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Vini da Vitigni Resistenti

Un sabato mattina entro da Forchir di Codroipo (Ud) e compro velocemente del vino. Il boss mi regala una bottiglia e mi dice: “lo assaggi e poi mi dica… è una cosa nuova, sperimentazione, vitigni resistenti”. Ed ecco che da allora, da alcune settimane, la bottiglia mi gironzola in casa e non so esattamente cosa sia.

Ecco il vino Forchir da vitigni resistenti

Poi, io incappo in una degustazione di vini da uve tocai (il vino però non si può più chiamare così) e mi fanno assaggiare due vini da “vitigni resistenti”. Sono vini ricavati da Fleurtai e Soreli, due vitigni resistenti. Ed ecco che capisco, mi spiegano cosa sono i vitigni resistenti. Eureka!

Ma incominciamo dall’inizio.

Nell’Ottocento la peronospora, l’oidio e la fillossera arrivarono dalle Americhe, portando la distruzione. Si incominciarono a fare vini con le viti americane, il clinton, il bacò, il fragolino… ma ad un certo punto sono arrivate la viti innestate (piede americano e parte arborea europea) e le viti americane sono andate in disuso, proibito fare vino… In alcune zone d’Italia, in anni recenti, la coltivazione dell’uva è intanto diventata monocoltura e ciò ha portato alla necessità di tanti trattamenti: otto, nove, dieci, tredici trattamenti… rame, zolfo, composti chimici. In alcune aree del Paese, tipo il Veneto, la vicinanza dei vigneti con zone altamente antropizzate ha portato alla nascita di movimenti di protesta che sottolineano la potenziale pericolosità di un così alto numero di trattamenti per la salute pubblica. Le risposte per ora sono poche: macchine che assorbono l’eccesso di trattamento, la mattina prestissimo… e i vitigni resistenti. Si tratta di sperimentazioni che le università e le scuole e i vivaisti del nord est stanno conducendo a spron battuto, sollecitati da una parte dell’opinione pubblica e dalla necessità di abbattere i costi. Si sarebbe giunti alla quattordicesima generazione di incroci fra vite americana e vite europea, con nomi nuovi: Fleurtai, Soreli, Kretos, Nepis e Rytos. Danno vini in cui l’impronta americana è vaga, lontana; ma hanno caratteristiche diverse. Nuove. Si sta lavorando ancora. Una cosa è certa: i trattamenti si riducono assai: due o tre, invece di nove o dieci o più.


Per ora le doc e le docg non prevedono il loro utilizzo e si possono così assaggiare solo nei vini senza disciplinare. L’obiettivo sarebbe quello di integrare i vitigni resistenti con quelli tradizionali e di porre i vitigni resistenti nelle aree più urbanizzate (dunque meno trattamenti e meno preoccupazione per la salute pubblica). E, forse, in futuro: produrre vini da questi vitigni.

Ecco i miei primi vini da vitigni resistenti

Ecco spiegato. Ma come sono? I due che ho assaggiato erano singolari. Il bianco da vitigno Soreli aveva un profumo di mandorla dolce, fiori bianchi; poco intenso; in bocca era secco, fresco, magro; con agrumi nel retrogusto. Non male. Insolito. Il bianco da vitigno Fleurtai era più dolce, floreale, frutto a polpa gialla e lieve affumicato; in bocca era magro, fresco, assai sapido; lunga nota di mandorla amarognola ed erbaceo nel retrogusto. Insolito pure lui, impegnativo.

Adesso, assaggerò la bottiglia regalatomi dal “sciur” Forchir. Con un po’ più di testa: ora so.

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Passi lo straniero!

