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“Davanti al caffé indicato da Teresa c’era un negozio specializzato in prodotti alimentari italiani… prima contemplò goloso le paste fresche esposte in vetrina. Non sapeva se decidersi per le fettuccine o per i cappelletti. Una volta dentro bbandonò la lotta per farsi servire per primo… esaminò gli scaffali dei vini sperando di trovare un Barolo. Localizzato il vino, affondò gli occhi nelle morbide piramidi di cappelletti. La scelta era fatta”.

(“Tatuaje” M. V. Montalban 1976)

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Ecco la Guida alle Cantine Piemontesi (ma non tutte e non tutti i territori)

Non è la prima, e neppure completa, ma certo interessa chi ama il Piemonte vitivinicolo più noto. Si tratta infatti della Guida alle Cantine edita da Made in Piedmont (associazione che raccoglie oltre 80 importanti cantine della Regione),che prova a raccontare il vino di alcune aree piemontesi, attraverso l’accoglienza. Quella dei vitivinicoltori che, in Piemonte sono spesso gli stessi proprietari della cantina, tipicamente a conduzione famigliare; e quella dei servizi messi a disposizione dell’enoturismo: dalle semplici degustazioni alle passeggiate in vigna, dalla possibilità di dormire tra i filari al ristorante allestito “tra le botti”, dalle cooking class alle attività all’aria aperta: e-bike, equitazione, wine-trekking, picnic, yoga e arte tra i filari.

L’enoturismo infatti fa della cantina il centro di riferimento per la promozione e la valorizzazione delle attività turistiche sul territorio, non necessariamente legate all’enogastronomia. Un fenomeno che non vede crisi. Non è una novità assoluta, anzi: a livello globale, enoturismo e turismo gastronomico valgono (dati World Tourism Organization) qualcosa come 77 miliardi di dollari, di cui 3,5 miliardi vengono assorbiti dal nostro Paese, per un totale di 14 milioni di visitatori in giro per le colline italiane. Il profilo dell’enoturista è quanto mai interessante: spende in media 85 euro al giorno, che salgono a 160 quando pernotta. Nello specifico, una cantina dotata di accoglienza può fare tesoro delle visite: gli enoturisti incidono in media per il 26,9% sul fatturato e costituiscono il più efficace canale di vendita diretta e fidelizzazione.

«La nostra Guida alle Cantine, prima nel suo genere», ha spiegato Gianni Gagliardo, produttore e presidente dell’Associazione Made in Piedmont, «ha lo scopo di facilitare il viaggio dei visitatori alla scoperta del Piemonte del vino, aiutandoli a pianificare le tappe. Ogni produttore è unico: si distingue per carattere e personalità. È questo che rende peculiare il suo modo di fare il vino e di offrirlo ai suoi ospiti».

La Guida alle Cantine di Made in Piedmont è progettata per essere uno strumento agile e pratico, utile, pensato per i wine lover e per le loro esigenze. Una bussola che aiuta ad orientarsi all’interno della sconfinata offerta di vini piemontesi, con un importante cambio di ottica. Non si parte dai giudizi sulle etichette, ma dai territori. Si parte, o meglio, si riparte, a raccontare il vino dai luoghi dove nascono, maturano e vengono raccolte le sue uve, dalle mani e dalle migliaia di vite che ogni giorno dedicano la loro passione e professionalità alla vite.

Verrà distribuita nei principali luoghi di interesse turistico del Piemonte: Atl e uffici turistici, Enoteche Regionali, ristoranti e alberghi, strutture ricettive. In più copie sarà sempre consultabile presso le cantine aderenti al progetto.

Descrive i soli quattro principali territori vitivinicoli del Piemonte: le Langhe, il Roero, il Monferrato e le Terre del Gavi, ciascuno dei quali illustrato con mappe e notizie di interesse turistico. Il viaggio si snoda su 31 comuni piemontesi e 56 produttori, raccontati attraverso schede che “simulano” la visita in cantina e contengono tutti i servizi offerti, fornendo per ciascuno il contatto diretto alla prenotazione o alla richiesta di informazioni. Un sommario intelligente, al fondo della guida, indicizza ciascuna struttura per nome, territorio e Comune di appartenenza.

