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Scusa, com’è la birra?

“Scusa, ti ho visto su WhatsApp che la sorseggiavi. Ma com’è la birra a Cipro?”. “Urca, com’è? Come le tante birre industriali del mondo. Se la bevessi ad occhi chiusi, non saprei dirti chi la fa e dove. E poi a Cipro l’acqua scarseggia e davvero non so come facciano a farla. Dissaleranno il mare…”. E allora perché la bevevi? “Perché faceva un caldo “becco” e, bella fresca, faceva piacere ingerirla: tutto ciò che era fresco…”. Qualsiasi dunque? “Ma sì, compravo la loro birra perché ero lì come turista. Ma se ne avessi trovata un’artigianale, avrei preso quella. Almeno, quando avevo voglia di degustare qualcosa con personalità!”.

 

Prosit, comunque. “Prosit”.

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50 TOP PIZZA


È ‘PEPE IN GRANI’ DI FRANCO PEPE

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LA MIGLIORE PIZZERIA D’ITALIA E DEL MONDO DEL 2018

Il locale di Caiazzo (CE) bissa il successo della prima edizione, piazzandosi al primo posto della più importante guida on-line di settore. 

https://www.50toppizza.it/

Seguono sul podio ‘I Masanielli’ di Francesco Martucci (Caserta) e ‘50 Kalò di Ciro Salvo’ (Napoli).

Nella top 50 comanda la Campania con 19 insegne,

seguono staccate, a quota 5, Lazio, Lombardia e Toscana.

20 i Premi Speciali, 8 gli importanti riconoscimenti internazionali a pizzerie di 5 continenti.

 

Franco Pepe concede il bis e la sua ‘Pepe in Grani’ si conferma la migliore pizzeria d’Italia e del mondo. Il locale del maestro pizzaiolo di Caiazzo (CE), già sul gradino più alto del podio nel 2017, si aggiudica infatti la prima piazza anche nella nuova edizione di 50 Top Pizza, la prima e più importante guida on-line di settore firmata da Barbara Guerra e Albert Sapere, curatori del congresso LSDM, e dal giornalista enogastronomico Luciano Pignataro.

L’annuncio è stato dato martedì 24 luglio al termine di una splendida serata che ha visto il coinvolgimento dell’intero movimento della pizza italiana e internazionale presso il Teatro Mercadante di Napoli. Sul palco sono saliti, in ordine crescente, tutti i pizzaioli presenti, con le proprie insegne, nelle prime 50 posizioni della classifica di 50 Top Pizza e per questo insigniti dei ‘5 forni’, simbolo che contrassegna il gotha della pizza mondiale. Un evento andato in scena al termine di un lungo countdown che quest’anno ha passato in rassegna, raddoppiando la cifra della scorsa edizione, ben 1.000 pizzerie da Nord a Sud dello Stivale. Sotto la lente di ingrandimento, oltre al prodotto, anche tutto ciò che a quest’ultimo ruota attorno, dal servizio all’arredamento, passando per le carte dei vini, delle birre e degli oli extravergine d’oliva. A giudicare, nel rispetto dell’anonimato e pagando il conto, 100 ispettori, coadiuvati, per la stesura del ranking finale, da una giuria di qualità composta da 20 esperti nazionali.

Sul podio, al fianco di Pepe, la pizzeria ‘I Masanielli’ di Francesco Martucci (Caserta) e ‘50 Kalò di Ciro Salvo’ (Napoli). Tre i maestri pizzaioli a siglare una doppietta, cioè con due pizzerie nelle prime 50: Enzo Coccia, con ‘La Notizia 94’ (in 5^ posizione) e ‘La Notizia 53’ (8^), entrambe a Napoli; Gino Sorbillo, con ‘Gino Sorbillo ai Tribunali’ (6^) e ‘Lievito Madre al Duomo’ (12^), la prima a Napoli e la seconda a Milano; Stefano Callegari, con le romane ‘Sforno’ (16^) e ‘Tonda’ (22^). Netto, grazie alla presenza di 19 locali, il dominio della Campania nella top 50, seguita da lontano da Lazio, Lombardia e Toscana, a quota 5, poi Veneto ed Emilia Romagna (3), Piemonte, Abruzzo e Sicilia (2), Marche, Basilicata, Puglia e Sardegna (1).