Ho finalmente conosciuto di persona lo svizzero Christoph Kunzli. Me lo immaginavo diverso, un po’ più fisicamente eroico visto quello che ha fatto. Ha infatti salvato un vino doc, il boca doc, che stava scomparendo. Uno dei vini più rari d’Italia era infatti destinato a scomparire. Ma lui, invece, eroico investitore svizzero, ha comprato, ha ripiantato, ha vinto premi, ha guadagnato punti nelle classifiche, ha ridato vita con la sua azienda (Le Piane) ad una zona che oggi vede un manipolo determinato di giovani produttori. Salvato dunque un vino singolare, da terreno vulcanico, minerale; che si fa spazio fra i boschi e sulle tavole del mondo… Eppure se guardi questo signore svizzero pensi sia un impiegato statale; un docente di matematica in pensione; un non so cosa… eppure. Eppure è lui che fa vini buoni, buonissimi, con intelligenza. Ed è un extracomunitario. Ma nessuno si lamenta di lui. Anzi rappresenta un modello di cittadinanza attiva, di borghese illuminato, di cittadino del mondo che è venuto in Italia ad investire e a vivere. Ci sono extracomunitari ed extracomunitari, vero, però la sua vicenda fa pensare. Non è sullo straniero che dovremmo concentrare le nostre attenzioni, semmai sulle regole e sull’intelligenza piuttosto. Passi lo straniero…

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Il cielo a culatelli

Camminavo piegato in avanti, sotto un cielo basso di culatelli dall’aria vagamente inquietante. Meglio trovarseli a fette nel piatto, pensavo: profumi, sapori e colori delicati. Lì, invece, incombevano cupi. Ero nelle segrete dell’azienda Podere Cadassa (www.poderecadassa.it) di Colorno e sarei poi risalito nelle sale dell’attiguo ristorante al Vèdel per assaggiare un po’ di fette di quel tesoro gastronomico della food valley parmense. Buono.

Tempo dopo, camminavo per il Vicolo Fornello dell’Isola Madre, davanti a Stresa, e sono entrato in un bel bar ristorante, Il Fornello Bottega & Cucina. E lì, con sorpresa, vendevano i culatelli del Podere Cadassa. Un pezzo della food valley approdato nel cuore del distretto dei laghi del Piemonte. Una bella e buona combinazione, assai meno cupa nella bella luce primaverile del Lago…

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Sfumature di Barbera

Davvero interessante lezione quella di ieri sera al corso che sto tenendo a Verbania: una lezione sui vini rossi con degustazione di cinque barbare,di cui quattro della stessa azienda. Carino assaggiare insieme e dare ognuno il proprio giudizio.

Cosa abbiamo assaggiato? Della ditta Sulin di Grazzano Badoglio: Barbera del Monferrato Frizzante del 2017: spumeggiante espressione, bella schiuma, semplice nei sui profumi e una freschezza da aperitivo, merenda, amici… Poi una Barbera Monferrato 2016 solo acciaio: profumata, fresca, irruente… barbera nella sua espressione classica. Da cibo, da abbinamento saporito… buona!; e poi una Barbera Monferrato 2015 in magnum, più profonda ed austera, meno irruente al palato, più austera. Da serata a tavola, già impegnativo. Da dosare; poi una Barbera Monferrato Superiore Ornella passata nel legno (500 litri) per 16 mesi. Un vino che ti aspetti: profumi del legno, poi un po’ di frutta (ma poca). Al palato morbido e lungo. Da dopo cena, da sorseggiare.

Poi della ditta Punset di Neive, Langhe, abbiamo assaggiato il Barbera d’Alba biologico e biodinamico del 2017. Un vino austero,dai profumi profondi e dal gusto morbido. Austero nel complesso. Più maturo all’apparenza rispetto all’annata dichiarata e senza l’irruenza classica della barbera.

Barbera di Punset (dal sito aziendale)

Cosa è piaciuto di più? La platea di miei allievi, appassionati consumatori di vino, di varie fasce di età e di varia estrazione sociale (ma in generale nessun super ricco) ha scelto in gran parte il vino passato nel legno. Sorpresa! Poi una pattuglia di donne ha optato per il vino biodinamico. Pochi la barbera del 2015, quella in magnum. Esclusi dai giochi i due vini che mi sono piaciuti di più: la barbera frizzante del 2017 e la barbera del 2016, quella classica.

Come dire che la complessità piace di primo acchito e la semplicità si recupera con l’esperienza. Ma è solo una considerazione casuale che non tiene conto di altri fattori: la mancanza di cibo in abbinamento, l’orario, il clima… Però curioso!

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Ogni volta che…

Ogni volta che incontro Simona, lei mi fa dei piccoli e preziosi regali. Sa che sono appassionato di cibo e vino e dunque agisce di conseguenza. In due occasioni mi ha regalato una novità dal cuneese: i vasetti di pesce in agrodolce, Fario in Agrodolce, più dolce che agro direi, della Agritrutta di Mondovì Sapori di Fiume: trota cotta e preparata con langhe arneis doc, aceto di mele, zucchero di canna, salvia e sale. Da trota fario della regina allevata nel torrente Pesio.

