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Gelato d’Artista

Il locale è pieno di riferimenti e di opere di artistici moderni e contemporanei. L’Osteria della Villetta di Palazzolo sull’Oglio (Brescia) è infatti decorata da tante tovagliette d’artista e da alcune opere d’arte, fra cui un paio di Michelangelo Pistoletto. Artista biellese, arte povera, che ritorna nella grafica del terzo paradiso dell’orto, negli specchi e nel gelato. Sì, nel gelato.

In carta ne hanno infatti uno immaginato dall’artista. Si chiama Gelato Love Difference, di cui ti forniscono ricetta e spiegazione nel collarino da bicchiere. Bello, bello e buono il gelato all’halva (andate a veder cosa è!).

Non è la prima contaminazione che sento fra arte e gastronomia, basta ricordare il dripping di Marchesi o la passione artistica di Bottura, il rosso Carpaccio e il suprematismo della foglia d’oro marchesiana e la cucina futurista e …

Il dolce d’artista ha concluso un’ottima cena in un bel e frequentato locale di cucina locale, lombarda, padana: bollito, bagnetto, mostarda, pesce in carpione, polpette, rognoni trifolati… Una trattoria curata, amata da tanta gente e da molti artisti. Alcuni dei quali hanno lasciato testimonianza di sé sulle pareti. O nel gelato!

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Tre uguali diversi

Difficile da credere ma in un fazzoletto di chilometri, fra Casale Monferrato, Rosignano, San Giorgio Monferrato ed Ozzano Monferrato siamo riusciti grazie alla Lauren, l’americana di Verbania, ad andare a visitare tre cantine così vicine ma così diverse, tanto da produrre gli stessi vini ma assai diversamente. Come nel caso del grignolino: scostante, imprevedibile in un caso; potente e strutturato in un altro; ammorbidito e facile nell’altro. Si tratta delle cantine Saccoletto, ViCaRa e Leporati.

La prima è una cantina che produce i cosiddetti vini “naturali”: niente chimica in vigneto, tanta manualità, lieviti spontanei, tappo a vite, pochissima solforosa, niente filtrazioni… si tratta di vini che cambiano anno per anno, con profumi spesso scostanti, sapori inconsueti ma non per questo facili… il proprietario è un gentile signore di campagna dalle mani callose e la cantina sembra essere stata ricavata al piano terra di una villetta anni sessanta. Viaggia molto, fa fiere ed incontri specializzati. Ha la sua clientela.

La seconda è una cantina moderna, molto accogliente, ricavata in un’antica villa signorile con annessa chiesa ed infernot. Una grande panchina, ma davvero grande panchina color grignolino, si affaccia sui vigneti aziendali ed è meta di un turismo locale da selfie e foto simpatiche. I vini sono buoni, molto: ottimi profumi, grande lavoro di marketing, ricerca, qualità… I dipendenti girano con magliette aziendali e alternano vendita con accoglienza turistica. Da vedere.

La terza, invece, è una cantina stratificata. Un’azienda di tre generazioni che conserva botti in cemento, in vetroresina, in legno e in acciaio; che accoglie pullman e singoli; che offre salame e grissini, che ti fa assaggiare tutto, che ti vende anche il baginbox. E’ una vecchia casa di campagna che si è allargata con un capannone annesso, non bella ma ben tenuta. Il proprietario è cordiale, simpatico, racconta, commenta. I vini sono gradevoli, molti già sentiti, ma c’è anche un po’ di ricerca. Qualcosa da scoprire c’è.

Un bel giro, che consiglio: bei panorami, buoni vini, cibo non male… In pochi chilometri trovi così diverse filosofie produttive. C’è molta intelligenza in quel territorio.

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Ma qual’è la vera grappa?

