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Tre uguali diversi

Difficile da credere ma in un fazzoletto di chilometri, fra Casale Monferrato, Rosignano, San Giorgio Monferrato ed Ozzano Monferrato siamo riusciti grazie alla Lauren, l’americana di Verbania, ad andare a visitare tre cantine così vicine ma così diverse, tanto da produrre gli stessi vini ma assai diversamente. Come nel caso del grignolino: scostante, imprevedibile in un caso; potente e strutturato in un altro; ammorbidito e facile nell’altro. Si tratta delle cantine Saccoletto, ViCaRa e Leporati.

La prima è una cantina che produce i cosiddetti vini “naturali”: niente chimica in vigneto, tanta manualità, lieviti spontanei, tappo a vite, pochissima solforosa, niente filtrazioni… si tratta di vini che cambiano anno per anno, con profumi spesso scostanti, sapori inconsueti ma non per questo facili… il proprietario è un gentile signore di campagna dalle mani callose e la cantina sembra essere stata ricavata al piano terra di una villetta anni sessanta. Viaggia molto, fa fiere ed incontri specializzati. Ha la sua clientela.

La seconda è una cantina moderna, molto accogliente, ricavata in un’antica villa signorile con annessa chiesa ed infernot. Una grande panchina, ma davvero grande panchina color grignolino, si affaccia sui vigneti aziendali ed è meta di un turismo locale da selfie e foto simpatiche. I vini sono buoni, molto: ottimi profumi, grande lavoro di marketing, ricerca, qualità… I dipendenti girano con magliette aziendali e alternano vendita con accoglienza turistica. Da vedere.

La terza, invece, è una cantina stratificata. Un’azienda di tre generazioni che conserva botti in cemento, in vetroresina, in legno e in acciaio; che accoglie pullman e singoli; che offre salame e grissini, che ti fa assaggiare tutto, che ti vende anche il baginbox. E’ una vecchia casa di campagna che si è allargata con un capannone annesso, non bella ma ben tenuta. Il proprietario è cordiale, simpatico, racconta, commenta. I vini sono gradevoli, molti già sentiti, ma c’è anche un po’ di ricerca. Qualcosa da scoprire c’è.

Un bel giro, che consiglio: bei panorami, buoni vini, cibo non male… In pochi chilometri trovi così diverse filosofie produttive. C’è molta intelligenza in quel territorio.

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Ecco la Guida alle Cantine Piemontesi (ma non tutte e non tutti i territori)

Non è la prima, e neppure completa, ma certo interessa chi ama il Piemonte vitivinicolo più noto. Si tratta infatti della Guida alle Cantine edita da Made in Piedmont (associazione che raccoglie oltre 80 importanti cantine della Regione),che prova a raccontare il vino di alcune aree piemontesi, attraverso l’accoglienza. Quella dei vitivinicoltori che, in Piemonte sono spesso gli stessi proprietari della cantina, tipicamente a conduzione famigliare; e quella dei servizi messi a disposizione dell’enoturismo: dalle semplici degustazioni alle passeggiate in vigna, dalla possibilità di dormire tra i filari al ristorante allestito “tra le botti”, dalle cooking class alle attività all’aria aperta: e-bike, equitazione, wine-trekking, picnic, yoga e arte tra i filari.

L’enoturismo infatti fa della cantina il centro di riferimento per la promozione e la valorizzazione delle attività turistiche sul territorio, non necessariamente legate all’enogastronomia. Un fenomeno che non vede crisi. Non è una novità assoluta, anzi: a livello globale, enoturismo e turismo gastronomico valgono (dati World Tourism Organization) qualcosa come 77 miliardi di dollari, di cui 3,5 miliardi vengono assorbiti dal nostro Paese, per un totale di 14 milioni di visitatori in giro per le colline italiane. Il profilo dell’enoturista è quanto mai interessante: spende in media 85 euro al giorno, che salgono a 160 quando pernotta. Nello specifico, una cantina dotata di accoglienza può fare tesoro delle visite: gli enoturisti incidono in media per il 26,9% sul fatturato e costituiscono il più efficace canale di vendita diretta e fidelizzazione.