Accanto alla guida cartacea, l’Associazione Made in Piedmont ha creato il relativo portale (guidaallecantine.com). Qui le mappe diventano geolocalizzate e c’è la possibilità di gettare un “occhio sui vigneti” grazie alle wine webcam installate sui meravigliosi paesaggi riconosciuti Patrimonio dell’Umanità Unesco.

LA GUIDA IN NUMERI

2.000 guide stampate
56 cantine censite in 31 diversi comuni
4 territori narrati (Langhe, Roero, Monferrato, Gavi)
2 lingue (italiano e inglese)
1 portale – www.guidaallecantine.com

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Giancarlo Rebuscini, buona la prima

Bella la prima di Giancarlo Rebuscini: un bel libro di cucina “Tra Piemonte e Lombardia: le ricette tutt’intorno a una terra di mezzo” (Edizioni CentoArchi); che è un compendio ideale della cucina di qualità che si può trovare fra il Piemonte e Lombardia. In quella “terra di mezzo” che per anni è stato il novarese, dall’alta Ossola alla pianura. In più, un pizzico di internazionalità data all’Autore da una lunga militanza all’estero e dalla frequentazione di una scuola alberghiera, quella di Stresa, per poi approdare a Borgomanero, alla Bocciofila. Si passa così, senza accorgersene, dal carpione alla mousse, dalle polpettine alla tartare, dalla terrina alla quiche… rimandeno solo sugli antipasti. Sui primi, invece, il taglio è più originale, con un solo riso moderno: un Riso venere, scampi e ribes; e uno creativo: Risotto alla pesca noce. Nelle ricette di pasta fa capolino il cacao e via dicendo… Giusta l’osservazione del curatore “una sintesi che lo chef porta nei suoi piatti, fra tradizione e modernità”. Un libro, dunque, che è sì testimonianza di un cucina solida ed ancorata al territorio (tradizioni, cotture e prodotti) ma anche testimonianza di una vita professionale ricca ma composta, concreta. Buona lettura, direi. Un libro da tenere, sfogliare, usare, ragionare.

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Da un libretto del 1940

“Ecco le colline di Cavallirio, Boca, Maggiora… un lindo paese fiorito tra i frutteti e le vigne… Avanti, oltre i vigneti di Cavallirio… Altra zona vinicola: 4800 ettari di vigneti tra il Sesia e il Ticino. Queste nostre basse colline sono ottimo terreno per la vigna. Vini rossi da pasto e da bottiglia, fini, “mondiali”… Accenna appena a Sizzano, ma a Fara fa una postilla: “Distilleria d’acquavite. La più vecchia… la fondarono i frati, i cosiddetti frati dell’acquavite che abitavano il Castellone”.

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Il Vino Rosso Analcolico in Giallo

“Tanto per introdurre una variante, aveva comprato un vino rosso analcolico. Prima di cena fecero un brindisi, assaggiando la bevanda con lo scrupolo di due sommelier e Konrad Simonsen decise di non fare commenti, visto che la Contessa, in fin dei conti, era in buona fede. Fu lei a pronunciare il verdetto: “Sa di succo di frutta scaduto. Apro una bottiglia di vino vero, così domani ci tocca correre un chilometro in più…”.

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Maigret e l’haute cuisine

“Senza dubbio i cibi erano sceltissimi, ma all’ex commissario non piacevano quei piccoli piatti complicati, con le salse invariabilmente costellate di fettine di tartufi o di code di gamberi. Il maggiordomo si chinava per riempire uno dei bicchieri in fila davanti a lui”. (La collera di Maigret Georges Simenon 1959)

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Dieci anni dopo

Dieci anni dopo un’amica mi passa un libretto dicendomi: “leggilo è facile e poi è pieno di pubblicità… curioso”. Eh sì, un romanzo sponsorizzato non lo avevo ancora visto; un po’ come certi film o certi programmi televisivi. Curioso davvero. Il libro è “La donna sotto la Madonna: omicidi sul Lago d’Orta”. Opera di Marilena Roversi. Che conosco. E’ stato pubblicato nel 2008 ed ho poi ricostruito con amici che si trattò di un’originale operazione di marketing letterario locale che non ebbe seguito.