“Una supremazia, quella della Campania, del tutto naturale e comprensibile – afferma Luciano Pignatarodato che si tratta del luogo di nascita di un prodotto che da qui è partito alla conquista del mondo. Da sottolineare in particolar modo è il boom verificatosi negli ultimi anni nel casertano, territorio ormai di elezione della pizza di qualità al pari di Napoli. Ma a crescere in maniera esponenziale è l’intero movimento, testimoniato dal fatto che a essere rappresentate nella nostra top 50 sono ben 13 regioni del Paese”.

A ulteriore dimostrazione di ciò, la destinazione di molti Premi Speciali, a cominciare da quello di Pizzaiolo dell’anno, assegnato al veneto Simone Padoan. 20 in totale i titoli conferiti, di seguito elencati.

Premio Olitalia Pizzaiolo dell’anno 2018: Simone Padoan – ‘I Tigli’, San Bonifacio (VR)

Premio Solania alla Carriera 2018: Giancarlo Casa – ‘La Gatta Mangiona’, Roma

Premio Consorzio Tutela Provolone Valpadana Pizza dell’anno 2018: ‘Margherita’ di ‘50 Kalò di Ciro Salvo’ – Napoli

Premio Olitalia Miglior Proposta dei Fritti 2018: Isabella De Cham Pizza Fritta’ – Napoli

Premio Consorzio di Tutela Della DOC Prosecco Miglior Carta dei Vini 2018: ‘Grigoris’ – Mestre (VE)

Premio Birrificio Valsugana Miglior Carta delle Birre 2018: ‘Framento’ – Cagliari

Premio Birrificio Valsugana Miglior Carta degli Oli Extra Vergine d’Oliva 2018: ‘Francesco&Salvatore Salvo’ – San Giorgio a Cremano (NA)

Premio Pastificio Di Martino Frittatina di Pasta dell’anno 2018: ‘Pizzeria Starita a Materdei’ – Napoli

Premio D’Amico Miglior Asporto 2018: ‘La Masardona’ – Napoli

Premio D’Amico Innovazione e Sostenibilità Ambientale 2018: ‘Percorsi Di Gusto’ – L’Aquila

Premio Solania Identità Territoriale 2018: ‘La Braciera’ – Palermo

Premio Consorzio di Tutela della Mozzarella di Bufala Campana DOP Benemerito della Pizza 2018: Antonio Pace e Antonio Mattozzi

Premio Pastificio Di Martino Migliore Comunicazione Web e Social 2018: Vincenzo Capuano – ‘Pizzeria Vincenzo Capuano’, Napoli

Premio Pastificio Di Martino Valorizzazione del Made in Italy 2018: ‘Ribalta NYC’ – New York

Premio Del Cuore S.Pellegrino 2018: Gino Sorbillo – ‘Gino Sorbillo ai Tribunali’, Napoli

Premio De Nigris 1889 Pizza con Aceto Balsamico dell’anno 2018: ‘Pane e parmigiano, carpaccio di pomodori con aceto balsamico e culatello di Zibello’ di Simone Padoan – ‘I Tigli’, San Bonifacio (VR)

Premio De Nigris 1889 La Performance dell’anno 2018: Enzo Coccia – ‘Pizzaria La Notizia 94’, Napoli

Consegnati inoltre quelli già annunciati a:

Premio Consorzio Tutela Provolone Valpadana Pizzeria Novità dell’anno 2018: ‘I Masanielli’ di Francesco Martucci – Caserta

Premio Consorzio di Tutela della Mozzarella di Bufala Campana DOP Giovane Pizzaiolo dell’anno 2018: Cristiano Piccirillo – ‘La Masardona’, Napoli

Premio Consorzio di Tutela Della DOC Prosecco Miglior Servizio di Sala dell’anno 2018: ‘In Fucina’ – Roma

Grande rilievo anche per gli 8 riconoscimenti internazionali che hanno visto in lizza decine di indirizzi provenienti da 5 diversi continenti. Ecco i risultati:

Premio Olitalia Migliore Pizzeria in Asia 2018: ‘Ciak Concept’ – Shop 265, 2F Cityplaza, Taikoo Shing – Hong Kong

