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Ma dove va Simolamo?

La scrittura è veloce, curvilinea e compatta: come di chi sa scrivere ma usa la penna poco e un po’ si vergogna. Interessante. La carta intestata è ancora più interessante: Atrium – Hotel – Blume di Baden: ma è andato anche là? Ecco, il mio amico Simolamo (nome di fantasia, ma suo) è così: un giramondo. Era nelle Langhe giorni fa e stava assaggiando vini e mi ha portato una bottiglia di Barolo docg Cannubi 2014 di Borgogno. Mentre era là, mi scriveva per chiedermi cosa ne pensassi. Ed io, di converso, che gli rispondevo: “assaggia, scrivi due note e poi ne assaggeremo una bottiglia insieme”.

E così è stato: una bella bottiglia di Barolo, un po’ di eleganti depliant dei Fratelli Serio & Battista Borgogno di Barolo, località Cannubi (uno dei cru della denominazione) e precise note su questa singolare carta intestata: figlia di altri viaggi.

Ma cosa scrive? “Sulla collina di Cannubi si trova la Cantina di Borgogno che l’anno scorso ha compiuto 120 anni (auguri! ndr). Ancora familiare nella gestione, si trova al centro dei migliori vigneti di Barolo”. Non male come presentazione. E il vino? “Ho assaggiato un Langhe rosso, mix di barbera e nebbiolo; una barbera; un nebbiolo; un barolo da vigneti dislocati in altre colline, annata 2014.Terre argillose; un Barolo Cannubi 2014, prodotto in questa area dove il terreno è un mix di elementi”. Due note sulle etichette: “nel 2017 hanno cambiato le etichette riportandole al passato con il disegno della collina di Cannubi che le identifica”. E i vini? “Ottima cantina, ottimi vini!”.

Non avevo dubbi, amico viaggiatore. A breve lo assaggeremo insieme!

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Okkio alle ricette!

Due mie amiche (e il relativo marito di una delle due) hanno scritto un libro notevole e composito: Muro io ti mangio! Edizioni Linaria e cura Associazione Gabarè. Le due amiche si chiamano Maria Cristina Pasquali ed Alessia Zucchi; il marito della prima, Carlo Bava. Il libro parla di erbe spontanee, quelle che sbucano da un muro fatto di sassi, e che sono state utilizzate da Maria Cristina Pasquali per alcune piacevoli ricette; da Carlo Bava come soggetto di foto in stile macro; e da Alessia Zucchi come soggetto per disegni e stampe al torchio manuale. Il tutto è raccolto in due volumi indivisibili: nel primo stampe e disegni; nel secondo foto delle erbe, foto delle ricette e ricette. In più brani di poesie, glossario, codificazione latina di Linneo di famiglia e di specie, consigli… Un bel libro artistico che sta circolando da alcune settimane. A partire da Editoria e Giardini di Verbania dove ha avuto il suo battesimo ufficiale. Belle foto e bei disegni e stampe, ma io –e non me ne vogliano- parlerei qui di erbe e di ricette.

Per ogni erba proposta, infatti, una ricetta che si pone in un mondo intermedio fra tradizione ed innovazione. Quasi a voler sottolineare la rielaborazione intelligente di una tradizione che altrimenti si sarebbe espressa in modo semplice: minestre, verdure cotte, insalate miste… qui invece le erbe si tramutano in piatti semplici ma non troppo, in nuove attenzioni alle cotture, ad un approccio da nouvelle cuisine per il mantenimento dei sapori, ad una cura artistica delle presentazioni… Insomma, ripetibili con un po’ di passione, di piacere, di conoscenza, di intelligenza…

Per cui, sfoglio a caso, per l’Erba Vento si propone un Raviolo Muraiolo che arriva dritto dritto da Gualtiero Marchesi; per il Guardacà si propone un Pinzimonio sul Tetto dallo spirito zen; per la Viperina i Pacchetti Romantici che mescolano Spagna e Svizzera (poi capirete perché); per l’Ortica una Crosta Vertiginosa e via dicendo. Le erbe proposte sono dodici, le ricette altrettante. Si passa dagli antipasti per arrivare al dolce. Tutto preparato con le erbe spontanee che crescono sui muri della nostra zona, ma anche altrove in questa parte dell’emisfero. Belle ricette ed anche buone. E mi tornano alla mente le parole di Marco Sacco, chef bistellato qui vicino, che parla di rendere prezioso il semplice. Qui si va oltre: si rende prezioso e buono lo sconosciuto, il buono da mangiare che non ti aspetti. Uhmm, buono! Bello!