«La nostra Guida alle Cantine, prima nel suo genere», ha spiegato Gianni Gagliardo, produttore e presidente dell’Associazione Made in Piedmont, «ha lo scopo di facilitare il viaggio dei visitatori alla scoperta del Piemonte del vino, aiutandoli a pianificare le tappe. Ogni produttore è unico: si distingue per carattere e personalità. È questo che rende peculiare il suo modo di fare il vino e di offrirlo ai suoi ospiti».

La Guida alle Cantine di Made in Piedmont è progettata per essere uno strumento agile e pratico, utile, pensato per i wine lover e per le loro esigenze. Una bussola che aiuta ad orientarsi all’interno della sconfinata offerta di vini piemontesi, con un importante cambio di ottica. Non si parte dai giudizi sulle etichette, ma dai territori. Si parte, o meglio, si riparte, a raccontare il vino dai luoghi dove nascono, maturano e vengono raccolte le sue uve, dalle mani e dalle migliaia di vite che ogni giorno dedicano la loro passione e professionalità alla vite.

Verrà distribuita nei principali luoghi di interesse turistico del Piemonte: Atl e uffici turistici, Enoteche Regionali, ristoranti e alberghi, strutture ricettive. In più copie sarà sempre consultabile presso le cantine aderenti al progetto.

Descrive i soli quattro principali territori vitivinicoli del Piemonte: le Langhe, il Roero, il Monferrato e le Terre del Gavi, ciascuno dei quali illustrato con mappe e notizie di interesse turistico. Il viaggio si snoda su 31 comuni piemontesi e 56 produttori, raccontati attraverso schede che “simulano” la visita in cantina e contengono tutti i servizi offerti, fornendo per ciascuno il contatto diretto alla prenotazione o alla richiesta di informazioni. Un sommario intelligente, al fondo della guida, indicizza ciascuna struttura per nome, territorio e Comune di appartenenza.

Accanto alla guida cartacea, l’Associazione Made in Piedmont ha creato il relativo portale (guidaallecantine.com). Qui le mappe diventano geolocalizzate e c’è la possibilità di gettare un “occhio sui vigneti” grazie alle wine webcam installate sui meravigliosi paesaggi riconosciuti Patrimonio dell’Umanità Unesco.

LA GUIDA IN NUMERI

2.000 guide stampate
56 cantine censite in 31 diversi comuni
4 territori narrati (Langhe, Roero, Monferrato, Gavi)
2 lingue (italiano e inglese)
1 portale – www.guidaallecantine.com

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Incontro interessante

Questa è una notizia interessante. Leggo infatti su un comunicato che la “Cantina Tramin apre le sue porte il 29 ottobre” prossimo ed ospita un incontro tematico: E se ti dico Gewürztraminer?”, un incontro internazionale sul vitigno aromatico che ha molti sostenitori, ma anche (come un po’ per tutti) dei detrattori. “Sommeliers provenienti da 13 Paesi avranno l’opportunità di confrontare i vini delle due regioni più vocate alla produzione del traminer aromatico, l’Alto Adige e l’Alsazia, con degustazioni guidate da Willi Stürz per Cantina Tramin e Jacky Barthelmé per Domaine Albert Mann. Moderatore d’eccezione il critico Stephan Reinhardt di Robert Parker’s Wine Advocate: come profondo conoscitore del vitigno protagonista della kermesse… L’evento di fine ottobre vuole anche essere l’occasione per esplorare inaspettati abbinamenti gastronomici con l’intenso Gewürztraminer: durante la due giorni in Cantina Tramin si terrà un laboratorio sperimentale, dove spezie ed erbe verranno proposte con piatti abbinati al vino aromatico, per mettere in tavola menù avventurosi e non convenzionali”. Io il 29 ho scuola, ma magari qualcuno di voi può andare. Ecco a chi chiedere: cantinatramin.eventbrite.it www.CantinaTramin.it