Premio Solania Migliore Pizzeria in Giappone 2018: ‘Da Isa’ – 1-28-9 Aobadai, Meguro 153-0042, Tokyo – Giappone

Premio Consorzio di Tutela della Doc Prosecco Migliore Pizzeria in Sud America 2018: ‘Pizzeria Guerrin’ – AV. Corrientes 1368, Buenos Aires – Argentina

Premio Birrificio Valsugana Migliore pizzeria in Oceania 2018: ‘400 Gradi’ – 99 Lygon Street Brunswick East, 3057 VIC Melbourne, Victoria – Australia

Premio D’Amico Migliore Pizzeria in Nord Europa 2018: ‘Pizzeria Luca’ – Lauttasaarentie 28, 00200 Helsinki – Finlandia

Premio De Nigris 1889 Migliore Pizzeria New York Style 2018: ‘Patsy’s Pizzeria’ -2287 1st Avenue and East 117th Street, East Harlem, New York – USA

Premio Consorzio Tutela Provolone Valpadana Migliore Pizzeria Chicago Style 2018: ‘Lou Malnati’s Pizzeria’ – 439 N Wells St, Chicago – USA

Premio Consorzio di Tutela della Mozzarella di Bufala Campana Dop Migliore Pizzeria Napoletana fuori dall’Italia 2018:                ‘Spaccanapoli’, 1769 W. Sunnyside Ave. Chicago – USA

“Quello di selezionare le pizzerie all’estero – sottolineano Barbara Guerra e Albert Sapere – è stato un lavoro non facile, ma riteniamo fondamentale, dato la popolarità assoluta raggiunta dalla pizza, premiare chi, anche fuori dai nostri confini, propone un prodotto di alta qualità. Anche in questo caso il livello medio è in forte ascesa e i pizzaioli italiani, o di origine italiana, sebbene continuino a rappresentare un baluardo e una garanzia sotto questo punto di vista, non sono più gli unici a possedere le giuste tecniche e conoscenze. Ci sono infatti colleghi nati a milioni di chilometri dall’Italia che propongono una pizza davvero ottima. E noi non possiamo che esserne felici”.

 Ecco l’elenco delle pizzerie presenti dal 1^ al 50^ posto di 50 Top Pizza:

1             Pepe In Grani – Caiazzo (CE) – Campania

2             I Masanielli – Francesco Martucci – Caserta – Campania

3             50 Kalò di Ciro Salvo – Napoli – Campania

4             I Tigli – San Bonifacio (VR) – Veneto

5             Pizzaria La Notizia 94 – Napoli – Campania

6             Gino Sorbillo ai Tribunali – Napoli – Campania

7             La Gatta Mangiona – Roma – Lazio

8             Pizzaria La Notizia 53 – Napoli – Campania

9             Francesco&Salvatore Salvo – San Giorgio a Cremano (NA) – Campania

10           Pizzeria Starita a Materdei – Napoli – Campania

11           Concettina Ai Tre Santi – Napoli – Campania

12           Lievito Madre al Duomo – Milano – Lombardia

13           ‘O Fiore Mio – Faenza (RA) – Emilia Romagna

14           Casa Vitiello – Caserta – Campania

15           Dry – Milano – Lombardia

16           Sforno – Roma – Lazio

17           Pizzeria Da Attilio – Napoli – Campania

18           Patrick Ricci – Terra, Grani, Esplorazioni               – San Mauro Torinese (TO) – Piemonte

19           L’Antica Pizzeria Da Michele – Napoli – Campania

20           Saporè – San Martino Buon Albergo (VR) – Veneto

21           Berberè – Castel Maggiore (BO) – Emilia Romagna

22           Tonda – Roma – Lazio

23           La Masardona – Napoli – Campania

24           Santarpia – Firenze – Toscana

25           10 Diego Vitagliano Pizzeria – Napoli – Campania

26           Grigoris – Mestre (VE) – Veneto

27           Le Follie di Romualdo – Firenze – Toscana

28           Piccola Piedigrotta – Reggio Emilia – Emilia Romagna

29           Seu Pizza Illuminati – Roma – Lazio

30           In Fucina – Roma – Lazio

31           Carlo Sammarco Pizzeria 2.0 – Aversa (CE) – Campania

32           La Sorgente Pizzeria – Guardiagrele (CH) – Abruzzo

33           Carmnella – Napoli – Campania

34           ‘O Scugnizzo – Arezzo – Toscana

35           Pizzeria Apogeo – Pietrasanta (LU) – Toscana

36           Pizzeria Le Parùle – Ercolano (NA) – Campania

37           Fandango Racconti di Grani – Filiano (PZ) – Basilicata

38           Lievito 72 – Trani (BT) – Puglia

39           Da Zero – Milano – Lombardia

40           Osteria Pizzeria Per Bacco – La Morra (CN) – Piemonte

41           La Braciera – Palermo – Sicilia

42           Percorsi Di Gusto – L’Aquila – Abruzzo

43           Mistral dal 1959 – Palermo – Sicilia

44           Pizzeria Mamma Rosa – Ortezzano (FM) – Marche

45           I Masanielli – Sasà Martucci – Caserta – Campania

46           Enosteria Lipen – Triuggio (MB) – Lombardia

47           Marghe – Milano – Lombardia

48           Fresco Caracciolo – Napoli – Campania

49           Framento – Cagliari – Sardegna

50           La Divina Pizza – Firenze – Toscana

50 Top Pizza, prima guida online delle migliori pizzerie d’Italia e del mondo, è un progetto sostenuto da Consorzio della Mozzarella di Bufala Campana Dop, Consorzio di Tutela del Prosecco Doc, Consorzio di Tutela del Provolone Valpadana Dop, Pastificio di Martino, Olitalia, D’Amico, De Nigris 1889, Birrificio Valsugana, Solania, Acqua Panna e S. Pellegrino.

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Distratti dall’Ossobuco

Siamo stati distratti dall’Ossobuco di Cervo, vera e propria star gastronomica della terza serata del volume uno di Meating Food; lo attendevamo con curiosa attenzione perché raro e difficile da cucinare. Infatti lo chef Denis Croce del ristorante Marconi di Crodo (Vb) li ha sottoposti ad una cottura lenta, sottovuoto, in due tempi e due temperature: per un totale di sedici ore e rotti. Cotti in sacchetti con gli aromi e la riduzione di vino. Ottimi, sorprendenti: ancora con nerbo ma praticabili, non disfatti né grassi, né unti né aggressivi; di buon sapore. Ecco, dopo averli assaggiati, appagati, ci siamo resi conto di cosa avevamo mangiato nella loro attesa e abbiamo riavvolto il nastro: un Uovo cotto a bassa temperatura, uovo ossolano; un Filetto di Trotella ossolana cotta a bassa temperatura. Deliziosa; un Roast Beef di Cervo, ossolano, cotto a bassa temperatura. Ottimo; tre vini piacevoli (io ho preferito il nebbiolo piemontese. Io). Che dire? Che la trentina di ospiti del Marconi sono poi scivolati verso la fine della cena accompagnati da due assaggi di bettelmatt di dieci mesi e da una dolce Fioca. Bhe, davvero una bella serata gastronomica.

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Tette Barocche

Cammini fra decine di bellissime tele e poi ti accorgi che sono tutte accomunate da qualcosa: morte e donne un po’ spogliate. No, niente inguini o lati b, semmai seni. Tanti seni rotondi che fanno capolino qua e là, fra veli, abbondanze femminee ed epidermidi eburnee. Se non decisamente lattee. Nel museo di Cosenza il Seicento Barocco è così: un mix di morte e di sensualità che sembra essere il curioso leit motiv di una civiltà dominata dalla Chiesa e dal conformismo, ma che nei racconti del vecchio testamento e della storia trovava motivi sensuali, in cui l’erotismo si stemperava con il senso della finitezza: ricordati che devi morire. Guarda, ma pentiti. Diabolico!

Nulla di diabolico, invece, nei vini Spadafora che eravamo lì ad assaggiare. Buoni. Ne parlerò poi. Ma fra una degustazione ed un’altra; fra un menù tradizionale ed uno un po’ creativo; fra pizza e peperoni e patate della Sila… ecco una bellissima visita al Castello Normanno e al Museo cittadino. Dove, ovviamente, oltre alle tette barocche c’è anche altro. Ma a voi la scoperta!