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Identità nazionale o di classe?

La cucina dell’élite si è sempre differenziata da quella del popolo. La borghesia, intanto, scimmiottava i potenti. Un dato di fatto storico: spezie, spreco, rarità, primizie, carne… Ogni era ha la sua. Oggi la differenza sta nella fama del cuoco, nell’originalità dell’offerta, nella nomea di alcuni prodotti e di alcuni vini. Il ricco si distingue per quello, per gli altri una cucina per certi aspetti più sana e certamente più semplice. La cucina popolare, però, unisce; la cucina dell’élite divide. Per cui stupisce che un’associazione nazionale di cuochi, la Fic, proponga sulla sua rivista una ricetta Omaggio all’Italia per i suoi 50 anni. Una ricetta apparentemente popolare in realtà snob ed elitaria. Un ibrido che separa e non unisce. Un Giano bifronte che guarda il popolo, la quotidianità e dall’altra ammicca all’élite. Troppo complicata per i semplici, troppo semplice per i “parigini”. Ma leggiamo: “Uno spaghetto cotto in infusione di basilico (e cosa è?)… mantecato con estrazione di mozzarella (?) fior di latte e con una vellutata di pomodoro, per concludere con ricotta e gambero rosso (costoso assai ndr). Questo primo sublime e affascinante come lo è il nostro Paese, è stato realizzato dallo Chef Seby Sorbello, presidente di FIC Promotion, a nome di tutta la Federazione Italiana Cuochi”. No, non mi piace: divide e non unisce.

Il piatto di Seby Sorbello per i 50 anni della FIC

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Il Maiale Etico

Sto diventando un carnivoro etico: le foto che girano sulla rete mi commuovono, vere o false che siano. Questi maiali, questi animali imprigionati, dallo sguardo triste, malmessi… mi muovono dentro. Faccio sempre più fatica ad accettare la carne come una semplice somma di proteine, vedo l’animale dietro. Non mi fa male mangiare la carne delle galline di mamma: le ho viste vivere, mangiare, stare bene senza maltrattamenti; non mi dispiace mangiare carne da caccia: sono vissuti liberi, uccisi in un colpo senza trasporti, ammassamenti, botte… Non mi dispiace neppure la carne dei maiali allevati allo stato brado e semibrado (da me ci sono due allevamenti in valle Anzasca): fanno una vita serena, naturale… Per il resto invece nulla: non c’è informazione, non si sa nulla, si consuma e basta. Prima o poi mi stuferò, prima o poi ci stuferemo di mangiare carne da animali maltrattati, ammassati, senza identità…

Intanto i produttori di carne e derivati dovrebbero parlarci, spiegare come vengono allevati gli animali, come vivono… Sono stato due giorni a Langhirano (Parma), dove si produce gran parte del prosciutto crudo italiano, e non ho trovato traccia di simili riflessioni. Se non sulla cronaca del giornale locale, “La Gazzetta di Parma” in cui si legge che il primo giorno del Festival del Prosciutto di Parma (a Langhirano appunto) c’è stata una tavola rotonda con lo chef Davide Oldani, il sociologo Giorgio Triani e Francois Casabianca dell’istituto agronomico di Francia (Inra). Quest’ultimo ha detto, testualmente, “Il prosciutto crudo è un’occasione di piacere, emozione, qualcosa da condividere con la gente”. Ma, ha aggiunto, “I giovani non consumano più come noi o come i nostri anziani, bisogna considerare il benessere animale e anche la questione ambientale dell’inquinamento sono temi importanti da affrontare, le indicazioni geografiche tipiche devono prendere in considerazione quest’aspetto”.

Ecco, i produttori devono prendere in considerazione la diffusione di questa nuova sensibilità animalista e dare delle risposte. O i carnivori diventeranno una minoranza rozza e snobbata.

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Cosa fanno i cuochi (di Verbania) il lunedì?