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Prosecco: nome comune di cosa

Dire “prosecco” non dice molto, se non specifichi. Un po’ come dire “problema”, “cosa”, “amore”… Parole usurate, smussate, che ballano sotto i piedi dei ragionamenti veloci… Nel mio paesello, capita di sentire dire nei bar “vorrei un prosecchino”: non vuol dire nulla di preciso. Chi lo dice spesso non sa nulla del prosecco, delle doc, della docg tradizionale di Conegliano e Valdobbiadene, del business, di Zaia, del paesello friulano di Prosecco, delle polemiche, del Trentino che non lo vuole nelle feste tradizionali… Nulla. E ancor meno se lo trovi nello spritz. Sarà prosecco? O un vino frizzate, dolcino e con freschezza e bollicine a bilanciare…Un “prosecchino”appunto.

Ma non capita solo ad Omegna. Me lo sono sentito dire anche ad un buffet a Fossano: “vuole un prosecco locale?”. Ma quando mai! Era uno spumante charmat del posto. Buono, fra l’altro. Non un “prosecco”comunque, neppure un “prosecchino”ma uno “spumante” (altra parola usurata).

Che dire, infine? Che chi si smarca da questo nome fa bene. Va alla ricerca di un nome proprio, lasciando un nome comune e assai vago. Prosit!

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Meno zuccheri

La tendenza è in atto: ci sono sempre più appassionati di vino che amano bere meno zuccheri, meno dolcezze e più freschezza, originalità e personalità. E’ la costellazione dei pas dosè. Di cui è entrato a far parte anche il DØM Rosé Franciacorta Dosaggio Zero Riserva di Mirabella, azienda franciacortina fondata nel 1979 Teresio Schiavi e Giacomo Cavalli che piantarono sulle colline di Paderno Franciacorta il primo vigneto dell’azienda, il Mirabella, da cui il nome aziendale. Alessandro e Alberto Schiavi, oggi impegnati con il padre, hanno ideato il nuovo spumante per festeggiare la doppia ricorrenza dei quarant’anni della Cantina e del settantantesino compleanno di Teresio. La scelta di un nuovo Rosé non è nuova nella storia di Mirabella, tra le prime in Franciacorta a produrlo nel 1982 con un taglio inedito composto da Pinot Nero, Chardonnay e Pinot Bianco. L’ultimo nato si propone ancora come una sintesi, unendo le origini pavesi del fondatore e la Franciacorta. Le uve che compongono il DØM Rosé sono state selezionate e raccolte a mano dai vigneti storici di Mirabella, i Cru di Paderno: Pinot Nero per il 60%, Pinot Bianco per il 25% e per il 15% Chardonnay. L’affinamento è sui lieviti per almeno 100 mesi, per poi riposare in bottiglia almeno 6 mesi dopo la sboccatura.“I successi nella vita meritano di essere festeggiati – ha ricordato in pubblico Teresio Schiavi – e questi quarant’anni sono per me l’occasione di ringraziare e ricordare tutti coloro che hanno contribuito alla nascita e alla continuazione dell’azienda: da Giacomo Cavalli, Francesco Bracchi, Angelo Del Bono, Giuseppe Chitarra, i figli Alessandro e Alberto e tutti i collaboratori. Pensando al domani nutro due speranze: la prima è che i miei nipoti custodiscano e tramandino la tradizione di Mirabella; la seconda che il patrimonio di conoscenze ed esperienze enologiche acquisite anno dopo anno si esprima sempre più in un’innovazione consapevole, rispettosa dell’uomo e della Natura. Quest’ultima, più che una speranza, la sento come un dovere”.