Siccome li ho finiti in fretta e in compagnia, mi ha comprato anche la Iridea Affumicata sott’olio, da omonima trota tradizionale, affumicata e non aromatizzata, con olio evo del Frantoio di Sant’Agata d’Oneglia (30%), alloro e sale. Da assaggiare. E da assaggiare anche il Salmerino alla Valmorej, affumicato e lavorato con olio evo (30% anche qui) del medesimo Frantoio, spremuta di limone fresco italiano, noce moscata e sale.

Un buon modo per riconsiderare la umile e spesso negletta trota e più in generale i pesci di acqua dolce.

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Una Domenica Italiana: terzo giorno del Christmas wine Festival

Una domenica italiana, tradizionale, anche se insolitamente calda e ventosa: Orta era piena di gente e il Christmas Wine Festival è stato in linea con il luogo e la giornata ed ha raccolto una grande attenzione di pubblico. Pieno il Wine Circus, molto gradite le bancarelle di artigianato ed alimentare ed affollati anche i Master Class a Palazzo Penotti Ubertini.

Un pubblico attento e goloso quello convenuto per ascoltare il pasticcere Aldo Piazza, di Nonio Lago d’Orta. Ha parlato della Fugascina di Nonio, biscotto goloso e tradizionale che è un po’ il dolce del Lago d’Orta, “perché lo faceva da metà dell’800 il panettier di Nonio e lo portava col pane un po’ ovunque sul Lago”. La ricetta è segreta ma si sa che ci sono burro, farina, zucchero, uova, vaniglia e scorza di limone (“poi con la polpa faccio il gelato”). Dall’inizio degli anni Novanta la pasticceria di Nonio ha incominciato a produrla e da allora è conosciuta ed imitata in tutto il Cusio; mentre quella di Mergozzo ha solo lo stesso nome ma si tratta “di un dolce diverso”. In degustazione la versione classica, ben dorata, e quella con le nocciole, una novità. Si è anche recitata la poesia dedicata alla fugascina. Qui solo i primi versi: “Fugascina m’han chiamata / sono piatta e ben squadrata…”.

Aldo Piazza

I dolci di Nonio sono stati gelosamente conservati per poterli poi abbinare al wermuth Vandalo della ditta cusiana Glep che lo ha presentato con una entrée culturale: la presentazione del libro di Elena Maffioli “Soul Wermuth”, che ha supportato Luca Garofalo, uno dei due soci Glep, parlando e spiegando cosa si intenda con quel nome: “la presenza dell’assenzio” e spiegando le diverse tipologie, i metodi di produzione… molto interessante e azzeccato l’abbinamento con il dolce di Nonio. E molto interessante anche la scelta grafica delle bottiglie.

Garofalo e Maffioli

Nel pomeriggio, infine, grande affollamento per lo show cooking di Marco Miglioli, torinese e stellato, estroverso e volitivo cuoco del Carignano. Il ristorante boutique, fra gli altri: ben 5 tavoli nel cinque stelle Grand Hotel Sitea, dove opera anche uno dei tessitori della rassegna ortese: lo chef Fabrizio Tesse. Bella performance quella di Miglioli, molto interattiva con il pubblico, con Tesse e con Guido Invernizzi che ha presentato l’abbinamento della Trota salmonata barbabietola rafano e crescione con un Pepato Vernaccia di Serrapetrona doc Fabrini, scelta da Simona Zanetta per la sua speziatura. Il piatto era espressione delle caratteristiche dello chef: un prodotto piemontese, la trota, neppure troppo usato in cucina; una tecnica moderna e professionale che prevedeva l’uso di enzimi, roner, riduzioni…; e un gusto francese per le salse: “mi sono confrontato con la cucina francese in Inghilterra, nel ristorante stellato dove ho lavorato”, un gusto fra altre cose che prevede “l’uso di salse per esaltare il piatto e non per coprirla”. In questo caso una riduzione agrodolce di barbabietola. Ottimo piatto. Applausi per lui e per gli altri protagonisti della serata e, per esteso, a tutti i protagonisti delle tre giornate ortesi: dallo chef al pubblico, agli espositori, ai comunicatori e ai tanti volontari impegnati…