Mi ha sorpreso che ieri, lunedì alle 15, nella sala de Il Maggiore di Verbania non ci fossero cuochi. Io per lo meno non ne ho riconosciuti e non si sono fatti riconoscere: né di Verbania, né dell’Ossola, né del Novarese, né di Varese, né dalla Svizzera… eppure a parlare c’era Enrico Crippa, chef brianzolo ma operante ad Alba, ristorante Piazza Duomo, tre stelle Michelin. E scusate se è poco, mi verrebbe da dire. Eppure, neppure un cuoco. Ed io che penso ci sia sempre qualcosa da imparare da chi fa meglio di me. No, neppure un cuoco. Non credo siano tutti “imparati”; forse pigri, supponenti, orgogliosetti…

Peccato.

In realtà non era lui il soggetto. Il soggetto dell’incontro, visto che eravamo in casa di Editoria e Giardini, era il suo orto, l’orto dei Ceretto che fornisce piante, essenze, fiori, profumi, colori alla sua cucina. Piatti come L’insalata 21-31-41 (andatela a vedere sulla rete). E il magister elegantiarum di questo magnifico orto di 4 ettari è Enrico Costanza, il giardiniere ortolano che segue il tutto e si “interfaccia” con lo chef in una comunione creativa unica, degna di tale ristorante. Tante le cose raccontate, tante le domande fatte ai due Enrichi; tante le curiosità e le informazioni degne di menzione… Molto. Niente per i cuochi assenti. Sono tutti imparati?

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Ad Editoria e Giardini ci sono anch’io (a parlare di acqua minerale)

Bella giornata quella del 3 settembre prossimo a Verbania: Editoria e Giardini sarà l’occasione per ascoltare, incontrare ed interloquire con alcuni protagonisti a latere del settore: me compreso. Umile in tanta gloria, felice di esserci. Se passate di lì, venite a trovarci: ci sono libri, piante, convegni, mostre, acqua, vino e cibarie… Qualcosa si trova, direi!


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Ma chi capisce l’arte contemporanea?

Mi piacerebbe sapere chi comprende l’arte contemporanea? Quanti? Forse chi la fa, chi la condivide, chi la usa per viverci. La gente normale o si fa suggestionare o non la comprende. In più non sa la storia e dunque si muove nella nebbia. Dovresti spiegarle che nella società libera d’oggi l’artista raramente lavora per una committenza (per quella ci sono gli architetti), come nel Medioevo, e che, comunque, fa fatica a sentirsi imbrigliato. E dall’Ottocento romantico che succede così: si fa arte per l’arte. E devo dire che i tentativi opposti: fare arte per il potere, fare arte per educare le masse, fare arte per celebrare un dio… non hanno dato esempi altissimi di creatività. Almeno dopo il Rinascimento.

Cosa vuoi dunque che capisca uno come me di arte contemporanea? Poco, nonostante l’acculturamento. Mi faccio suggestionare, semmai. Però quando devo passare ad attribuire un valore all’opera, cado nel buio e penso che spesso si tratti di speculazione. Fuffa, aria fritta… per intenderci. Magari sbaglio, però.

Idem per l’alta cucina che non amo in toto. Non amo quando non la comprendo, quando non so cosa esprima, quando penso che siano altri a dare il valore alle cose. E dunque comprendo la Gabanelli e il suo post assai criticato. Uno sfogo condivisibile che credo non renda giustizia alla chef da lei criticata. Ma che però mette a nudo il disagio che il normale ha di fronte all’arte contemporanea tradotta in cucina. Poi, la mancanza di contenuti in molti chef è palese, ma non solo nell’alta cucina. Un vuoto che la forma fa fatica a coprire.

A volte poi, la forma ricercata mette in cattiva luce anche piatti dai contenuti validi. Insomma, io la Gabanelli la comprendo. E voi?

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Senza Solfiti o Senza Solfiti Aggiunti?

Io ho sempre saputo che si possono fare vini senza solfiti, con grandi difficoltà tecniche e risultati non sempre brillanti. Senza solfiti aggiunti, per l’esattezza, perché mi fu spiegato che se ne formano naturalmente durante la fermentazione. Ma adesso non so più. Forse mi è sfuggito qualcosa.

Leggo infatti su “Maremma Magazine” del luglio di quest’anno che una ditta del loco, l’azienda La Pieve, ha messo in commercio il vino Essentia Naturae. Un vino biologico “senza solfiti” da uve sangiovese, cabernet sauvignon e petit verdot. L’affermazione è importante: “senza solfiti” si legge sulla contro etichetta e sul collarino da cui è elegantemente ornata la bottiglia.