Concordiamo: un dovere ed anche un piacere assaggiare poi buoni vini.

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Ma che bella storia!

Ma che bella storia quella che trovo in un comunicato stampa: una storia in cui si intrecciano vino, Toscana, una comune hippy, un amore fra un’italiana e un giapponese… una bella storia di un mondo che è e sempre più sarà. Uno storytelling, come si direbbe oggi, che fa aamare il vino ancor prima di averlo assaggiato…

In primo luogo il comunicato in cui si racconta di una normale cena degustazione: “L’Azienda Agricola Bulichella di Suvereto (Livorno) sarà protagonista venerdì 27 settembre della serata dedicata al vino che si terrà nella trattoria fiorentina Da Burde. Con la sua produzione vinicola, Bulichella animerà il primo appuntamento del calendario autunnale di degustazioni del famoso ristorante di Andrea e Paolo Gori. Grazie ai vini Bulichella si andrà alla scoperta della Val di Cornia: dal Sangiovese al Cabernet attraverso le vigne dell’azienda di Hideyuki Miyakawa, situata nelle colline affacciate sul mare nell’entroterra di Piombino”.

Ecco, il nome spicca. Un nome giapponese. Chi è? Vado sulla rete e trovo questa storia: “Nel 1983 nasce l’azienda Agricola Bulichella, dal desiderio di quattro famiglie provenienti dal nord, dal centro e dal sud d’Italia, di vivere insieme, come una famiglia allargata, staccandosi dal tradizionale modello di nucleo famigliare. Uno dei desideri principali era quello di vivere insieme condividendo tante esperienze, iniziando una produzione agricola nel rispetto della natura e dell’ambiente per il consumo interno e per la condivisione all’esterno dei prodotti. Da qui l’inizio dell’agricoltura biologica. Altro intento era quello di educare i figli insieme ed essere socialmente utili mettendo a disposizione l’azienda e i suoi spazi per persone con problemi che avevano bisogno di recupero… Nel 1999 la famiglia Miyakawa, Hideyuki e Marisa insieme ai figli, diventano proprietari dell’azienda e decidono di ripartire con nuovi progetti dall’esperienza appena vissuta”.

Ok, e lui chi è? “Hideyuki Miyakawa nel 1960 all’età di 22 anni parte dalla sua città natale Maebashi, in Giappone, per un giro intorno al mondo in motocicletta, insieme ad un amico. Dopo aver attraversato India, Pakistan ed Europa arriva a Roma nel 1960, anno delle Olimpiadi, dove si ferma qualche tempo come reporter per una rivista giapponese. Durante un viaggio a Torino in occasione del salone dell’automobile incontra Maria Luisa Bassano, giovane studentessa in procinto di partire per il Giappone per un anno di studio. Durante questo anno i sentimenti di Hideyuki e Marisa si evolvono, Hideyuki raggiunge Marisa in Giappone e si fidanzano. Hideyuki e Marisa si sposano nel 1962 e vivono a Torino dove Hideyuki lavora insieme a Giugiaro e Mantovani, per creare l’Ital Design e dove la famiglia vive fino al 1992 anno i cui Hideyuki e Marisa si trasferiscono definitivamente in Toscana alla Bulichella. Oggi la Bulichella, azienda biologica di vino e olio dal 1983, è anche agriturismo.L’Azienda continua una proficua attività anche sul territorio e con il Consorzio dei vini DOC della Val di Cornia, di cui Hideyuki è stato presidente. Come presidente del consorzio, Hideyuki ha lavorato per ottenere la DOCG, obiettivo raggiunto nel 2012, per accrescere l’immagine non solo del vino ma anche di Suvereto e della Val di Cornia”.

Un bella storia, vero? Ed ora si possono assaggiare i vini che avranno certo un buon sapore. Un po’ di più rispetto a quello che avremmo percepito, se non avessimo letto (o ascoltato) questa storia.

