma molto meglio quello senza fermenti. E per dimostrarmelo, me lo sono andati a prendere e mi hanno portato a Castellazzo, paese di cui neppure sospettavo l’esistenza e mi hanno fatto vedere (Massimo): l’allevamento delle vacche, il castello visconteo in rovina (peccato!), l’unica ghiacciaia sopravvissuta nel novarese (anche se adibita ad altro)… e il formaggio? Quello cremoso è ottimo e noi l’abbiamo abbinato ad un metodo classico; mentre il cabernet sauvignon israeliano arrivato sulla tavola era troppo morbido, corposo e sciropposo: meglio sarebbe stato con il gorgonzola dop senza fermenti che non abbiamo trovato. La prossima volta!

Nella lunga giornata di Massimo abbiamo assaggiato molto altro, ma esula dal discorso. Approfitto ancora una volta per ringraziarlo e per ringraziare sua madre che ha cucinato, e bene, da mattina a sera. Donna di altri tempi, direi. Prosit!

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