Nell’articolo però si legge che “è un vino rosso senza aggiunta di solfiti… biologico… completamente made in Maremma”. Ecco, appunto, “senza aggiunta di solfiti”; ma poche righe dopo si legge “ben tollerato proprio per l’assenza di solfiti”. Confusione totale!

Il vino ha o non ha i solfiti? Credo che abbia solo i solfiti, pochissimi, spontanei e che non ne aggiungano altri. Ma la comunicazione però è ingannevole. Spero che l’etichetta che non si vede in foto dica così, “senza solfiti aggiunti”. Oppure la norma è cambiata e si può scrivere così. Io però non ho trovato traccia.

Intanto leggo con piacere che in Italia “è entrato in vigore il decreto legislativo 23 del 15 dicembre 2017 che dà il via alla disciplina UE di tutela dei consumatori” (“Food & Beverage” giugno – luglio 2018). E cosa c’entra con i solfiti, direte voi? C’entra, c’entra… “Definire, ad esempio, un prodotto come vegano o vegetariano quando non ne ha le caratteristiche costituisce una violazione delle pratiche leali d’informazioni…”. E dire che il vino è “senza solfiti” invece di dire “senza solfiti aggiunti” è informazione ingannevole?

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Paolo Griffa superstar

About Me

Paolo Griffa è un prescelto. Un cuoco che era già bravo da ragazzo ed ora è un professionista affermato. Sul Corsera si parla di lui e si dice che lavora come “giovane chef”, “firma dei tre ristoranti del Grand Hotel Royal e Golf di Courmayeur”. Non male con uno che non ha nemmeno trent’anni (o giù di lì). Però è sempre stato così. Nella sua scuola, il Giolitti di Torino, un’intera parete è piena di targhe ed attestati di vittorie ottenute quando era studente; poi per anni alla corte del bistellato Marco Sacco al Piccolo Lago sul lago di Mergozzo. Ed anche vincitore e finalista di tanti premi internazionali. Un perfezionista, uno “che ci crede”. Uno con la faccia da “nerd”, ma con una volontà di ferro. Un esempio per tutti. Bravo Griffa superstar!

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Dove sono le bettole?

Sul Corsera di oggi c’è un’intervista a chef Rubio che dice molte cose interessanti, alcune meno, e prende posizione sulla “vera cucina” che, secondo lui, sarebbe nelle bettole e non nei ristoranti “slegati dall’essere umano”. Cosa siano le bettole, però, non è chiaro. Sembrano più che altro una costruzione letteraria: cucine povere fatte da gente del popolo. Un po’ “cucina della nonna” e un po’ “cucina popolare”. Un’immagine romantica che qui nel pezzo d’Italia dove vivo non trovo. Nei circoli, una volta le “bettole” per antonomasia, si sono piazzati dei cuochi veri e le famiglie meridionali di una volta non ci sono più: troppe sono le norme per lasciare spazio all’improvvisazione creativa. Semmai si potranno trovare ai margini, al Sud, forse, e certamente all’estero. Ma qui no, non ci sono più. Se uno vuole dell’improvvisazione creativa deve contare su amici, parenti, cucine private. Oppure, e qui dissento da Rubio, andare in un ristorante con un cuoco vero ed intelligente e non supponente e mangiare lì.

E le “bettole”? Se si considerano come bettole i locali basici, cioè le pizzerie, i camioncini e i kebab… il panorama creativo è deludente: tutto surgelato, moltissimi semilavorati, ignoranza diffusa su prodotti e processi. Un po’ come sperare nella creatività nei tramezzini del supermercato.

Dunque, a mio avviso, le “bettole” non esistono (almeno per me qui). E se vuoi creatività devi contare su un privato o su un cuoco professionale e non montato; se vuoi la semplicità vale quanto sopra. Le bettole sembrano esistere più che altro nella testa di molta gente, compresa quella dello chef Rubio. Che, però, sia detto, vive una regione umana più ampia della mia. Dove le bettole sono forse quelle che lui descrive nell’intervista.

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Bravo Marco Sacco

Cosa distingue un cuoco da un altro? Sì, certo, la cucina. Se uno è in grado di capirla. Più facile da capire la generosità: generosità verso il luogo dove si lavora, dove abiti e dove crescono i tuoi figli; ma anche più in là, ovviamente. Marco Sacco è così: generoso.