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Quattro amici a Sizzano

A Sizzano quattro amici a degustare, seriamente, quattro vini donatici da un amico… sembra l’inizio di una favoletta. E in qualche modo lo è. Si tratta infatti di quattro vini di un’azienda di amici di amici ed altri amici si sono messi con serietà ad assaggiare. L’Azienda si chiama Rossi Ivano di Rovescala (Pavia), Oltrepo Pavese…

Abbiamo assaggiato, nell’ordine, un Pinot Bianco Igt, leggermente mosso: in bocca era un po’ abboccato ma con bella freschezza; naso di fiori, forse frutta. Da bere freddo. Poco alcol. Un ottimo vino da pasto, da giornata con gli amici, da merende… Buono (83); un Pinot Nero rosato lgt leggero di alcol: profumi di confetti e dolcini vari, forse rosa poi il carbonico; in bocca morbido, forse troppo, lungo di rosa e sciroppo dolce. Discreto (81); terzo vino una Croatina Igt, un poco più alcolica ma poco: 12,5, rispetto ai vini precedenti. Un rosso carbonico che profumava di frutta rossa. In bocca asciutto, non amarognolo sul finale, un po’ tannico. Buono nel suo genere (82); terzo, infine, un Barbera doc di 12,5°, che profumava di frutta rossa e anche di fiori, magro in biocca e dolce sul finale ed anche un filo di tannino. Discreto (80).

Dunque vini classici dell’Oltrepo, buoni e gradevoli, facili e beverini come si dice in gergo. Davvero adatti ad un pomeriggio d’estate. Forse da migliorare le etichette, assai già viste, comunque prosit!

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Lode ai treni, austriaci e non

Un salotto di libertà ed anticonformismo: ecco cosa sono i treni austriaci. Puoi prenotare il posto, ma non è obbligatorio; puoi ordinare da mangiare al tuo posto; puoi comprare qualcosa dal carrello e puoi bere vino, vino e birra e altri alcolici… E non è poco!

Ecco le foto del catalogo:

Potete constatare anche voi che c’è scelta e non è troppo caro. Si viaggia bene si può bere, s si vuole. E senza scandalo. L’anno scorso, su un volo Alitalia, Roma Milano, classe economica, ho chiesto una birra. Mamma mia, “noi non teniamo alcolici” , mi è stato risposto. Vade retro peccatore! Ma mica dovevo guidarlo io, l’aereo. Antipatici. Fin che posso, da allora, utilizzo i treni. Sono comodi, offrono servizi e arrivano nel centro città. Milano – Roma per me è imbattibile. Ma anche per arrivare a Vienna lo è, perdi giusto un paio d’ore, ma risparmi, sei comodo e, non dimentichiamolo, inquini meno. Ed è già un buon motivo per bersi un vinello, una birra e prosit!

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Il Boca d’Asti

Sto sfogliando un vecchio libro sui vini comprato su una bancarella. Anni sessanta del XX secolo. S’intitola “Il libro d’oro dei libri d’Italia”, scritto da un allora famoso giornalista inglese -ma ne parlerò poi-. Per ora balzano agli occhi delle curiose incongruenze ed errori. Vi dico ora la prima di una lunga serie, suppongo.

Leggo a pagina 35 che in Piemonte si produceva un misterioso Boca d’Asti. Vino rosso da pasto, secco, rosso rubino, atto con uve Vespolina, Spanna, Bonarda e Croatina. Si beve localmente già dopo due anni di invecchiamento, ma è migliore dopo quattro. Viene esportato in Svizzera. Grado alcolico 12°-13°”. Boh!? Credo sia un errore: è il vino chiamato oggi Boca doc che nulla c’entra con Asti e i suoi vini. Però è un errore simpatico che crea collegamenti. Mi piace.

