Archivi categoria: Vini

La provincia paziente (ed educata)

Pensavo che solo in provincia puoi avere un pubblico generico che silenzioso, la sera, segue decine di minuti di spiegazioni storiche, senza fiatare. Se mi guardavo intorno vedevo però molte facce distratte, qualche testa a ciondoloni, chiacchiere sommesse… In ogni caso, decine di persone hanno ascoltato prima le dotte spiegazioni storiche del padrone di casa Alberto Arlunno (che si è limitato a ricordare i legami fra la viticoltura di Ghemme e il Lago d’Orta, nella fattispecie con i canonici dell’Isola), le brevi note tecniche del pittore Nicola Bernardino, autore dell’etichetta 2018, e la lunga prolusione sulla storia del Lago, dei canonici, della Chiesa novarese (ma dove è iniziata? Dove è finita?) di Fiorella Mattioli Carcano, storica. La sua lunga e dettagliata relazione la hanno seguita in pochi: non aveva nuclei tematici, si presentava piana e monocorde, piena di fatti e date… Bella, curata, dotta… ma poco adatta al contesto.

Si trattava infatti della presentazione della bottiglia di Natale della Cantina Cantalupo di Ghemme, il Ghemme di Natale. La gente era arrivata alla Cantina giovedì scorso per festeggiare un produttore assai quotato e bravo, per festeggiare la bella idea che si rinnova ogni anno e, ovviamente, per assaggiare i vini dell’Azienda. Infatti abbiamo assaggiato il rosato spumantizzato, il rosato fermo, due rossi fermi e il ghemme docg di Natale… tutti fra il discreto, il buono e l’ottimo; anche se il rosé Mimo me lo ricordavo più profumato.

In ogni caso: bella l’iniziativa, carino il rito propiziatorio dell’alloro bruciato sul falò, buoni i vini… ma venti minuti di un tappeto d’informazioni storiche locali l’ho trovato inutile, per quanto esatto e dettagliato. Ma fuori luogo. Buon Natale, comunque e sempre!

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Tutto a partire da Londra

Vinopolis Londra

Volevo andare a fare un fine settimana a Londra. E volevo andarci anche per assaggiare vini, vini dal mondo. Anni fa avevo infatti letto di Vinopolis, museo interattivo dedicato al vino. Ed era una delle mete, una delle scuse per un fine settimana a Londra: città cosmopolita e vini dal mondo. Però… però ho cercato in rete ed ho scoperto che il Museo è “chiuso!”. Orrore! E che alternative ho allora?

A Londra non so, ma un po’ ovunque nel mondo avrei solo da scegliere. Però, magari, resto in Italia. In Toscana c’è il nuovissimo Museum a Castagneto Carducci: il Museo Sensoriale Multimediale del Vino di Bolgheri e della Costa Toscana. In una fattoria del Cinquecento. Oppure in Piemonte c’è il WiMu di Barolo che invece ha qualche anno e piace ancora assai: è nello storico Castello Falletti, dove è nato il barolo. Non un museo tradizionale, ma anche questo visivo, interattivo, coinvolgente… Più tradizionale è il Museo del Vino di Torgiano MUVIT. Situato nel seicentesco palazzo Graziani Baglioni. Altrettanto classico il Museo Agricolo e del Vino di Capriolo (Brescia) ricavato nei rustici dell’Azienda Agricola Ricci Curbastro con migliaia di oggetti testimoni del lavoro agricolo d’altri tempi. Poi il Museo Provinciale del Vino, Caldaro, Alto Adige, che si trova nel Castel Ringberg che è il più antico museo italiano dedicato alla viticoltura. Inoltre c’è anche il Museo del Vino – Riserva Naturale Abbadia di Fiastra, Tolentino, Marche. Espone strumenti ed oggetti usati nel passato per la lavorazione delle uve. Le cantine furono edificate nel corso del XVII secolo per conto dei Gesuiti, ai quali era stata affidata l’Abbazia nel 1581. E per finire questa non esaustiva carrellata, cito il Museo del Brunello di Montalcino: fotografie, documenti, oggetti, video… Ovviamente, Parliamo di Toscana.