Cleopatra

La Vergine

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Troppo Dolci

Non so se li ha così voluti Caviola, enologo esterno dell’azienda; ma io li ho trovati troppo dolci. Sarà per l’imperare del prosecco che sembra avere informato i gusti mondiali: vini abboccati, morbidi, dai profumi accomodanti… sarà. Ma il Barlàn 2016 Colline Novaresi doc rosato della Torraccia del Piantavigna, joint venture Ponti e Francoli, era assolutamente morbido, appena stemperato da un po’ di freschezza. Profumi suadenti. Facile. Meglio freddo. L’Erbavoglio Colline novaresi doc bianco del 2017, stessa azienda, era anche peggio. Abboccato. Profumi facili di lievito, forse fiori. Però assai dolce per i miei gusti.

Però piacciono a molti e così piace molto e a molti il prosecco extra dry ed io sembro rappresentare una minoranza, i “bruttisti” e i “dosaggiozeristi”. Alla ricerca di asperità, freschezze; desiderosi di meno zucchero; affascinati dai profumi non scontati. Che io sia un antimodernista? O sbagliano loro che non hanno paura degli zuccheri? Di essere banali? Scontati?

 

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Mi piace ma non il nome

L’Asti Secco mi piace, ma non mi piace il suo nome: “Asti Secco” che mi ricorda il suo modello, il “Prosecco”. Suona quasi come plagio, ma è un buon prodotto. Mi piace e piace. Ho assaggiato, per primo, l’Asti Secco di Donna Lia, buono, ma ancor meglio quello di Acquesi, quello di Sarotto e di Boso… per me; quelli che ho assaggiato. Meglio chiamarlo Asti Brut: è buono ed ha una sua personalità, non è un volgare plagio. Semmai la risposta ad una tendenza di mercato.

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Genuflessi davanti al creatore

Per ragioni che non posso dire, ho visitato quattro pizzerie gourmet del Piemonte. Si tratta di una bella evoluzione della vecchia pizzeria “io sono italiano e non so cucinare nulla e non ho cultura gastronomica ma apro comunque una pizzeria e la chiamo in modo evocativo”: no, in questo tipo di pizzeria, non c‘è nulla di casuale. A scegliere sono il boss o il pizzaiolo e non il fornitore. È un’esplosione di farine integrali, ricercate, particolari; di lieviti madri e tempi lunghi; di mozzarelle con carta d’identità; di pomodori dolci; di birre artigianali; di creatività legata al tipico, al presidio Slow Food, ai prodotti ricercati; di dolci fatti in casa; di vini ottimi al bicchiere… Una goduria!

Una goduria vera, che ti riempie di piacere e di ammirazione per tanta intelligenza, cultura, dedizione… per un prodotto per anni così sputtanato. Però…

Però, nelle quattro pizzerie da me incontrate (tutte note e su guide e con valutazioni altissime) c’è poca attenzione per il cliente. Tutta l’attenzione è sul prodotto creato, sulla pizza intendo. I locali sono generalmente scomodi. Belli ma scomodi: spazi piccoli, tavoli piccoli, niente attaccapanni, sedie scomode… sembra di essere in una metropoli anche se si è in campagna. Il padrone diventa la fretta e la convivialità è ridotta dalla mancanza di spazi, dalla scomodità delle sedute… si mangia rapidi; si discute di poco per evitare di essere ascoltati da estranei; si contendono gli spazi con giacche, cappelli e borse… è come essere in un tempio, genuflessi di fronte alla nuova creazione: la pizza gourmet; e al suo creatore.

Tutto molto figlio dei tempi: velocità, scarso dialogo, sudditanza, esaltazione dell’individuo creatore… Bah!?

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Una spuma letteraria

“Sai qui ti servono ancora la spuma”: la citazione letteraria ci sta (da “La Scuola in Giallo” Sellerio) per ricordare una bevanda quasi scomparsa: la spuma: nera od arancione. La nera però era la spuma per antonomasia. Da ragazzo andavo a trovare Alberto a Milano e ci bevevamo sempre una “spumina” nei bar “scrausi” del suo quartiere. Bei ricordi…

E la spuma nera l’ho ritrovata ad una degustazione, scoprendo che in realtà esiste ancora e che si presenta bene. Si tratta della Spumador Nera 1938, “un infuso di dieci erbe selezionate macerate e filtrate “, leggo sulla bottiglietta. Un mix dissetante ed aperitivo a base di acqua, zucchero, anidride carbonica, coloranti (lo scuro suppongo), acidificanti, acido citrico, aromi.