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Una cena al passato prossimo

La prima serata della rassegna enogastronomica al ristorante Il Camino di Pettenasco è stata un ritorno ad un passato prossimo; una bolla temporale che ci ha riportato agli anni novanta, quando una ridda di serate a tema imperversava sui laghi e nella pianura novarese.

Il tema della serata era però assai vago, cosa che una volta non sarebbe successo: se erano i funghi, solo funghi; se era il riso, solo riso; se era il pesce di lago, solo pesce di lago… e via dicendo.

Ora, invece, il tema era abbinare dei piatti con alcuni vini della Tenuta Capretto di Grazzano Badoglio (Piemonte). Grande fantasia dello chef, dunque: ad uno spumante rosato Sciatoguarin si accostava un Flan di Cipolle e Salsa alla Toma del Mottarone Stagionata; ad un Piemonte Sauvignon Antigua doc 2018, dei Ravioli di Pesce Persico con Salsa Beurre Blanc al Timo; ad un Barbera d’Asti Monte Cucchetto docg 2018, una Tagliata di petto d’anatra alla maggiorana con salsa di vino rosso e contorni; infine, con un Mosto parzialmente fermentato Il Novaletto, da uve moscato, si è abbinata la dolce Diplomatica alla Moda dello Chef.

I patti erano in linea con il ritorno al passato prossimo: minimamente creativi, decorati come si faceva una volta (ad esempio la dadolata i pomodori con i ravioli per dare un tocco di colore), poche verdure, buoni. I vini, invece, erano un inno alla modernità: uno spumante rosato assai morbido da uve freisa (stile prosecco, per capirci); la barbera era decisamente barriquata e potente (15,5 gradi!); il sauvignon equilibrato e profumato. Nulla da dire sul buon mosto parzialmente fermentato.

Il piatto preferito: i Ravioli, sopra tutti. E il vino? Il sauvignon, per equilibrio e non sfacciata piacevolezza.

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I Vini di Brovello (Alto Vergante, Lago Maggiore sponda piemontese)

Mi ha sorpreso molto scoprire che un mio vecchio conoscente, Claudio Colombo, si è messo a fare vino. Mi ha sorpreso perché l’ho conosciuto docente di religione all’Alberghiero di Varallo e mi ha sorpreso anche perché lo fa là dove non lo si fa più da decenni. Ma un elemento per volta.

Claudio Colombo è il titolare dei Poderi Colombo. Sei ettari fra boschi e prati e vigneti (un ettaro e mezzo), divisi fra Suno e Mezzomerico, Colline Novaresi, Boca, zona del Fenera, e Brovello Carpugnino, alla falde del Mottarone, zona chiamata Alto Vergante. Noi abbiamo visto i vigneti di Brovello, che sono curatissimi e fanno intendere subito una passione ed un impegno fuori dal comune. L’area è frutto di un’eredità: l’ha bonificata, la cura con grande attenzione ed ora colpisce, spicca perché si trova in mezzo a prati abbandonati e ad un bosco che avanza. I suoi nemici sono i cinghiali e i tassi (tenuti lontano da una recinzione) e gli uccelli (contro cui usa delle reti). Nelle vigne di Brovello alleva traminer aromatico ed erbaluce. Due scelte opposte: la prima per le caratteristiche del terreno (sottosuolo, esposizione, clima), la seconda per collegarsi ad una consolidata tradizione novarese. Nei vigneti delle colline novaresi e del Fenera alleva soprattutto nebbiolo.

I vini che produce a Brovello sono due vini bianchi e sono molto simili: 80% di traminer e 20% di erbaluce. Portano i nomi delle due figlie: Luise e Chiara e differiscono solo perché uno è frizzante naturale, mentre l’altro no. Li vinifica in Oltrepò e la mano loro si sente. Sono vini gradevoli, profumati di fiori e piccoli frutti bianchi; in bocca spicca la dolcezza del traminer e solo sul finale la freschezza dell’erbaluce.

Buoni e sorprendenti. Da provare direi i vini di Brovello!