E all’estero? Tanti, difficile la scelta. Certo da vedere a Bordeaux La Cité du Vin: modernissimo, design, sale, assaggi, ristorazione, mostre… grande. Poi decine di altri in ogni dove, ma forse è meglio informarsi prima. Per evitare sorprese “alla londinese”!

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Guida Vitae “La Grande Degustazione delle eccellenze”

L’ho incontrato a Milano e gli ho chiesto una sua valutazione sulla giornata AIS. Persona preparata e simpatica, Matteo ha scritto queste brevi e ben ponderate note. Lo ringrazio e con amicizia lo saluto da lungi.

 

Guida Vitae “La Grande Degustazione delle eccellenze”

Matteo Barolo (dal suo profilo FB)

 

La biodiversità in ambito vitivinicolo è stato il tema principale della nuova GUIDA VITAE AIS, un grande banco d’assaggio aperto al pubblico che si è tenuto sabato 20 nello spazio polifunzionale del The Mall a Milano.

Con circa 600 vini premiati con le 4 VITI, il massimo riconoscimento, rappresenta un volume indispensabile per ogni sommelier, sempre a portata di mano nella scelta quotidiana del vino.

E poi il TASTEVIN, un riconoscimento a 22 vini dedicato a quelle etichette che meglio sanno rappresentare la regione, il territorio di appartenenza (Trentino, Alto Adige, Emilia, Romagna sono per i sommelier zone da sempre ben distinte), ci scordiamo spesso che il nostro patrimonio ampelografico è di straordinaria ampiezza e ricchezza.

Il Piemonte fa sempre bella figura, con l’Alto Piemonte che negli ultimi tempi sì è ritagliato un giusto spazio, dopo anni da comprimario verso le Langhe.

Poi la Toscana, coi tanti Brunello di Montalcino premiati, la Franciacorta, Il Veneto con gli Amaroni della Valpolicella ecc… Insomma una grande degustazione col meglio dell’offerta italiana! Una precisazione da fare è che le etichette più care, circa una decina, venivano aperte solo con un certo timing e le code che si formavano per assaggiarle erano notevoli.

Personalmente mi sono concentrato su vini “minori” da vitigni autoctoni poco conosciuti, giustamente li ho trovati tutti un po’ giovani: un compito del sommelier è proprio quello di saper valutarne le potenzialità!

Unica nota negativa è stata la mancanza di un banchetto del cibo, qualcosa per rifocillarsi dopo tanti assaggi: non si può sempre “sprecare” il vino nella sputacchiera.

 

Matteo Barolo

Guida Vitae 2019

 

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L’Alto Piemonte e l’Ais

I sommelier dell’Alto Piemonte nel 2017

Anche quest’anno è uscita la Guida Vitae dell’Ais. E anche quest’anno sono andato a curiosare fra i vii proposti. Anche quest’anno l’Alto Piemonte si è ritagliato un po’ di notorietà. Molto meno del Basso Piemonte che è protagonista anche rispetto alle altre regioni italiane. Basti pensare che con le Quattro Viti, punteggio massimo, sono stati premiati ben 61 barolo; mentre, giusto per un raffronto fra pari, poco più della metà di brunello (31). E l’Alto Piemonte? C’è. Una pattuglia ma c’è.

Con le Quattro Viti sono stati premiati:  un Bramaterra, 2014 di Antoniotti; un Caluso Passito, Sulè 2010 di Orsolani; un Carema Riserva Etichetta Bianca 2014 di Ferrando; e poi, udite udite, un Motziflon 2015 Colline Novaresi Nebbiolo di Francesco Brigatti; e altre belle certezze: il Gattinara Molsino 2014 di Nervi e il Gattinara Osso San Grato 2014 di Antoniolo e il Gattinara Tre Vigne 2013 di Travaglini; un solo Ghemme, il Collis Breclemae 2011 degli Antichi Vigneti Cantalupo; e infine due Lessona: uno Sperino 2013 e un San Sebastiano allo Zoppo 2010 Tenute Sella.

Giudizi? Commenti? Mah!? Mi sono sembrati, i rossi, un po’ tutti giovani. Come se fossero venduti prima di essere pronti. Comunque tutti nervosi, con personalità, un po’ persi in una degustazione senza cibo ad accompagnare. Ma così è. Lo proverò a tavola e poi rifletterò. Prosit!