Non si risparmia neppure in Estate. Ed ecco qui l’iniziativa del prossimo 9 agosto. Vi riporto uno stralcio del comunicato stampa:

Torna la Risottata di confine by Marco Sacco. L’evento che attraverso il cibo vuole simboleggiare l’unione fra culture e territori fa il bis a Cannobio (VB) il prossimo giovedì 9 agosto.
L’idea, lanciata da Ticinonews, uno dei portali più letti del Canton Ticino, è stata raccolta dallo chef due stelle Michelin, patron del ristorante Piccolo lago di Verbania, da sempre appassionato di viaggi e commistioni fra culture ed è diventata un vero e proprio format.
La prima risottata di confine si era svolta infatti lo scorso 15 giugno a Brissago, sul versante svizzero del Lago Maggiore, con un grande successo di pubblico e appassionati. Questa volta si replica a Cannobio, qualche chilometro più a sud, panorama e paesaggio ugualmente suggestivo, tra il lago e le montagne.
Organizzato da Ticinonews (http://www.ticinonews.ch), in collaborazione con il Comune di Cannobio e il suo primo cittadino, Giandomenico Albertella, che ha sposato con entusiasmo l’iniziativa dando in dotazione gli spazi, l’evento, gratuito ed aperto a tutti, è un modo per celebrare il territorio che corre lungo le sponde settentrionali del Lago Maggiore, attraversato dalla frontiera che divide Italia e Svizzera, attraverso la degustazione di un piatto che unisce due paesi.
Giovedì 9 agosto, nella splendida cornice di Piazza Lago, nei pressi del Porto vecchio di Cannobio, a partire dalle 18.30 Marco Sacco e la sua brigata prepareranno un super-risotto la cui preparazione è già uno spettacolo cui vale la pena di assistere. Lo faranno, infatti, cucinandolo nella Guendalina, una super pentola del diametro di 140 cm, che lo chef ha fatto appositamente costruire per queste occasioni e che può servire fino a 600 porzioni.
Il protagonista dell’evento sarà un risotto a regola d’arte: è il Riso, pepe nero e raclette, una combinazione perfetta di prodotti di culto italiani ed elvetici: il made in Italy di riso, burro e grana padano si sposa a perfezione con una sapiente scelta delle materie prime made in Swiss come la raclette, il mitico formaggio ad alta proprietà fondente originario del Vallese, che insieme ai sottaceti costituisce uno dei capisaldi della cucina d’oltralpe. Fondamentale per la buona riuscita del piatto l’uso del pepe aromatizzato della Vallemaggia, eccellenza territoriale nata nell’omonimo distretto del Canton Ticino“.

La cucina che unisce e fa conoscere… ben fatto Marco!

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50 TOP PIZZA


È ‘PEPE IN GRANI’ DI FRANCO PEPE

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LA MIGLIORE PIZZERIA D’ITALIA E DEL MONDO DEL 2018

Il locale di Caiazzo (CE) bissa il successo della prima edizione, piazzandosi al primo posto della più importante guida on-line di settore. 

https://www.50toppizza.it/

Seguono sul podio ‘I Masanielli’ di Francesco Martucci (Caserta) e ‘50 Kalò di Ciro Salvo’ (Napoli).

Nella top 50 comanda la Campania con 19 insegne,

seguono staccate, a quota 5, Lazio, Lombardia e Toscana.

20 i Premi Speciali, 8 gli importanti riconoscimenti internazionali a pizzerie di 5 continenti.

 

Franco Pepe concede il bis e la sua ‘Pepe in Grani’ si conferma la migliore pizzeria d’Italia e del mondo. Il locale del maestro pizzaiolo di Caiazzo (CE), già sul gradino più alto del podio nel 2017, si aggiudica infatti la prima piazza anche nella nuova edizione di 50 Top Pizza, la prima e più importante guida on-line di settore firmata da Barbara Guerra e Albert Sapere, curatori del congresso LSDM, e dal giornalista enogastronomico Luciano Pignataro.

L’annuncio è stato dato martedì 24 luglio al termine di una splendida serata che ha visto il coinvolgimento dell’intero movimento della pizza italiana e internazionale presso il Teatro Mercadante di Napoli. Sul palco sono saliti, in ordine crescente, tutti i pizzaioli presenti, con le proprie insegne, nelle prime 50 posizioni della classifica di 50 Top Pizza e per questo insigniti dei ‘5 forni’, simbolo che contrassegna il gotha della pizza mondiale. Un evento andato in scena al termine di un lungo countdown che quest’anno ha passato in rassegna, raddoppiando la cifra della scorsa edizione, ben 1.000 pizzerie da Nord a Sud dello Stivale. Sotto la lente di ingrandimento, oltre al prodotto, anche tutto ciò che a quest’ultimo ruota attorno, dal servizio all’arredamento, passando per le carte dei vini, delle birre e degli oli extravergine d’oliva. A giudicare, nel rispetto dell’anonimato e pagando il conto, 100 ispettori, coadiuvati, per la stesura del ranking finale, da una giuria di qualità composta da 20 esperti nazionali.