Il libro è composto da due racconti gialli e da un breve horror psicologico. I primi due ambientati sul lago e il terzo forse. La narrazione dei primi due è infarcita di citazioni pubblicitarie: vanno mangiare nel tal ristorante, mangiano il tal piatto, compare un gioiello antico comprato in una certa bottega… e le citazioni sono corredate sul finale da foto dei locali in questione. Operazione di marketing alla luce del sole. Proprio curiosa. Oltre alle foto dei locali, anche immagini del Lago d’Orta e dei suoi dintorni, una cartina. Non male, ben confezionato.

I locali invece erano una scelta promozionale e dunque non rappresentavano e non rappresentano in sé il meglio del Lago d’Orta ed inoltre molti di loro o sono chiusi o sono cambiati o i cuochi si sono spostati. Per esempio lo chef Paolo Viviani non è più al San Rocco ma credo in Monferrato, il Ristorante Sacro Monte non esiste più, l’Hotel Riviera è in ristrutturazione… Normale turnazione: il Lago è pieno di locali validi.

C’è ancora la Paltrinieri di Cavallirio, oggi più nota come Palzola: produce sempre un ottimo gorgonzola che io mangio assai volentieri. E non è uno spot.

Ecco il libro
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Chi sarà stato il falso Bocchiola?

Mio malgrado sono diventato forse il maggior esperto vivente di Annibale Bocchiola, scrittore minore del XX secolo ed autore di racconti di caccia. Tre anni fa ad un pranzo del gruppo walser di Campello Monti ne ho sentito parlare per la prima volta. In quell’occasione si lesse una ridondante, aulicamente scritta e quasi comica ricetta di camoscio, “l’antilope alpina” secondo la definizione del Bocchiola stesso (questo è vero). Il testo mi incuriosì e cercai materiale su di lui, ne comprai i libri (a buon prezzo) sulla rete, ne scrissi e mi feci l’idea che quella ricetta non era stata scritta da lui. Lui usava un italiano ricercato, a volte esagerato, fin troppo ricco e sfumato. Ma mai quasi ridicolo come il “falso Bocchiola” della ricetta.

Storia chiusa? Neppure un po’: domenica scorsa sono andato a mangiare il camoscio dall’Elvira a Forno di Val Strona (lo consiglio) ed è rispuntata la finta ricetta del “falso Bocchiola”. Ho fatto delle foto e potete leggerla qui sotto.

La ricetta del “finto Bocchiola”

Roba ridicola: un italiano ridondante e un tono palesemente canzonatorio. Bocchiola scriveva invece così. Leggete per intenderci questo brano tratto da “Mal di Caccia”: “Nell’infinita preghiera dell’alta sera alpina han salmodiato, squillanti, anche le coturnici, radunate in coro sugli aerei pulpiti di roccia. Poi la notte è dilagata silente dei margini del sogno entro in cui l’alba serena l’aveva racchiusa, riaccendendo in cielo l’ininterrotta armonia delle stelle. Son rimasti sulla montagna, sperduti nell’anelito sfuggente delle cose eterne, un timido fuoco di bivacco ed i nostri piccoli cuori. Coi nostri palpiti fatti di ricordi, di tenerezze, di lacrime. Doro! S’è affacciato, timido, all’uscio della baita, m’ha guardato con occhi imploranti, poi è venuto a piccoli passi felpati dentro l’alone della fiamma, m’ha adagiato sulle ginocchia la bella testa nervosa, fissandomi adorante”.

La differenza è palese. L’idea che mi sono fatto è che qualcuno abbia voluto parodiare Bocchiola, magari col suo consenso. Immagino una cena fra amici, una cena fra cacciatori e un foglio arrivato chissà come nelle mani del gruppo walser di Campello Monti ed ogni tre anni, ad una cena di camoscio: “l’antilope alpina” cantata anche dal Bocchiola, il foglio riappare.

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Okkio alle ricette!