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Ma dove va Simolamo?

La scrittura è veloce, curvilinea e compatta: come di chi sa scrivere ma usa la penna poco e un po’ si vergogna. Interessante. La carta intestata è ancora più interessante: Atrium – Hotel – Blume di Baden: ma è andato anche là? Ecco, il mio amico Simolamo (nome di fantasia, ma suo) è così: un giramondo. Era nelle Langhe giorni fa e stava assaggiando vini e mi ha portato una bottiglia di Barolo docg Cannubi 2014 di Borgogno. Mentre era là, mi scriveva per chiedermi cosa ne pensassi. Ed io, di converso, che gli rispondevo: “assaggia, scrivi due note e poi ne assaggeremo una bottiglia insieme”.

E così è stato: una bella bottiglia di Barolo, un po’ di eleganti depliant dei Fratelli Serio & Battista Borgogno di Barolo, località Cannubi (uno dei cru della denominazione) e precise note su questa singolare carta intestata: figlia di altri viaggi.

Ma cosa scrive? “Sulla collina di Cannubi si trova la Cantina di Borgogno che l’anno scorso ha compiuto 120 anni (auguri! ndr). Ancora familiare nella gestione, si trova al centro dei migliori vigneti di Barolo”. Non male come presentazione. E il vino? “Ho assaggiato un Langhe rosso, mix di barbera e nebbiolo; una barbera; un nebbiolo; un barolo da vigneti dislocati in altre colline, annata 2014.Terre argillose; un Barolo Cannubi 2014, prodotto in questa area dove il terreno è un mix di elementi”. Due note sulle etichette: “nel 2017 hanno cambiato le etichette riportandole al passato con il disegno della collina di Cannubi che le identifica”. E i vini? “Ottima cantina, ottimi vini!”.

Non avevo dubbi, amico viaggiatore. A breve lo assaggeremo insieme!

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Un po’ di Nord Piemonte nella Guida Slow

Nella Guida Vini Slow Food, edizione 2018 per il 2019, un po’ di Nord Piemonte c’è. Fra i Vini Slow ci sono infatti un Ghemme docg Anno Primo 2011 degli Antichi Vigneti Cantalupo. Il vino è buono, ma sentire parlare Alberto di storia ed archeologia locale è altrettanto bello. Poi c’è un Mimmo 2015 Le Piane di Boca, a base di nebbiolo, vespolina e croatina. In ricordo di un amico. Fra i Grandi Vini spicca un Carema 2015 dei Produttori Nebbiolo di Carema, bel vino e grande storia di viticoltura eroica; poi c’è un Lessona 2013 Sperino. Che non conosco. Fra i Vini Quotidiani troviamo un Erbaluce di Caluso 2017 Cieck che invece conosco ed apprezzo. Un bel quotidiano!

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Senza Solfiti o Senza Solfiti Aggiunti?

Io ho sempre saputo che si possono fare vini senza solfiti, con grandi difficoltà tecniche e risultati non sempre brillanti. Senza solfiti aggiunti, per l’esattezza, perché mi fu spiegato che se ne formano naturalmente durante la fermentazione. Ma adesso non so più. Forse mi è sfuggito qualcosa.

Leggo infatti su “Maremma Magazine” del luglio di quest’anno che una ditta del loco, l’azienda La Pieve, ha messo in commercio il vino Essentia Naturae. Un vino biologico “senza solfiti” da uve sangiovese, cabernet sauvignon e petit verdot. L’affermazione è importante: “senza solfiti” si legge sulla contro etichetta e sul collarino da cui è elegantemente ornata la bottiglia.

Nell’articolo però si legge che “è un vino rosso senza aggiunta di solfiti… biologico… completamente made in Maremma”. Ecco, appunto, “senza aggiunta di solfiti”; ma poche righe dopo si legge “ben tollerato proprio per l’assenza di solfiti”. Confusione totale!