Buona, bella… è andata giù in “una golata”, facendomi salire i ricordi, la giovinezza irruente, gli amici di un tempo… Devo smetterla di bere, sennò faccio concorrenza a Proust!

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Alla ricerca della pizza perduta

In attesa del pranzo domenicale, a casa di amici, mi affido al totem multimediale che occupa una parte della parete per passare il tempo. Telecomando alla mano (ma cosa serviranno poi tutti quei bottoncini?) capito per caso in un programma americano, un “reality”, in cui due mentecatti decidono di sfidare la sorte, mangiando in un’ora una grande pizza ripiena, sui quattro chili e mezzo. Scene indecenti, di bave, sporco agli angoli della bocca, salse per mandare giù, coca cola a fiumi… ma questo non mi ha interessato. Molto meglio quando la cinepresa andava nel backstage ad intervistava il pizzaiolo, il quale diceva che detta pizza ripiena è “tradizionale” di quel territorio e si caratterizza anche per la sfoglia sottile, “tipica” dello stato. Non so se hanno tradotto male, però il senso di “tradizionale” e di “tipico” mi ha fatto pensare cha là, in quel pezzo degli USA la pizza non è “napoletana” ma loro, di tutti. Alla faccia dell’stg e cosa varie.

Un altro passaggio mi ha colpito: la mega pizza era ripiena di: peperoni freschi tagliati a julienne, cipolla fresca, pecorino e mozzarella freschi, sale e pepe (e forse dimentico qualcosa). Tutto assolutamente bello e, credo, buono. Dalle mie parti, invece, da sempre e credo in molte pizzerie nazionali, se ordini una Quattro stagioni, ti capita spesso di trovare i filettini di peperone conservati, che lasciano la loro traccia acidulata e stonata sulla pizza; oppure i funghetti (ecco, la pizza americana aveva dei funghi freschi tagliati a lamelle) conservati sott’olio che lasciano il loro sgradevole sapore di sansa e oliaccio sulla pizza. Lasciamo stare poi i formaggi fusi che si utilizzano, la pasta mal lievitata. Il quadro è spesso terribile, con ricadute negative sullo stomaco, sul portafoglio e sul buon gusto collettivo.

Anni fa, una mia fidanzatina, mi aveva detto che nella pizzeria inglese dove aveva lavorato d’estate, fuori Londra,  si proponevano pizze insolite (con la carne macinata, con le patatine, con salse strane). Orribili agli allora canoni italici (ora accettate), ma fatte con prodotti freschi “mica come in Italia”.

Ecco, le cose non sono cambiate troppo. Molte pizzerie e molti pizzaioli e molti italiani ti propinano –quasi come scusa-  il refrain della pizza italica, italiana… della buona pizza nazionale. Ma non parlano di qualità, di attenzione al gusto e al corretto rapporto qualità – prezzo. Meglio si sta in quella pizzeria inglese, meglio in quella americana… rispetto a quasi tutte della mia italianissima città.

Se avessero fatto la stessa sfida in una di queste, i due gagliardi americani sarebbero stati male, nauseati dai cattivi prodotti e dalla cattiva lievitazione. Una sfida mortale, oltre che idiota.

 

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Borgiattino a Torino

Mi telefona Jacopo e mi convince a farsi portare a Torino per una degustazione. Ma sì, sono mesi che non lo vedo: sarà piacevole passare del tempo con lui. E così, nella notte novembrina partiamo da Novara e arriviamo nel centro di Torino già illuminato dalle Luci di Artista.

Si arriva così alla Casa del Pingone in via Porta Palatina, sopra un negozio di svapatori: una bella casa antica trasformata in una sede di avvenimenti.

Di scena in quella sera novembrina due vini premiati dalla guida del Gambero Rosso: il Laccento di Montalbera e l’Epico di Pico Maccario. Due ottimi vini. Un po’ più “femminile” il primo per profumo e irruenza gustativa; più “maschile” il secondo per profondità di profumi e elegante corposità.