Sul podio, al fianco di Pepe, la pizzeria ‘I Masanielli’ di Francesco Martucci (Caserta) e ‘50 Kalò di Ciro Salvo’ (Napoli). Tre i maestri pizzaioli a siglare una doppietta, cioè con due pizzerie nelle prime 50: Enzo Coccia, con ‘La Notizia 94’ (in 5^ posizione) e ‘La Notizia 53’ (8^), entrambe a Napoli; Gino Sorbillo, con ‘Gino Sorbillo ai Tribunali’ (6^) e ‘Lievito Madre al Duomo’ (12^), la prima a Napoli e la seconda a Milano; Stefano Callegari, con le romane ‘Sforno’ (16^) e ‘Tonda’ (22^). Netto, grazie alla presenza di 19 locali, il dominio della Campania nella top 50, seguita da lontano da Lazio, Lombardia e Toscana, a quota 5, poi Veneto ed Emilia Romagna (3), Piemonte, Abruzzo e Sicilia (2), Marche, Basilicata, Puglia e Sardegna (1).

“Una supremazia, quella della Campania, del tutto naturale e comprensibile – afferma Luciano Pignatarodato che si tratta del luogo di nascita di un prodotto che da qui è partito alla conquista del mondo. Da sottolineare in particolar modo è il boom verificatosi negli ultimi anni nel casertano, territorio ormai di elezione della pizza di qualità al pari di Napoli. Ma a crescere in maniera esponenziale è l’intero movimento, testimoniato dal fatto che a essere rappresentate nella nostra top 50 sono ben 13 regioni del Paese”.

A ulteriore dimostrazione di ciò, la destinazione di molti Premi Speciali, a cominciare da quello di Pizzaiolo dell’anno, assegnato al veneto Simone Padoan. 20 in totale i titoli conferiti, di seguito elencati.

Premio Olitalia Pizzaiolo dell’anno 2018: Simone Padoan – ‘I Tigli’, San Bonifacio (VR)

Premio Solania alla Carriera 2018: Giancarlo Casa – ‘La Gatta Mangiona’, Roma

Premio Consorzio Tutela Provolone Valpadana Pizza dell’anno 2018: ‘Margherita’ di ‘50 Kalò di Ciro Salvo’ – Napoli

Premio Olitalia Miglior Proposta dei Fritti 2018: Isabella De Cham Pizza Fritta’ – Napoli

Premio Consorzio di Tutela Della DOC Prosecco Miglior Carta dei Vini 2018: ‘Grigoris’ – Mestre (VE)

Premio Birrificio Valsugana Miglior Carta delle Birre 2018: ‘Framento’ – Cagliari

Premio Birrificio Valsugana Miglior Carta degli Oli Extra Vergine d’Oliva 2018: ‘Francesco&Salvatore Salvo’ – San Giorgio a Cremano (NA)

Premio Pastificio Di Martino Frittatina di Pasta dell’anno 2018: ‘Pizzeria Starita a Materdei’ – Napoli

Premio D’Amico Miglior Asporto 2018: ‘La Masardona’ – Napoli

Premio D’Amico Innovazione e Sostenibilità Ambientale 2018: ‘Percorsi Di Gusto’ – L’Aquila

Premio Solania Identità Territoriale 2018: ‘La Braciera’ – Palermo

Premio Consorzio di Tutela della Mozzarella di Bufala Campana DOP Benemerito della Pizza 2018: Antonio Pace e Antonio Mattozzi

Premio Pastificio Di Martino Migliore Comunicazione Web e Social 2018: Vincenzo Capuano – ‘Pizzeria Vincenzo Capuano’, Napoli

Premio Pastificio Di Martino Valorizzazione del Made in Italy 2018: ‘Ribalta NYC’ – New York

Premio Del Cuore S.Pellegrino 2018: Gino Sorbillo – ‘Gino Sorbillo ai Tribunali’, Napoli