Il vino ha o non ha i solfiti? Credo che abbia solo i solfiti, pochissimi, spontanei e che non ne aggiungano altri. Ma la comunicazione però è ingannevole. Spero che l’etichetta che non si vede in foto dica così, “senza solfiti aggiunti”. Oppure la norma è cambiata e si può scrivere così. Io però non ho trovato traccia.

Intanto leggo con piacere che in Italia “è entrato in vigore il decreto legislativo 23 del 15 dicembre 2017 che dà il via alla disciplina UE di tutela dei consumatori” (“Food & Beverage” giugno – luglio 2018). E cosa c’entra con i solfiti, direte voi? C’entra, c’entra… “Definire, ad esempio, un prodotto come vegano o vegetariano quando non ne ha le caratteristiche costituisce una violazione delle pratiche leali d’informazioni…”. E dire che il vino è “senza solfiti” invece di dire “senza solfiti aggiunti” è informazione ingannevole?

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Vini Calmi

Ci sono vini che incuriosiscono per l’etichetta, altri per la provenienza esotica; ma ci sono vini che ti colpiscono per il loro nome. In questo caso vorrei parlare di alcuni vini (che non ho mai assaggiato ma che metto in previsione di) esaltanti una leggerezza esistenziale, un ipotetico stile di via non sempre raggiungibile. Il primo si chiama Vinya La Calma, prodotto in Spagna (anzi Catalogna Penedès) da Can Ràfolos dels Caus. Vino bianco secco, da uve chenin blanc. La Calma fa il paio con Calma, vino rosso della Rjoca, e con Far Niente, che però è un vino rosso californiano, Cabernet Sauvignon e Merlot e Petit Verdot, prodotto da, appunto, la ditta Far Niente (lo sapranno là, negli “states” cosa significa? Credo proprio di sì).

E noi, intanto, con calma e senza far nulla affinché accada, se li troveremo, li assaggeremo. Prosit!

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De Gorgonzola

Se vai a Novara e frequenti dei novaresi, ti devi aspettare discorsi sopra il riso o il gorgonzola dop: c’è un amore per le tradizioni che traspare anche dalle parole spesso nette: buono – cattivo. Di solito litigano per dire quale è il miglior gorgonzola; stavolta a casa di Massimo, lungo compleanno, c’è stato un accordo, forse figlio dell’amicizia. Uno dei migliori gorgonzola a detta loro è quello di Baruffaldi di Castellazzo, il cremoso ok ma molto meglio quello senza fermenti. E per dimostrarmelo, me lo sono andati a prendere e mi hanno portato a Castellazzo, paese di cui neppure sospettavo l’esistenza e mi hanno fatto vedere (Massimo): l’allevamento delle vacche, il castello visconteo in rovina (peccato!), l’unica ghiacciaia sopravvissuta nel novarese (anche se adibita ad altro)… e il formaggio? Quello cremoso è ottimo e noi l’abbiamo abbinato ad un metodo classico; mentre il cabernet sauvignon israeliano arrivato sulla tavola era troppo morbido, corposo e sciropposo: meglio sarebbe stato con il gorgonzola dop senza fermenti che non abbiamo trovato. La prossima volta!

Nella lunga giornata di Massimo abbiamo assaggiato molto altro, ma esula dal discorso. Approfitto ancora una volta per ringraziarlo e per ringraziare sua madre che ha cucinato, e bene, da mattina a sera. Donna di altri tempi, direi. Prosit!

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Cena Locanda Walser Schtuba Riale

Ringrazio Elena Formigoni, foodblogger emergente (www.cucinama.com) che ha seguito il penultimo appuntamento del volume uno di Meating Food. Ecco i suoi appunti e le sue foto

 

“Venerdì 26 maggio, nella suggestiva cornice della Piana di Riale, si è svolto il quinto e penultimo appuntamento di Meeting Food nella Locanda Walser Schtuba. Lo chef Matteo Sormani con il suo staff ci ha accolto nella sala ristorante, calda ed elegante, dove si è svolta la serata in un’atmosfera intima e rilassata. Grazie agli interventi di Roberto Viganò, veterinario e responsabile tecnico del progetto Filiera Agroalimentare, e adAlberto Arlunno, produttore di vini con la sua Cantalupo a Ghemme. Entrambi con passione e competenza ci hanno accompagnati nell’approfondimento del progetto, del territorio e dei vini accostati al menù.