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Le Streghe di Carezzano

 

Meno male che il vino all’assaggio era aggressivo, fresco, poco accomodante… non avrei mai sopportato che fosse diverso. Magari morbido, grasso e piacione… Non avrei sopportato che un vino che ricorda un fatto tragico fosse morbido e aggiustato come una storia d’amore. D’amore ce n’è poco nella storia del Poggio delle Streghe, località Castiglione nel comune di Carezzano (Al). Lì furono bruciate molte streghe, in particolare tre in un colpo solo nella primavera del 1520. Tre povere creature di nome Bianca, Agnese e Maria… accusate di cose senza senso, dopo mesi di torture. Furono bruciate sul poggio, affinché il fuoco si vedesse da lontano. Leggete anche solo il materiale che trovate in rete. Non voglio ricordare qui, per disprezzo, il nome dell’inquisitore. Ma non fu certo il solo colpevole, ma lo fece per fare carriera. Sulla pelle degli altri.

Il vino Bricco delle Streghe dell’azienda La Morella, un dolcetto Colli Tortonesi doc, ricorda con molto pudore questo triste fatto storico. Una realtà del passato ma un presente in molti paesi. L’ho trovato adatto, come dicevo prima; certo perché è un vino biologico senza solfiti aggiunti. Quasi una stregoneria. Però ricorda quei fatti di 500 anni fa. Ha fatto bene? Ha fatto male? Ha fatto bene: ricordare è meglio che dimenticare. E in fondo è un pezzo della storia di tutti noi.

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C’è Caesar Salad e Caesar Salad!

Se accompagni tuo figlio al Mac di Verbania, cosa potrai mai mangiare? Una Caesar Salad ed una birretta, io dico. Otto euro la prima e quasi tre la seconda. In un contenitore di carta (ma fino a ieri di plastica) sono sovrapposte le insalate, il formaggio a scaglie e le strisce di pollo grigliato. Olio e salse a parte. Posate di plastica e bicchiere pure. Sei un po’ intristito ma fai felice tuo figlio. Ed è molto.

Se vai a Milano per un corso, ti può capitare di mangiare al bistro moderno Il Santa, locale design e modaiolo, artistico e un po’ freddo urbano. Non male, ma io preferisco il barocco.  Cosa mangia, se sei lì? Io ho preso una Caesar Salad ed un bicchiere di vino. Dodici euro la prima ed il resto non so. Pagava il boss, ero lì per lavoro. Servizio minimalista ma elegante, piatto ben presentato, buono nella sua semplicità.

Se fai un paragone, non trovi appigli. Sufficiente la prima, buona la seconda. Ma detto così è troppo facile: come si possono infatti paragonare i due locali: uno economico nella periferia dell’impero ed uno elegante nel suo centro? In uno dei centri della Trantor mondiale. Pensandoci bene, forse è più caro il primo.

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Scusa, com’è la birra?

“Scusa, ti ho visto su WhatsApp che la sorseggiavi. Ma com’è la birra a Cipro?”. “Urca, com’è? Come le tante birre industriali del mondo. Se la bevessi ad occhi chiusi, non saprei dirti chi la fa e dove. E poi a Cipro l’acqua scarseggia e davvero non so come facciano a farla. Dissaleranno il mare…”. E allora perché la bevevi? “Perché faceva un caldo “becco” e, bella fresca, faceva piacere ingerirla: tutto ciò che era fresco…”. Qualsiasi dunque? “Ma sì, compravo la loro birra perché ero lì come turista. Ma se ne avessi trovata un’artigianale, avrei preso quella. Almeno, quando avevo voglia di degustare qualcosa con personalità!”.

 

Prosit, comunque. “Prosit”.

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50 TOP PIZZA


È ‘PEPE IN GRANI’ DI FRANCO PEPE

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LA MIGLIORE PIZZERIA D’ITALIA E DEL MONDO DEL 2018

Il locale di Caiazzo (CE) bissa il successo della prima edizione, piazzandosi al primo posto della più importante guida on-line di settore. 

https://www.50toppizza.it/

Seguono sul podio ‘I Masanielli’ di Francesco Martucci (Caserta) e ‘50 Kalò di Ciro Salvo’ (Napoli).