Grazie a Carmine, sono andato a Boglietto di Costigliole d’Asti alla Distilleria Beccaris per assaggiare le due nuove grappe premium dell’azienda. Si trattava e si tratta di due grappe assai ricerate: una da vinacce di moscato e l’altra da vinacce di barolo. E poi anni di invecchiamento e maturazione in legno. Sono due grappe assai profumate, con un bouquet molto ricco, lungo, che evolve momento dopo momento; in bocca morbide e calde, non stucchevoli ma neppure aggressive. Fin troppo premium per i miei gusti. Due super grappe monovarietali e d’annata (2001 e 2009) ricche e intense come un buon rum o come un cognac di qualità. Roba da gusti internazionali, da sorseggiare, da appassionati all over the world. Il bicchiere da grappa mi è sembrato fin troppo piccolo e io opterei per un baloon, così da sentire meglio i profumi, scaldare e godere del continuo divenire del distillato.

Sono destinate ad un segmento alto, bar o ristoranti o privati appassionati. Il contenuto è veramente al top, ma anche la bottiglia (che ricorda profumi piuttosto che beverage) lo è: i due aspetti coincidono.

Ed io che mi domando? Ma è grappa o una sua evoluzione? E la mia grappa secca, poco profumata cos’è? Il passato, un passato destinato a scomparire? Non so, ma intanto l’ho assaggiate più e più volte nel corso della serata, senza darmi risposte definitive… Però buone!

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Bella luce, buona cucina

Il quadro di Renoir è espressione di felicità pura: i giovani canottieri con le loro amiche si stanno godendo una colazione lungo la Senna. C’è luce, ci sono bottiglie di vino, il cibo è già stato consumato, si è felici… Una sensazione che ho vissuto in maniera più solinga, con una luce simile, con un piacere di stare a tavola come il loro, al Caffé La Crepa di Isola Dovarese (Cr), sull’Oglio (e no, non è la Senna, ma la luce, sì, era la stessa). E’ un paese della bassa che sembra un set cinematografico, con palazzi grandissimi a fare da scenografia. Cammini nel pomeriggio autunnale e ti sembra di essere in un quadro onirico di De Chirico con rumori e suoni che si perdono nelle strade vuote. Tanta storia è passata di lì. Ed anche il Caffé La Crepa ne ha tanta da raccontare. E’ lì da tanto tempo, nello stesso angolo della grande piazza. Si tratta di un’ex locanda di campagna convertitasi ad una cucina tradizionale ben presentata e ben fatta. Più borghese, da ristorante della domenica per spiegare. Il locale si apre come un vecchi caffé, con un lungo bancone, ma di lato, nella sala dietro e nell’ex veranda si trovano decine di tavoli rettangolari e quadrati, spesso antichi pure loro. Tutti ben apparecchiati con tovagliato di qualità, piatti classici ma originali, bicchieri ad hoc. Il menù è strattamente locale, legato alla tradizione ai prodotti locali: pasta fresca, pesci di acqua dolce, volatili da cortile o da fiume (l’Oglio scorre lì vicino), carni rosse. Buona scelta dei vini locali e non e anche birre artigianali. Il servizio è di qualità, cordiale e preparato, ma spesso econo anche i cuochi a servire e a spiegare. Alla fine del desinare, si può visitare l’annessa bottega e comprare paste fatte in casa, sughi, salse, mostarde, vino locale e non. Buon cibo, bella luce.

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Prunent e Futurismo: una lettura possibile

Un dinamico antico

Il Futurismo predicava l’abbandono del “passatismo”, era contro i musei, il languore romantico, le pesanti abitudini tradizionali… Celebrava il mondo nuovo con la sua velocità e predicava rottura, nuovi schemi, capacità di essere nel cambiamento e non essere travolto da…

Un modo di pensare che anticipava e si è poi integrato con il presente. Un fluire di passato, passato prossimo e presente che la mostra illustra con oltre settanta opere. Una visione coinvolgente: dall’ultimo decennio dell’Ottocento fino al 1960. Ed è proprio sul finire dell’800 che la grande povertà delle aree montane, le difficoltà di un’agricoltura contadina legata alla sussistenza e all’autoconsumo, unita alla diffusione della Fillossera, causarono il lento abbandono del Prunent, antica varietà di nebbiolo, caratterizzata da misurati rendimenti. Un antico che se ne andò.