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Notte degli Aromi

Venerdì 9 agosto 2019 dalle 18.00 alle 24.00 Cantina Tramin apre al pubblico le porte della sua sede di Termeno (Bolzano) per la Notte degli Aromi. Una serata di degustazione dei vini abbinati a piatti a base di riso della Riseria Ferron, la più antica struttura di lavorazone artigianale ancora attiva in Italia.
Sarà Gabriele Ferron, chef e ambasciatore del riso nel mondo, a cucinare sei ricette in connubio con i vini selezionati da Cantina Tramin. Si inizia con Moriz Pinot Bianco e Insalata di riso cruditè a base di carnaroli integrale; Chardonnay con Insalata di riso mediterraneo rosso ermes; Pepi Sauvignon con Risotto carnaroli al basilico e burrata; Selida Gewürztraminer con Riso venere al pollo, ananas ed erbe aromatiche; Marjun Pinot Nero con Risotto all’isolana, vitello, maiale e cannella; Hexenbichler Schiava con Risotto, mele e speck dell’Alto Adige; per finire Roen Gewürztraminer con la Sbrisolona.
Una serata che prevede il coinvolgimento diretto di numerosi soci di Cantina Tramin, azienda cooperativa formata da 190 famiglie proprietarie di 260 ettari di vigneto.
Ad accompagnare la Notte degli Aromi dal tramonto a mezzanotte ottima musica, grazie al soul, blues della James Thompson & Band. L’evento è a ingresso libero e gratuito.

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Porte aperte nelle cantine del Trasimeno (sarebbe bello andare!)

Il cuore dell’Umbria torna a colorarsi di rosa per la seconda edizione del Trasimeno Rosé Festival. Nella giornata di sabato 22 giugno 2019 il Consorzio Tutela Vini Trasimeno lancerà la prima bottiglia consortile: un rosé che si potrà assaggiare nelle cantine del Consorzio aperte per l’occasione e in 40 ristoranti del territorio.
“L’etichetta creata dal Consorzio – spiega Emanuele Bizzi, Presidente del Consorzio Tutela Vini Trasimeno – è un rosato ottenuto dai vitigni coltivati in questo areale, che nasce dalla collaborazione di tutte le cantine associate e che abbiamo chiamato Trasimeno Rosé. È un vino che interpreta a pieno il nostro territorio: fresco, sapido e dall’aroma fruttato, perfetto per i brindisi estivi in riva al lago e che abbiamo scelto come calice di benvenuto per tutti coloro che parteciperanno al Festival”.
Le aziende proporranno per tutta la giornata visite in vigna e alle cantine, oltre a degustazioni guidate per scoprire i vini che nascono nell’area del Lago Trasimeno. I produttori che aderiscono alla giornata sono Cantina Berioli, Azienda Agraria Carlo e Marco Carini, Castello di Magione, Duca della Corgna, Vitivinicola Il Poggio, La Querciolana, Madrevite, Montemelino, Cantina Nofrini, Podere Marella, Pucciarella, Terre del Carpine, Poggio Santa Maria, Viandante e Coldibetto.
A partire dall’orario dell’aperitivo 40 ristoratori del territorio offriranno ai clienti un calice di benvenuto del rosé consortile, che ben si accompagna ai piatti della tradizione come il pesce di lago e la Fagiolina del Trasimeno. Tutti i locali si trovano nei borghi che circondano il lago: Castiglione del Lago, Paciano, Panicale, Passignano, Corciano, Città della Pieve, Magione, Piegaro e Tuoro.
La manifestazione si terrà anche quest’anno in concomitanza con la Notte Romantica organizzata da I Borghi più belli d’Italia, che ha inserito nella sua guida cinque dei paesi che sorgono sulle sponde del Trasimeno. I nomi dei locali e delle cantine aderenti sono disponibili sul sito www.trasimenodoc.it

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