Premio De Nigris 1889 Pizza con Aceto Balsamico dell’anno 2018: ‘Pane e parmigiano, carpaccio di pomodori con aceto balsamico e culatello di Zibello’ di Simone Padoan – ‘I Tigli’, San Bonifacio (VR)

Premio De Nigris 1889 La Performance dell’anno 2018: Enzo Coccia – ‘Pizzaria La Notizia 94’, Napoli

Consegnati inoltre quelli già annunciati a:

Premio Consorzio Tutela Provolone Valpadana Pizzeria Novità dell’anno 2018: ‘I Masanielli’ di Francesco Martucci – Caserta

Premio Consorzio di Tutela della Mozzarella di Bufala Campana DOP Giovane Pizzaiolo dell’anno 2018: Cristiano Piccirillo – ‘La Masardona’, Napoli

Premio Consorzio di Tutela Della DOC Prosecco Miglior Servizio di Sala dell’anno 2018: ‘In Fucina’ – Roma

Grande rilievo anche per gli 8 riconoscimenti internazionali che hanno visto in lizza decine di indirizzi provenienti da 5 diversi continenti. Ecco i risultati:

Premio Olitalia Migliore Pizzeria in Asia 2018: ‘Ciak Concept’ – Shop 265, 2F Cityplaza, Taikoo Shing – Hong Kong

Premio Solania Migliore Pizzeria in Giappone 2018: ‘Da Isa’ – 1-28-9 Aobadai, Meguro 153-0042, Tokyo – Giappone

Premio Consorzio di Tutela della Doc Prosecco Migliore Pizzeria in Sud America 2018: ‘Pizzeria Guerrin’ – AV. Corrientes 1368, Buenos Aires – Argentina

Premio Birrificio Valsugana Migliore pizzeria in Oceania 2018: ‘400 Gradi’ – 99 Lygon Street Brunswick East, 3057 VIC Melbourne, Victoria – Australia

Premio D’Amico Migliore Pizzeria in Nord Europa 2018: ‘Pizzeria Luca’ – Lauttasaarentie 28, 00200 Helsinki – Finlandia

Premio De Nigris 1889 Migliore Pizzeria New York Style 2018: ‘Patsy’s Pizzeria’ -2287 1st Avenue and East 117th Street, East Harlem, New York – USA

Premio Consorzio Tutela Provolone Valpadana Migliore Pizzeria Chicago Style 2018: ‘Lou Malnati’s Pizzeria’ – 439 N Wells St, Chicago – USA

Premio Consorzio di Tutela della Mozzarella di Bufala Campana Dop Migliore Pizzeria Napoletana fuori dall’Italia 2018:                ‘Spaccanapoli’, 1769 W. Sunnyside Ave. Chicago – USA

“Quello di selezionare le pizzerie all’estero – sottolineano Barbara Guerra e Albert Sapere – è stato un lavoro non facile, ma riteniamo fondamentale, dato la popolarità assoluta raggiunta dalla pizza, premiare chi, anche fuori dai nostri confini, propone un prodotto di alta qualità. Anche in questo caso il livello medio è in forte ascesa e i pizzaioli italiani, o di origine italiana, sebbene continuino a rappresentare un baluardo e una garanzia sotto questo punto di vista, non sono più gli unici a possedere le giuste tecniche e conoscenze. Ci sono infatti colleghi nati a milioni di chilometri dall’Italia che propongono una pizza davvero ottima. E noi non possiamo che esserne felici”.

 Ecco l’elenco delle pizzerie presenti dal 1^ al 50^ posto di 50 Top Pizza:

1             Pepe In Grani – Caiazzo (CE) – Campania

2             I Masanielli – Francesco Martucci – Caserta – Campania

3             50 Kalò di Ciro Salvo – Napoli – Campania

4             I Tigli – San Bonifacio (VR) – Veneto

5             Pizzaria La Notizia 94 – Napoli – Campania

6             Gino Sorbillo ai Tribunali – Napoli – Campania

7             La Gatta Mangiona – Roma – Lazio

8             Pizzaria La Notizia 53 – Napoli – Campania

9             Francesco&Salvatore Salvo – San Giorgio a Cremano (NA) – Campania

10           Pizzeria Starita a Materdei – Napoli – Campania

11           Concettina Ai Tre Santi – Napoli – Campania

12           Lievito Madre al Duomo – Milano – Lombardia

13           ‘O Fiore Mio – Faenza (RA) – Emilia Romagna

14           Casa Vitiello – Caserta – Campania

15           Dry – Milano – Lombardia

16           Sforno – Roma – Lazio

17           Pizzeria Da Attilio – Napoli – Campania

18           Patrick Ricci – Terra, Grani, Esplorazioni               – San Mauro Torinese (TO) – Piemonte

19           L’Antica Pizzeria Da Michele – Napoli – Campania

20           Saporè – San Martino Buon Albergo (VR) – Veneto

21           Berberè – Castel Maggiore (BO) – Emilia Romagna

22           Tonda – Roma – Lazio

23           La Masardona – Napoli – Campania

24           Santarpia – Firenze – Toscana

25           10 Diego Vitagliano Pizzeria – Napoli – Campania

26           Grigoris – Mestre (VE) – Veneto

27           Le Follie di Romualdo – Firenze – Toscana

28           Piccola Piedigrotta – Reggio Emilia – Emilia Romagna

29           Seu Pizza Illuminati – Roma – Lazio

30           In Fucina – Roma – Lazio

31           Carlo Sammarco Pizzeria 2.0 – Aversa (CE) – Campania

32           La Sorgente Pizzeria – Guardiagrele (CH) – Abruzzo

33           Carmnella – Napoli – Campania

34           ‘O Scugnizzo – Arezzo – Toscana

35           Pizzeria Apogeo – Pietrasanta (LU) – Toscana

36           Pizzeria Le Parùle – Ercolano (NA) – Campania

37           Fandango Racconti di Grani – Filiano (PZ) – Basilicata

38           Lievito 72 – Trani (BT) – Puglia

39           Da Zero – Milano – Lombardia

40           Osteria Pizzeria Per Bacco – La Morra (CN) – Piemonte

41           La Braciera – Palermo – Sicilia

42           Percorsi Di Gusto – L’Aquila – Abruzzo

43           Mistral dal 1959 – Palermo – Sicilia

44           Pizzeria Mamma Rosa – Ortezzano (FM) – Marche

45           I Masanielli – Sasà Martucci – Caserta – Campania

46           Enosteria Lipen – Triuggio (MB) – Lombardia

47           Marghe – Milano – Lombardia

48           Fresco Caracciolo – Napoli – Campania

49           Framento – Cagliari – Sardegna

50           La Divina Pizza – Firenze – Toscana

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Ecologia a Video Clip

Si tratta di un’ecologia, di un “agricivismo” da video clip quello espresso dalla pellicola “God Save the Green” (It., 2013). Docufilm dei bolognesi Mellara e Rossi. Pellicola che io ho visto in una bella serata d’estate, luminosa da luna piena e con nuvole che correvano alte sopra di noi, donandoci alcune gocce di pioggia. Eravamo in un cinema all’aperto ricavato nell’enorme aia di una grande fattoria veneta, Ca’ Corniani. E abbiamo visto.

Il film mi ha sorpreso perché non esplicitava linee di pensiero, non si rifaceva ad alcun centro culturale contemporaneo (ma i registi lo sanno cosa fa Slow Food?), non conduceva per mano in alcuna direzione. Un po’ conduceva, vero, ma attraverso musica ed immagini. Era implicito, suggeriva, lasciava dei sassi sul sentiero: immagini, musiche, luci, viaggi… Quasi come in un video clip, in cui sono le emozioni e i sentimenti a fare la differenza, a suggerire. Più linguaggio poetico che in prosa.

E di che si parlava? Della “rivoluzione silenziosa degli orti” di cui ho già parlato. Del movimento mondiale che vede sempre più persone produrre parte del proprio cibo: semplici cittadini, chef, comunità, minoranze. Una riappropriazione necessaria, salvifica nelle città del terzo mondo; bella, poetica e comunitaria nel primo. Non ci sono solo patate e insalate, però, ma anche fiori e piante aromatiche che piccoli gruppi fanno germinare nelle aiuole abbandonate, sui tetti, negli spazi abbandonati dalle continue modifiche urbane. Vere e proprie terre di nessuno in cui si produce, si condividono cibo e bellezza.

Un film da vedere, un grande video clip poetico con citazioni retoriche, antiche da “L’anno del giardiniere” di Karel Capek. Un prosatore ottocentesco a cui si sono ispirati questi moderni registi poetici. Postmoderno.

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