Per poi tornare, tradizionale ma modernissimo. Da un lato, infatti, segeuendo Filippo Tommaso Marinetti, padre fondatore del movimento, che confida apertamente nelle capacità dell’uomo in rapporto con la natura, i fratelli Garrone, in collaborazione con l’Associazione Produttori Agricoli Ossolani, a partire dagli anni ‘90, hanno dato vita ad un progetto di recupero della viticoltura ossolana e del vitigno autoctono Prunent. Proprio partendo da quelle viti vecchie, ma franche di piede, ultra centenarie, allevate su ripidi terrazzamenti con la tradizionale Topia. Sessanta piccoli produttori sono oggi coinvolti in questo progetto comune. Dall’altro lato, il recupero del Prunenet è stato anche favorito dalla diffusa mentalità post futurista, che vede nel rapporto veloce con il mercato e le tendenze di consumo, l’essenza della produzione moderna. In velocità si è infatti evvertito il rinovato interesse per il vino degli anni ’80, la riecerca di autenticità degi anni ’90, il rinnovato rapporto fra prodotto e territorio del terzo mllennio. Il Prunent osoolano è dunque interprete di modernità futurista, declinata con la tradizione e con il territorio. Il Prunent fotografa infatti un territorio difficile, caratterizzato da rigide condizioni ambientali distinte da violenti sbalzi termici tra giorno e notte, da impervi ed inaccessibili appezzamenti strappati alla montagna che impongono lavorazioni manuali ed un impegno costante in vigna.

I terreni, a base granitica, originano un prodotto che prevede una fermentazione sulle vinacce per almeno sette giorni e una maturazione per tredici mesi, di cui 6 in barrique, custodite in questo caso nella cantina dell’antica casa “Cà d’Mattè”, sita ad Oira. Riposa in bottiglia per un anno prima di essere messo in commercio.

Il Prunent esprime grande finezza ed eleganza. Regala un naso denso di sfumature minerali che virano dal cuoio al tabacco per concentrarsi su note fruttate di prugna e ciliegia. La speziatura dolce di cannella e le piacevoli percezioni vegetali di china e rabarbaro completano le sensazioni gustative con un ricco finale floreale di viola.

Veronelli, nel 1968, nella sua guida diceva: “bel vino, perdio, rosso rubino; secco con piacevole fondo acidulo; grana fine e scorrevole; corpo lieve ma elegante. Il vitigno richiede cure particolari, la produzione d’uva non è così abbondante e la vinificazione non ammette errori”

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Ecco la Guida alle Cantine Piemontesi (ma non tutte e non tutti i territori)

Non è la prima, e neppure completa, ma certo interessa chi ama il Piemonte vitivinicolo più noto. Si tratta infatti della Guida alle Cantine edita da Made in Piedmont (associazione che raccoglie oltre 80 importanti cantine della Regione),che prova a raccontare il vino di alcune aree piemontesi, attraverso l’accoglienza. Quella dei vitivinicoltori che, in Piemonte sono spesso gli stessi proprietari della cantina, tipicamente a conduzione famigliare; e quella dei servizi messi a disposizione dell’enoturismo: dalle semplici degustazioni alle passeggiate in vigna, dalla possibilità di dormire tra i filari al ristorante allestito “tra le botti”, dalle cooking class alle attività all’aria aperta: e-bike, equitazione, wine-trekking, picnic, yoga e arte tra i filari.