Nella top 50 comanda la Campania con 19 insegne,

seguono staccate, a quota 5, Lazio, Lombardia e Toscana.

20 i Premi Speciali, 8 gli importanti riconoscimenti internazionali a pizzerie di 5 continenti.

 

Franco Pepe concede il bis e la sua ‘Pepe in Grani’ si conferma la migliore pizzeria d’Italia e del mondo. Il locale del maestro pizzaiolo di Caiazzo (CE), già sul gradino più alto del podio nel 2017, si aggiudica infatti la prima piazza anche nella nuova edizione di 50 Top Pizza, la prima e più importante guida on-line di settore firmata da Barbara Guerra e Albert Sapere, curatori del congresso LSDM, e dal giornalista enogastronomico Luciano Pignataro.

L’annuncio è stato dato martedì 24 luglio al termine di una splendida serata che ha visto il coinvolgimento dell’intero movimento della pizza italiana e internazionale presso il Teatro Mercadante di Napoli. Sul palco sono saliti, in ordine crescente, tutti i pizzaioli presenti, con le proprie insegne, nelle prime 50 posizioni della classifica di 50 Top Pizza e per questo insigniti dei ‘5 forni’, simbolo che contrassegna il gotha della pizza mondiale. Un evento andato in scena al termine di un lungo countdown che quest’anno ha passato in rassegna, raddoppiando la cifra della scorsa edizione, ben 1.000 pizzerie da Nord a Sud dello Stivale. Sotto la lente di ingrandimento, oltre al prodotto, anche tutto ciò che a quest’ultimo ruota attorno, dal servizio all’arredamento, passando per le carte dei vini, delle birre e degli oli extravergine d’oliva. A giudicare, nel rispetto dell’anonimato e pagando il conto, 100 ispettori, coadiuvati, per la stesura del ranking finale, da una giuria di qualità composta da 20 esperti nazionali.

Sul podio, al fianco di Pepe, la pizzeria ‘I Masanielli’ di Francesco Martucci (Caserta) e ‘50 Kalò di Ciro Salvo’ (Napoli). Tre i maestri pizzaioli a siglare una doppietta, cioè con due pizzerie nelle prime 50: Enzo Coccia, con ‘La Notizia 94’ (in 5^ posizione) e ‘La Notizia 53’ (8^), entrambe a Napoli; Gino Sorbillo, con ‘Gino Sorbillo ai Tribunali’ (6^) e ‘Lievito Madre al Duomo’ (12^), la prima a Napoli e la seconda a Milano; Stefano Callegari, con le romane ‘Sforno’ (16^) e ‘Tonda’ (22^). Netto, grazie alla presenza di 19 locali, il dominio della Campania nella top 50, seguita da lontano da Lazio, Lombardia e Toscana, a quota 5, poi Veneto ed Emilia Romagna (3), Piemonte, Abruzzo e Sicilia (2), Marche, Basilicata, Puglia e Sardegna (1).

“Una supremazia, quella della Campania, del tutto naturale e comprensibile – afferma Luciano Pignatarodato che si tratta del luogo di nascita di un prodotto che da qui è partito alla conquista del mondo. Da sottolineare in particolar modo è il boom verificatosi negli ultimi anni nel casertano, territorio ormai di elezione della pizza di qualità al pari di Napoli. Ma a crescere in maniera esponenziale è l’intero movimento, testimoniato dal fatto che a essere rappresentate nella nostra top 50 sono ben 13 regioni del Paese”.

A ulteriore dimostrazione di ciò, la destinazione di molti Premi Speciali, a cominciare da quello di Pizzaiolo dell’anno, assegnato al veneto Simone Padoan. 20 in totale i titoli conferiti, di seguito elencati.