Il menù proposto dallo chef era giocato sul tema: “La Selvaggina incontra le erbe spontanee”; e ha dato la possibilità a tutti i partecipanti di scoprire, sperimentare ed apprezzare nuovi accostamenti e soprattutto degustare delle carni selvatiche certificate, quindi ottima base di partenza, esaltate dalle proposte e competenza dello chef.

Il menù si è aperto con un assaggio (non previsto) di carne di cervo. A seguire il Mais bianco, tarassaco e latte di capra: una crema delicatissima accostata al tarassaco spadellato e montato con latte di capra; il tutto abbinato allo spumante rosato nebbiolo “Mia Ida”.

Capriolo… Controfiletto e aglio orsino, un controfiletto marinato e servito come uno scioglievole e gustoso carpaccio accompagnato da spinacino fresco e un rosato di Nebbiolo.

Il primo piatto, Carnaroli alle gemme di larice, midollo e stinco di cervo, era un piatto sorprendente, non solo per l’accostamento con le gemme di larice fresche, raccolte in giornata, ma soprattutto per lo stinco di cervo destrutturato, stufato e cotto nel burro per 12 ore. Nello stinco, molto piccolo (circa 8 cm), era inserita la salsina. Un piatto incredibile accompagnato da una Vespolina Villa Horta 2016.

A seguire il Cinghiale … costoletta, spalla e cicerbita alpina, abbinato ad un Ghemme Collis Breclemae 2006.  Un carré di cinghiale al forno con la piccola spalla e la nota amara della cicerbita alpina, anch’essa raccolta fresca in giornata.

A chiudere il menù una proposta dolce, fresca, sempre preparata con un prodotto del territorio, lo yogurt della Val Formazza con carote e nocciole.

Coccolati fino alla fine con piccola pasticceria e chiacchiere, in un ambiente intimo e rilassato.

Un gustoso menù dove lo chef Sormani ha saputo interpretare e valorizzare le carni selvatiche certificate. Obiettivo legato al progetto centrato in pieno. Complimenti!”

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Tanti Vini Spadafora

Ho finalmente recuperato le note di degustazione fatte in cantina Spadafora nel mese di marzo. Le trascrivo volentieri anche per ricordare le belle giornate a Cosenza, gli ottimi vini, l’arte e i cibi tradizionali e carnei assaggiati un po’ ovunque…

Primo vino il Fiego Bianco Terre di Cosenza dop, greco bianco con mantonico e malvasia; solo acciaio. Profumi dolci, di frutta matura ma buona freschezza. Buono.

Secondo vino il Lunapiena Terre di Cosenza dop che si fa tre mesi in barrique americane ma stesse uve. Al naso frutta dolce e stramatura, in bocca è morbido, rotondo e pieno. Da meditazione verrebbe da dire. Ma forse è un’iperbole.  Buono.

Il Monamour bianco igp è un vino spumantizzato a base di uve greco e chardonnay. Profumi fini classici del genere e retrogusto morbido. Piacevole.

Un po’ diverso il Monamour rosé igp, da magliocco e greco nero, è un vino spumantizzato morbido e piacevole.

Il Solenero igp è un vino simpatico, un rosso da bere freddo. Da frigo. Lo riassaggerò questa estate. Da uve magliocco e merlot. Buono.

Il Rosamara igp è un vino che ha una storia e forse non un futuro, a causa di un contezioso sul nome. La storia ce l’ha già perché serve a raccogliere fondi per la ricerca sulle malattie oncologiche femminili. Profumi di fiori a piccoli frutti al palato. Una rosa profumata che ricorda le spine della malattia. Lo ritroveremo, magari con un altro nome. Il contenuto resta. Da uve greco nero, un rosato generoso.

Il Peperosso igp è un vino curioso e per certi versi territoriale: un vino morbido adatto ai cibi piccanti, al peperoncino. Fatto con uve magliocco e merlot, risulta effettivamente morbido e caldo. Buoni i profumi. Buono.

Si sale di intensità con il Nerello 2016 igp, un vino dai profumi profondi, marmellatosi con note quasi lattee. In bocca abboccato, corposo, pieno. Da uve nerello e greco nero.