L’enoturismo infatti fa della cantina il centro di riferimento per la promozione e la valorizzazione delle attività turistiche sul territorio, non necessariamente legate all’enogastronomia. Un fenomeno che non vede crisi. Non è una novità assoluta, anzi: a livello globale, enoturismo e turismo gastronomico valgono (dati World Tourism Organization) qualcosa come 77 miliardi di dollari, di cui 3,5 miliardi vengono assorbiti dal nostro Paese, per un totale di 14 milioni di visitatori in giro per le colline italiane. Il profilo dell’enoturista è quanto mai interessante: spende in media 85 euro al giorno, che salgono a 160 quando pernotta. Nello specifico, una cantina dotata di accoglienza può fare tesoro delle visite: gli enoturisti incidono in media per il 26,9% sul fatturato e costituiscono il più efficace canale di vendita diretta e fidelizzazione.

«La nostra Guida alle Cantine, prima nel suo genere», ha spiegato Gianni Gagliardo, produttore e presidente dell’Associazione Made in Piedmont, «ha lo scopo di facilitare il viaggio dei visitatori alla scoperta del Piemonte del vino, aiutandoli a pianificare le tappe. Ogni produttore è unico: si distingue per carattere e personalità. È questo che rende peculiare il suo modo di fare il vino e di offrirlo ai suoi ospiti».

La Guida alle Cantine di Made in Piedmont è progettata per essere uno strumento agile e pratico, utile, pensato per i wine lover e per le loro esigenze. Una bussola che aiuta ad orientarsi all’interno della sconfinata offerta di vini piemontesi, con un importante cambio di ottica. Non si parte dai giudizi sulle etichette, ma dai territori. Si parte, o meglio, si riparte, a raccontare il vino dai luoghi dove nascono, maturano e vengono raccolte le sue uve, dalle mani e dalle migliaia di vite che ogni giorno dedicano la loro passione e professionalità alla vite.

Verrà distribuita nei principali luoghi di interesse turistico del Piemonte: Atl e uffici turistici, Enoteche Regionali, ristoranti e alberghi, strutture ricettive. In più copie sarà sempre consultabile presso le cantine aderenti al progetto.

Descrive i soli quattro principali territori vitivinicoli del Piemonte: le Langhe, il Roero, il Monferrato e le Terre del Gavi, ciascuno dei quali illustrato con mappe e notizie di interesse turistico. Il viaggio si snoda su 31 comuni piemontesi e 56 produttori, raccontati attraverso schede che “simulano” la visita in cantina e contengono tutti i servizi offerti, fornendo per ciascuno il contatto diretto alla prenotazione o alla richiesta di informazioni. Un sommario intelligente, al fondo della guida, indicizza ciascuna struttura per nome, territorio e Comune di appartenenza.

Accanto alla guida cartacea, l’Associazione Made in Piedmont ha creato il relativo portale (guidaallecantine.com). Qui le mappe diventano geolocalizzate e c’è la possibilità di gettare un “occhio sui vigneti” grazie alle wine webcam installate sui meravigliosi paesaggi riconosciuti Patrimonio dell’Umanità Unesco.

LA GUIDA IN NUMERI

2.000 guide stampate
56 cantine censite in 31 diversi comuni
4 territori narrati (Langhe, Roero, Monferrato, Gavi)
2 lingue (italiano e inglese)
1 portale – www.guidaallecantine.com

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Un Corso a Ghemme

Non è la prima volta che organizzo un corso sui vini a Ghemme, ma questa volta c’è la collaborazione con l’Unpli ed altri soggetti interessati; poi a fare gran parte del lavoro ci sono due sommelier Ais. Interessante. Vi invito a leggere il programma e di divulgarlo. Ci vediamo a Ghemme?