Due mie amiche (e il relativo marito di una delle due) hanno scritto un libro notevole e composito: Muro io ti mangio! Edizioni Linaria e cura Associazione Gabarè. Le due amiche si chiamano Maria Cristina Pasquali ed Alessia Zucchi; il marito della prima, Carlo Bava. Il libro parla di erbe spontanee, quelle che sbucano da un muro fatto di sassi, e che sono state utilizzate da Maria Cristina Pasquali per alcune piacevoli ricette; da Carlo Bava come soggetto di foto in stile macro; e da Alessia Zucchi come soggetto per disegni e stampe al torchio manuale. Il tutto è raccolto in due volumi indivisibili: nel primo stampe e disegni; nel secondo foto delle erbe, foto delle ricette e ricette. In più brani di poesie, glossario, codificazione latina di Linneo di famiglia e di specie, consigli… Un bel libro artistico che sta circolando da alcune settimane. A partire da Editoria e Giardini di Verbania dove ha avuto il suo battesimo ufficiale. Belle foto e bei disegni e stampe, ma io –e non me ne vogliano- parlerei qui di erbe e di ricette.

Per ogni erba proposta, infatti, una ricetta che si pone in un mondo intermedio fra tradizione ed innovazione. Quasi a voler sottolineare la rielaborazione intelligente di una tradizione che altrimenti si sarebbe espressa in modo semplice: minestre, verdure cotte, insalate miste… qui invece le erbe si tramutano in piatti semplici ma non troppo, in nuove attenzioni alle cotture, ad un approccio da nouvelle cuisine per il mantenimento dei sapori, ad una cura artistica delle presentazioni… Insomma, ripetibili con un po’ di passione, di piacere, di conoscenza, di intelligenza…

Per cui, sfoglio a caso, per l’Erba Vento si propone un Raviolo Muraiolo che arriva dritto dritto da Gualtiero Marchesi; per il Guardacà si propone un Pinzimonio sul Tetto dallo spirito zen; per la Viperina i Pacchetti Romantici che mescolano Spagna e Svizzera (poi capirete perché); per l’Ortica una Crosta Vertiginosa e via dicendo. Le erbe proposte sono dodici, le ricette altrettante. Si passa dagli antipasti per arrivare al dolce. Tutto preparato con le erbe spontanee che crescono sui muri della nostra zona, ma anche altrove in questa parte dell’emisfero. Belle ricette ed anche buone. E mi tornano alla mente le parole di Marco Sacco, chef bistellato qui vicino, che parla di rendere prezioso il semplice. Qui si va oltre: si rende prezioso e buono lo sconosciuto, il buono da mangiare che non ti aspetti. Uhmm, buono! Bello!

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Ecologia a Video Clip

Si tratta di un’ecologia, di un “agricivismo” da video clip quello espresso dalla pellicola “God Save the Green” (It., 2013). Docufilm dei bolognesi Mellara e Rossi. Pellicola che io ho visto in una bella serata d’estate, luminosa da luna piena e con nuvole che correvano alte sopra di noi, donandoci alcune gocce di pioggia. Eravamo in un cinema all’aperto ricavato nell’enorme aia di una grande fattoria veneta, Ca’ Corniani. E abbiamo visto.

Il film mi ha sorpreso perché non esplicitava linee di pensiero, non si rifaceva ad alcun centro culturale contemporaneo (ma i registi lo sanno cosa fa Slow Food?), non conduceva per mano in alcuna direzione. Un po’ conduceva, vero, ma attraverso musica ed immagini. Era implicito, suggeriva, lasciava dei sassi sul sentiero: immagini, musiche, luci, viaggi… Quasi come in un video clip, in cui sono le emozioni e i sentimenti a fare la differenza, a suggerire. Più linguaggio poetico che in prosa.

E di che si parlava? Della “rivoluzione silenziosa degli orti” di cui ho già parlato. Del movimento mondiale che vede sempre più persone produrre parte del proprio cibo: semplici cittadini, chef, comunità, minoranze. Una riappropriazione necessaria, salvifica nelle città del terzo mondo; bella, poetica e comunitaria nel primo. Non ci sono solo patate e insalate, però, ma anche fiori e piante aromatiche che piccoli gruppi fanno germinare nelle aiuole abbandonate, sui tetti, negli spazi abbandonati dalle continue modifiche urbane. Vere e proprie terre di nessuno in cui si produce, si condividono cibo e bellezza.

Un film da vedere, un grande video clip poetico con citazioni retoriche, antiche da “L’anno del giardiniere” di Karel Capek. Un prosatore ottocentesco a cui si sono ispirati questi moderni registi poetici. Postmoderno.