Ancor più in su, il Telesio 2015 dop, da uve magliocco e greco nero. Un vino barriquato, frutto di macerazioni. Pieno, caldo e profondo. Ottimo.

Il 1915 dop è un gran vino: un vino dai profumi pieni e profondi e lunghi; in bocca corposo e caldo. Ricavato da uve magliocco dolce e greco nero messe ad asciugare su graticci e passaggio nel legno, per alcuni mesi.

Infine, last but not the least, il Solarys igp, un bianco passito da uve greco bianco e malvasia. Che dire: dolce ma non stucchevole, buono. Da fine pasto e degustazione.

Che dire? Che sono vini buoni e mi piacerà riassaggiarli. Ottima Calabria!

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Il Nebbiolo: re delle nebbie piemontesi e padre di ottimi vini

Questo è l’articolo che ho scritto per Arcobaleno d’Italia e che potete leggere per intero e con foto qui: http://www.unioneproloco.it/unpli/?page_id=13458

L’uva nebbiolo è uno dei “testimonial” della viticultura piemontese, da nord a sud, da est a ovest. Dice giustamente la “Guida ai Vitigni d’Italia” (Slow Food Editore): “vitigno piemontese per antonomasia”. Si tratta infatti di un’uva a bacca nera che “era già coltivato nel 1268 a Rivoli in provincia di Torino. Nel Cuneese, era citato negli Statuti di La Morra nel 1495 in quanto vitigno prezioso e da proteggere. Il G.B. Croce, nel 1600, lo qualifica come “regina delle uve nere” Si deve però aspettare fino al 1730 per rintracciare la denominazione “Barolo” in un carteggio tra mercanti inglesi”. (“Barolo”, Regione Piemonte). La sua antichità sarebbe però maggiore, se diamo retta all’etimologia. Il suo nome potrebbe derivare infatti dalla presenza della pruina sulla buccia. Quella spruzzata bianca che ricorda la brina e che l’accomuna alle susine, quasi una nebbia: un nebbiolo. Nel nord Piemonte, il termine dialettale con cui si indica l’uva nebbiolo è “prunent”, che è anche il nome di un vino locale doc a base appunto di uva nebbiolo. Questo nome si collegherebbe decisamente al termine italiano ma di origine latina di “pruina”. Se diamo retta al ragionamento, la sua antichità sarebbe dunque ancora maggiore: un’uva conosciuta dai romani? Diffusasi poi nell’alto Medioevo? Comunque sia, quest’uva si è adattata bene nel Nord Italia. Soprattutto però in Piemonte, perché le altre esperienze significative nel mondo sono più recenti e piccolissime, ed in Italia, la Valtellina, la Val d’Aosta (una volta Piemonte sabaudo) e la Sardegna (portata là dai piemontesi) sono aree apprezzabili anche per qualità ma non così estese come le aree a nebbiolo piemontesi.

Che vini si fanno con l’uva nebbiolo: vini rossi tanti, adatti a lunghi invecchiamenti e a lunghe durate; qualche rosso giovane; qualche rosato; forse dei vini bianchi; degli spumanti. Ricordiamo qui le principali docg e le doc piemontesi a base di uva nebbiolo: il barolo in primis, uno dei vini più famosi al mondo; il barbaresco, il roero, il gattinara, il ghemme, il lessona, il carema, il boca, il bramaterra, il sizzano… Si tratta di vini apparentemente identici, ma in realtà le differenze ci sono e si sentono: ognuno ha una sua ricca personalità. Oltre a cambiare i nomi dei vini prodotti, le loro caratteristiche, cambia spesso anche il nome dell’uva. In alcune zone a nord viene chiamata uva spanna, nell’alto Piemonte; o picotendro, in Val d’Aosta e nel Canavese; o prunent nell’Ossola. Segno di una lunga e proficua presenza sul territorio piemontese.