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L’Italia del Pesce e il Lago di Costantino

Qualcuno ha svuotato un cassetto nella mia scuola. Un collega andato in pensione. Un bidello poco efficiente. Materiale lasciato sul tavolo della sala insegnanti. Ossi di seppia. Vite lontane. E così, fra fogli e buste di plastica, appunti che non serviranno più, compiti mi consegnati… un libro. Un vecchio libro “L’Italia del Pesce” (del 2006) dell’Accademia Italiana della Cucina che ho raccattato perché, così, non butto mai via un libro se non l’ho prima letto, scorso, sfogliato, guardato… Questo lo terrò: è ricco di nozioni facili sui pesci in Italia, qualche nota storia e ricette tradizionali (e come poteva essere diversamente parlando di Accademia). Così, cercando, fra i ristoranti consigliati il San Rocco di Orta, allora sede elettiva di Costantino Tromellini, dottore e delegato dell’Accademia. Quante belle serate, lui, Barisonzo e noi giornalisti. Il dottore l’ho ricordato qui… E il ristorante ora com’è? Non lo so, non ne sento parlare…a riprova che la fama si conquista sì coi fatti ma anche con le parole…

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Un caffè con “tre esse”

Abbiamo partecipato, lunedì 16 settembre, presso il ristorante La Rampolina di Stresa, alla “Presentazione del mondo Essse Caffé” (con tre esse), rivolta a ristoratori e baristi.
Un incontro interessante, fatto di approfondimenti che riguardano il mondo del caffè, ma anche di importanti nozioni teorico pratiche, per addetti ai lavori, e non per ultime, con precisazioni che riguardano comuni modi di pensare riguardo le miscele che compongono i caffè, e l’utilizzo, non sempre corretto dei materiali, nelle varie preparazioni della caffetteria.
Questo, è quello che Vito Campanelli, consulente e Bar- Trainer, della Essse Caffè tende a sottolineare: “Le miscele, sono sempre la composizione di più qualità di caffè, di cui la Arabica, è la più apprezzata e conosciuta tra i consumatori”, e ha aggiunto poi il consulente aziendale che “va però, supportata con altre qualità, come la Robusta, essenziale per dare struttura al caffè, ed ottenere cosi un espresso corposo e cioccolatoso”.
Tante sono state le domande, durante la serata, da parte del numeroso pubblico partecipante, a dimostrazione di un interesse professionale molto sentito, riguardo le tecniche più corrette per servire un espresso all’altezza della sua fama.
La serata si è poi conclusa per tutti gli ospiti con un piacevole aperitivo offerto da parte del noto brand di caffè; con lo sfondo del Golfo Borromeo come vista, a far da cornice.

Mirco Pastini

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Colazioni in Hotel

Ricordo ancora le chiacchiere del secolo scorso sulle colazioni d’Oltralpe in hotel: passava la Francia, in cui appariva il burro; ma la Germania e le altre lande nordiche davvero stupivano: salumi, formaggi, uova, salsicciotti… Era un fenomeno curioso: chi a stento ingurgitava un caffè, all’estero si metteva in pancia panini, salse salate, frittate e torte cremose. Col tempo l’interesse è scemato: si viaggia di più, si acquisiscono altre abitudini, ci si abitua… Per me la colazione in hotel è oggi parte fondamentale del viaggio.

Se vado a visitare una città, spiego, prendo un hotel con colazione compresa. Colazioni che incidono con 10 – 15 euro sul costo della camera. Mangio abbondantemente, perché voglio camminare molto, visitare tanto, non perdere troppo tempo per nutrirmi… Mi piace infatti mangiare e stare a tavola: se debbo, vado al ristorante e ci spendo un paio di ore. Se voglio visitare e vedere, meglio non perdere tempo e fare una colazione abbondante e uno spuntino al bar verso metà giornata e, infine, una cena leggera. Dormo meglio.

Oggi ho sentito alla radio un po’ di chiacchiere simpatiche sulle colazioni d’Oltralpe e sono ripiombato nel secolo scorso. C’è ancora gente pensare che mangiare troppo a colazione sia una forma di cafonaggine. Come anni fa. Invece per me è un servizio che l’hotel dà. Sarebbe come chiedere una camera matrimoniale per un singolo per stare più comodo (fatto) o volere la vasca da bagno invece e della doccia (fatto anche questo) o volere una camera in alto (fatto)… Insomma, una colazione abbondante è quello che cerco quando sono in viaggio e non ho voglia di dedicare il giusto tempo per mangiare… E non mi sento un cafone.