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Due ragazzi ed una sirena

La mania della lettura mi conduce spesso a fare strani incontri. Anni fa, ad un bookcrossing, ho preso un romanzo breve, di autore sconosciuto, editore idem; nel titolo c’era una sirena, forse “Fra le code della sirena”. Era una storia d’amore fra due giovani ebrei negli anni finali della Seconda Guerra Mondiale. No, non una storia di lager, ma semmai un a storia di cui non conoscevo neppure l’esistenza: la presenza di un campo d’accoglienza di ebrei a Santa Maria di Leuca, fra il 1942 e il1947. Gli ebrei furono portati là dalla fortuna, mantenuti dall’Unrra, aiutati dalla popolazione locale e dai poteri succedutesi in quei mesi e poi imbarcati per Israele. Non fu torto loro un capello, semmai condivisero la fame e la miseria dell’epoca con i nostri connazionali del Sud, estremo sud.

La storia? Sì, una storiella di amore, un romanzo di formazione… semmai ad interessarmi fu questo episodio della Seconda Guerra Mondiale, questa scheggia di storia minore; la mentalità; lo scontro fra mentalità; il mescolamento delle nazioni nel campo (ebrei albanesi, greci, ungheresi, italiani…). L’ho letto, ma poi l’ho rimesso in un altro bookcrossing. A casa non ho più spazio.

Anni dopo, giorni fa, sono finito davvero a Santa Maria di Leuca, ad un incontro di giornalisti, giornalisti legati alla piattaforma Gepli (giornali editati dalle pro loco italiane, così si scioglie l’acronimo). Ospiti delle pro loco di Tiggiano e di Santa Maria di Leuca. Ottime e preparate persone. E fra un lavoro ed un altro, una visita guidata ed una passeggiata… ho visto i luoghi del romanzo, della storia d’amore: la colonia sotto il faro. Oggi abbandonata. Dove dormivano i ragazzi. Ho visto la bella villa in stile neoclassico dove dormivano i genitori. Vicino a cui ci sono oggi le altre belle ville di Leuca e l’albergo dove ho dormito (carino) e la sede della Pro Loco, dove abbiamo discusso di piccoli successi e di problemi dell’editoria minore. E dove una mostra di foto ci ha parlato e mi ha parlato ancora di questo pezzo di storia dimenticato. Ho visto le casette sul mare, dove i nobili ottocenteschi facevano il bagno al riparo dal sole. E dove i due ragazzi si baciano per la prima volta. Ho viso anche la grotta degli innamorati, dove si entra a nuoto, metro dopo, fino ad una grotta interna illuminata, dove ci sono alcune piccole, raccolte spiaggette, “da innamorati” appunto. Altro passo del romanzo che ora ricordo in parte

Ricordo meglio, ovviamente, le due belle giornate del convegno Gepli, di cui scriverò più diffusamente su “Paese Mio”. Qui, per accontentare i miei golosi amici, riporto solo la bellezza dei luoghi (che consiglio), il profumo dei vini salentini; i sapori delle verdure, fra cui delle curiose carote colorate, le pastinache; l’olio ovviamente; e dei cetrioli-meloni che ho portato a mia madre per un esame approfondito. Che dire d’altro? Che il sud del Sud è il luogo ideale per vivere un amore. Magari in bassa stagione, però: mi dicono che d’estate (luglio – agosto) anche la grotta degli innamorati sia assai affollata!

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Al barolo serve un editor

Se scrivi un libro hai bisogno di editing; di qualcuno, di alcuni che leggano il tuo testo e facciano la correzione delle bozze, rilevino gli errori di stile e financo qualche errore di ortografia che, con tutta la più buona volontà, sfugge sempre. E così hai fra le mani un bel libro, interessante e scritto col cuore, e su un argomento che ti interessa; con dedica personalizzata; con la fatica di esserselo procurato… ecco, dicevo, hai in mano questo tesoretto e poi ti accorgi che non è rifinito bene: quasi un gioiello a cui manchi un po’ di lucidatura, che abbia ancora un po’ di tagliente sfrido ai lati, che non sia ben finito, insomma.