Brasato al Barolo La ricetta è tratta dal libro di Sandro Doglio “La tradizione gastronomica italiana: Piemonte”. Si trova nel capitolo “L’eredità dei barbari e degli invasori”. Una “paletta” di vitello da un kg circa; due bottiglie di Barolo; un litro e mezzo di brodo; 4 spicchi d’aglio, 2 cipolle, 4 rametti di rosmarino, mezza carota, prezzemolo, un gambo di sedano, chiodi di garofano, cannella, mezzo pomodoro; mezz’etto di burro, olio, pepe, sale. Ricetta di Cesare Giaccone, ristorante “Da Cesare”, Albaretto della Torre.
Scaldare 3 cucchiai di olio e farvi rosolare a fuoco vivo la carne con pepe, sale, aglio, cipolle a dadini, rosmarino, carota, pomodoro a fettine garofano e cannella. Dopo 10 minuti aggiungere il Barolo; dopo altri 10 minuti mettere un litro di brodo. Coprire e abbassare il fuoco. Dopo 20 minuti aggiungere il resto del brodo e continuare a cuocere per un totale di tre ore, girando la carne di tanto in tanto. Servire a fette, con contorno di polenta fritta o patate.

Enoteche regionali I vini piemontesi hanno un profondo legame con il territorio che li produce e li propone: le Langhe, il Roero, il vasto e variegato Monferrato, il sistema collinare e prealpino del Torinese e del nord Piemonte. Sono territori suggestivi ed affascinanti dove la vitivinicoltura ha modellato il paesaggio; ne ispira l’arte, la cultura, le tradizioni popolari, ne esalta la gastronomia, i prodotti tipici, la ristorazione… Meta di milioni di turisti e appassionati del vino, interessati anche a conoscere e a fruire della bellezza e dei piaceri offerti dai luoghi del vino piemontese. Parte integrante di questa realtà, le quattordici Enoteche Regionali e le trentaquattro Botteghe del Vino o Cantine Comunali, istituite dalla Regione Piemonte con la legge regionale 37 del 1980, che hanno sede presso Castelli e Dimore Storiche nei principali territori viticoli piemontesi, dove si può trovare la migliore selezione dei vini doc e docg del territorio. Le principali strutture di questa rete sono le enoteche di Acqui Terme, di Barolo, di Barbaresco, di Cavour, di Canelli e dell’Astesana, delle Colline Alfieri dell’Astigiano, delle Colline del Moscato, di Gattinara e Nebbioli nord Piemonte, del Monferrato, di Nizza Monferrato, del Roero, della Provincia di Torino, di Ovada e del Monferrato e l’Enoteca della Serra.

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Agrumi cucinati… ad Arte!

 

Quando gli agrumi di Cannero Riviera incontrano l’estro creativo di un’artista che è anche chef, possono nascere ricette davvero sorprendenti! Enrica Pedretti, famosa per la sua capacità di coniugare tradizione e innovazione, saper antichi e scienze gastronomiche, conoscenza del territorio e suggestioni dal mondo, si è innamorata di questi frutti. Ha quindi voluto creare nuovi piatti, alcuni dei quali inseriti nel volume “Donne senza tempo”, edito dalla Casa degli Artisti di Ghemme. Alla raccolta appartiene il risotto dedicato a Juliette Colbert. Le altre proposte di questo menù sono state elaborate congiuntamente allo staff dell’Hotel La Rondinella e alla Condotta Slow Food Lago Maggiore e Verbano.

Ecco il menù: Pinzimonio sul Canarone di Cannerese Carpaccio di Trota Salmonata Marinata agli Agrumi di Cannero Riviera; con salsa vegana di latte di mandorle denso ed olio di semi ed oliva e succo e scorza di canarione e punta di senape. Tutto l’insieme buono; Risotto al Cedro di Cannero Riviera “Juliette Colbert”, ottimo; Corona di Barbabietole con Arance Sanguinelle della Rondinella e Salsa allo Zafferano di Cavandone, buono; Il Vergognoso (dolce al pompelmo e salsa di gorgonzola cremoso), sorprendente.

Vini? Un ottimo Chiarezza Colline Novaresi doc bianco 2017 Pietraforata: delicati profumi ma ricco al palato; un tradizionale Ghemme docg 2008 (dieci anni e ancora giovane!) di Katia Sebastiani (brava Katia!); e un passito non passito Pepin da uve nebbiolo dei Vigneti Roncati.

Bella serata, bella cena.

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