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Lode ai treni, austriaci e non

Un salotto di libertà ed anticonformismo: ecco cosa sono i treni austriaci. Puoi prenotare il posto, ma non è obbligatorio; puoi ordinare da mangiare al tuo posto; puoi comprare qualcosa dal carrello e puoi bere vino, vino e birra e altri alcolici… E non è poco!

Ecco le foto del catalogo:

Potete constatare anche voi che c’è scelta e non è troppo caro. Si viaggia bene si può bere, s si vuole. E senza scandalo. L’anno scorso, su un volo Alitalia, Roma Milano, classe economica, ho chiesto una birra. Mamma mia, “noi non teniamo alcolici” , mi è stato risposto. Vade retro peccatore! Ma mica dovevo guidarlo io, l’aereo. Antipatici. Fin che posso, da allora, utilizzo i treni. Sono comodi, offrono servizi e arrivano nel centro città. Milano – Roma per me è imbattibile. Ma anche per arrivare a Vienna lo è, perdi giusto un paio d’ore, ma risparmi, sei comodo e, non dimentichiamolo, inquini meno. Ed è già un buon motivo per bersi un vinello, una birra e prosit!

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Pixel contro la privacy

Cammino ai mercati generali di Budapest: c’è molta gente, molti turisti di ogni etnia… Molte foto, che cerchi di evitare. Cosa quasi impossibile. Poi vedi uno alto come te che alza sopra di sé un’asta e una piccola videocamera: filma dall’alto noi tutti, noi massa intruppata nei corridoi; filma chi mangia, chi contratta, chi guarda, chi si limita a camminare, chi è bello e chi è brutto, chi beve e chi fotografa. Ma chi gliel’ha detto che io voglia essere filmato? E se fossi li, invece che altrove? E se il tuo video girasse sulla rete ed arrivasse chissà dove? Gli faccio di no con la mano e lui si stupisce. Io passo oltre. Avrà filmato le mie terga. Non so, ma da una parte impazziamo a tutelare dati e la nostra privacy; dall’altro siamo immortalati in miliardi di pixel ovunque nel mondo ci sia turismo. Ovvero quasi ovunque. Mah!?

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Racchelli’s Goodbye

Public image / You got what you wanted / The public image belongs to me / It’s my entrance / My own creation / My grand finale

Ettore Racchelli è uscito di scena così come ha vissuto la politica: rapido, irruente, un po’ di prepotenza, velocità… forse un po’ troppo veloce per evitare di travolgere un pedone dopo un sorpasso, un piccolo scontro ed una sbandata: roba di secondi. Una vita. Lo hanno accusato di omicidio stradale e lo hanno condannato a più di quattro anni di carcere. Leggo di rito abbreviato, dunque la pena dovrebbe essere definitiva.

Mi è sembrata da una parte un uscita di scena in linea con un personaggio così talentuoso ed irruento (“di quel securo il fulmine / tenea dietro al baleno”, per dirla alla Manzoni); dall’altra un altro triste capitolo di un fine carriera politica che nasconde le qualità del personaggio pubblico Racchelli: un assessore determinato, capace di muovere grandi capitali, stimolatore di energie sopite… molto di quel che ha sognato ed ha fatto come assessore al turismo della Regione Piemonte è stato cancellato, qualcosa però è rimasto. Rimane soprattutto la consapevolezza dell’importanza del turismo e delle possibilità che la nostra regione ha; ci ha poi abituati “ad alzare l’asticella” e a porci delle sfide più alte di quelle che immaginavamo prima. Un buon allenamento…

Scrivo queste parole “vergine di servo encomio / e di codardo oltraggio”: per chiarire. Si tratta solo di una riflessione sull’amaro destino di molti di noi. E ringrazio qui i PIL ed Alessandro Manzoni per avermi aiutato a trovare le parole.

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