Così è per “Il Barolo come lo sento io” di Massimo Martinelli, in due lingue: “Barolo: the way i feel about it”. Giri la copertina e il primo errore ortografico è nel risvolto, alla prima riga; sfogli le prime pagine e ti accorgi che il testo è giustificato senza sillabazione, con effetto sgranato che si evidenzia nelle righe di testo, a pagina 15 ce n’è una nutrita serie; e poi appare evidente che l’autore non ha sempre chiara la regola di stile: parola, segno di interpunzione, spazio, parola… Sarà anche così, ma l’editing? Così appare altrettanto evidente che l’uso esatto della punteggiatura sfugge spesso, così l’autore crea molti anacoluti involontari, separando con una virgola soggetto e verbo. Ma anche qui: dove era l’editing?

Ma come è il libro? Interessante, pieno di notizie e storia. Da leggere. Però, peccato.

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Due libri, due minestre

Sono diventato proprietario per caso di due bei libri. Due libri capitati per caso, assai diversi, ma per alcune cose simili. Si tratta di due ricettari promozionali. Il primo “Il Buon Appetito: in equilibrio con le ricette di Grana Padano”, tante informazioni nutrizionali e ricette di Danilo Angè, l’ho trovato a abbandonato a scuola, dopo una lezione tenuta dal brand educator del prodotto ai nostri allievi; il secondo, “Alfabeto Verde: le piante selvatiche, proprietà, curiosità e buona tavola” (testi e ricette di Maria Cristina Pasquali e foto di Carlo Bava, amici) abbandonato sul tavolo di un’amica e prontamente regalatomi (“prendilo pure, a me non interessa”). Nonostante il loro esodio da orfanelli, si tratta di due bei libri, diversi. Per dare loro un poco di lustro, pubblico due ricette di minestra. Piatto assai consigliato durante le feste, perché sano e poco impegnativo.

La prima minestra è dell’”Alfabeto” ed è la Zuppa “Ingrassaporci”. Ma al di là de nome è una ricetta assai difficile da fare (più che da “porci” è da “foraging”) per la rarità degli ingredienti da trovare. “Procedimento: otto manciate di foglie di piattello, una manciata di foglie di farinello, una manciata di foglie di portulaca, una manciata di lenticchie, una manciata di piselli secchi, una manciata di fagioli cannellini, due manciate di farro, due coste di sedano, una cipolla bianca, due carote, mezzo bicchiere di vino bianco secco, una foglia di alloro, un poco di olio evo, uno spicchio d’aglio, due friselle integrali, sale e pepe. Sciacquare ed ammollare per una notte lenticchie, piselli, fagioli e farro; pulire e tritare non troppo finemente sedano, carota e cipolla. Farli appassire a fuoco basso e mescolando ogni tanto, in due cucchiai d’olio, per 15 minuti circa. Sfumare con il vino bianco. Aggiungere le lenticchie, piselli, fagioli e farro e lasciar insaporire per qualche minuto. Coprire con acqua tiepida e mettere in pentola anche la foglia di alloro. Cuocere a fuoco basso, per circa un’ora, aggiungendo eventualmente acqua calda. Togliere la foglia di alloro e salare. Aggiungere le foglie di piattello, farinello e portulaca ben pulite e tagliate grossolanamente. Cuocere ancora per 20/30 minuti. Frantumate le friselle e versatele in pentola insieme al rimanente olio e allo spicchio d’aglio spremuto. Mescolare e lasciar riposare cinque minuti. Impiattare, spolverizzando a piacere con un poco di pepe nero macinato di fresco”.

La seconda Minestra è di Legumi e Cereali, Bocconcini di Grana Filanti. “Ingredienti per quattro persone: 300 g di legumi misti secchi, 300 g di cereali misti secchi, 200 g di sedano, carote e cipolle, una foglia di alloro, un litro e mezzo di brodo vegetale, un mazzetto di basilico, 200 g di Grana Padano oltre 16 mesi, 10 ml di olio evo, sale e pepe. Tagliare a piccoli cubetti il sedano, le carote e le cipolle, farle cuocere in una casseruola con olio e l’alloro, unire i legumi e i cereali precedentemente ammorbiditi in acqua fredda pe 12 ore, coprire con il brodo vegetale e cuocere per un’ora e mezza. Sistemare di sale e pepe e frullare un quarto della zuppa insieme al basilico. Tagliare il Grana Padano a piccoli cubetti, disporli nelle fondine, versare la minestra ben calda e lasciare riposare qualche minuto prima di portare a tavola in modo che il formaggio risulti filante. La minestra di legumi rievoca il nostro vissuto familiare…”.

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