Ma noi, essendo arrivati tardi, ed avendo così perso la cena, ci siamo concentrati sul banchetto di Borgiottino, selezionatore di formaggi torinese. Lì abbiamo assaggiato un po’ di tutto: soprattutto il blu del moncenisio ed altre tome particolari. Jacopo lo ha intervistato e si è portato a casa un po’ di materiale per il ripasso.

Poi, nella notte torinese, appagati, a cercare inutilmente un caffè aperto. E poi il ritorno nella notte.

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La prossima volta in una chiesa

La prossima volta cercherò una degustazione di vini che si tenga in una chiesa. Ma non una chiesa sconsacrata, troppo facile: in una chiesa cattolica ortodossa protestante… dove si faccia notare il contesto e non tanto il contenuto: affreschi, statue, greche… Ma sì, ovvio: ai produttori si dovrà far firmare un codice etico, magari pretendere che i campi siano benedetti dalle diverse acque sante.

Voi direte: dove vuole arrivare? Da nessuna parte, invero. Ma domenica sono stato al centro sociale Leoncavallo a Milano, per La Terra Trema e non ho capito molto: l’ambiente era buio, pittato, come essere in una caverna preistorica; il pubblico vario e non del tutto in linea con il locale; infine i vignaioli presenti non erano caratterizzati nettamente: forse erano piccoli produttori, forse biologici, forse biodinamici, forse anticapitalisti… comunque vendevano e al loro prezzo: bottiglie da otto e bottiglie da trenta; liquori da venti e liquori da quaranta…

Insomma, se non ci fosse stata la struttura: cupa, pittata, urlata… potevi essere ovunque. In uno dei tanti banchi di assaggio bio, piccoli vignaioli, natural… che ci sono nella Penisola.

Sì, se poi vai a leggere il sito scopri che c’è il premio la Roncola d’Oro (quest’anno andata ad un produttore sardo) e che c’è un’idea di fondo. Ma che tu non hai colto. I vini come erano? Buoni, in generale. Alcuni interessanti davvero. Molti li avrei comprati. Molto ho comprato. Interessante, ma spiazzante. Attendo la chiesa.

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Verticale di Ca’Nova, Bogogno Italia

Verticale di Ca’Nova, Bogogno Italia

Paolo Verlaine

Coincidenze, forse. O forse lo stesso spirito metafisico, sognante: fatto sta che quando Paolo dell’Ais di Verbania mi ha detto che i vini delle annate dispari hanno qualcosa di particolare, io ho pensato subito a Verlaine con la sua teoria del verso dispari. In fondo, a ben vedere, sono entrambi Paoli: Paolo lui, Paul l’altro.

Coincidenze? Irrazionalità? Forse, però la coincidenza, le coincidenze mi piacciono. Senza voler dare loro dignità di segnale che oltrepassa la nostra coscienza razionale, la nostra sfera sensoriale. Mi incuriosiscono. Forse aprono ad un altrove…

I vini di Giada Codecasa

Comunque torniamo a terra: stavamo assaggiando i vini di Giada Codecasa, bella persona, e davvero le sue annate dispari mi piacevano di più: il ghemme docg 2009 meglio del 2012 per profumi ed equilibrio gustativo; il 2007 meglio del 2004. Stessa solfa per il suo San Quirico, il colline novaresi nebbiolo doc crù dell’azienda Ca’ Nova: il 2012 meglio del 2009; il 2007 ottimo e bene anche il 2005. Ottima anche la riserva del ghemme docg 2009.

I miei preferiti

Senza annoiare con i miei perché, ho apprezzato tutto ciò che ci ha proposto in degustazione dalla famiglia Codecasa: dalla doc vespolina allo spumante metodo classico Jadore, da tutti i ghemme docg a tutti i San Quirico proposti. Ma della verticale, mi sento di consigliare il ghemme docg 2007 e il San Quirico dello stesso anno; ma non dimenticherei il San Quirico 2005 e la riserva ghemme del 2009. Ma non foss’altro che per assaggiare lo spumante, una capatina in azienda la farei ancora.

Una considerazione finale

I vini delle Colline Novaresi sono buoni. La Ca’ Nova è un’azienda singolare, femminile, si presenta bene, ha energia. È una delle migliori, ma non è la sola ed è in buona compagnia. Sono ormai preistoria (e forse lo sono davvero) gli anni dello spanna in bottiglione.

 

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