Premio Olitalia Pizzaiolo dell’anno 2018: Simone Padoan – ‘I Tigli’, San Bonifacio (VR)

Premio Solania alla Carriera 2018: Giancarlo Casa – ‘La Gatta Mangiona’, Roma

Premio Consorzio Tutela Provolone Valpadana Pizza dell’anno 2018: ‘Margherita’ di ‘50 Kalò di Ciro Salvo’ – Napoli

Premio Olitalia Miglior Proposta dei Fritti 2018: Isabella De Cham Pizza Fritta’ – Napoli

Premio Consorzio di Tutela Della DOC Prosecco Miglior Carta dei Vini 2018: ‘Grigoris’ – Mestre (VE)

Premio Birrificio Valsugana Miglior Carta delle Birre 2018: ‘Framento’ – Cagliari

Premio Birrificio Valsugana Miglior Carta degli Oli Extra Vergine d’Oliva 2018: ‘Francesco&Salvatore Salvo’ – San Giorgio a Cremano (NA)

Premio Pastificio Di Martino Frittatina di Pasta dell’anno 2018: ‘Pizzeria Starita a Materdei’ – Napoli

Premio D’Amico Miglior Asporto 2018: ‘La Masardona’ – Napoli

Premio D’Amico Innovazione e Sostenibilità Ambientale 2018: ‘Percorsi Di Gusto’ – L’Aquila

Premio Solania Identità Territoriale 2018: ‘La Braciera’ – Palermo

Premio Consorzio di Tutela della Mozzarella di Bufala Campana DOP Benemerito della Pizza 2018: Antonio Pace e Antonio Mattozzi

Premio Pastificio Di Martino Migliore Comunicazione Web e Social 2018: Vincenzo Capuano – ‘Pizzeria Vincenzo Capuano’, Napoli

Premio Pastificio Di Martino Valorizzazione del Made in Italy 2018: ‘Ribalta NYC’ – New York

Premio Del Cuore S.Pellegrino 2018: Gino Sorbillo – ‘Gino Sorbillo ai Tribunali’, Napoli

Premio De Nigris 1889 Pizza con Aceto Balsamico dell’anno 2018: ‘Pane e parmigiano, carpaccio di pomodori con aceto balsamico e culatello di Zibello’ di Simone Padoan – ‘I Tigli’, San Bonifacio (VR)

Premio De Nigris 1889 La Performance dell’anno 2018: Enzo Coccia – ‘Pizzaria La Notizia 94’, Napoli

Consegnati inoltre quelli già annunciati a:

Premio Consorzio Tutela Provolone Valpadana Pizzeria Novità dell’anno 2018: ‘I Masanielli’ di Francesco Martucci – Caserta

Premio Consorzio di Tutela della Mozzarella di Bufala Campana DOP Giovane Pizzaiolo dell’anno 2018: Cristiano Piccirillo – ‘La Masardona’, Napoli

Premio Consorzio di Tutela Della DOC Prosecco Miglior Servizio di Sala dell’anno 2018: ‘In Fucina’ – Roma

Grande rilievo anche per gli 8 riconoscimenti internazionali che hanno visto in lizza decine di indirizzi provenienti da 5 diversi continenti. Ecco i risultati:

Premio Olitalia Migliore Pizzeria in Asia 2018: ‘Ciak Concept’ – Shop 265, 2F Cityplaza, Taikoo Shing – Hong Kong

Premio Solania Migliore Pizzeria in Giappone 2018: ‘Da Isa’ – 1-28-9 Aobadai, Meguro 153-0042, Tokyo – Giappone

Premio Consorzio di Tutela della Doc Prosecco Migliore Pizzeria in Sud America 2018: ‘Pizzeria Guerrin’ – AV. Corrientes 1368, Buenos Aires – Argentina

Premio Birrificio Valsugana Migliore pizzeria in Oceania 2018: ‘400 Gradi’ – 99 Lygon Street Brunswick East, 3057 VIC Melbourne, Victoria – Australia

Premio D’Amico Migliore Pizzeria in Nord Europa 2018: ‘Pizzeria Luca’ – Lauttasaarentie 28, 00200 Helsinki – Finlandia

Premio De Nigris 1889 Migliore Pizzeria New York Style 2018: ‘Patsy’s Pizzeria’ -2287 1st Avenue and East 117th Street, East Harlem, New York – USA

Premio Consorzio Tutela Provolone Valpadana Migliore Pizzeria Chicago Style 2018: ‘Lou Malnati’s Pizzeria’ – 439 N Wells St, Chicago – USA

Premio Consorzio di Tutela della Mozzarella di Bufala Campana Dop Migliore Pizzeria Napoletana fuori dall’Italia 2018:                ‘Spaccanapoli’, 1769 W. Sunnyside Ave. Chicago – USA

“Quello di selezionare le pizzerie all’estero – sottolineano Barbara Guerra e Albert Sapere – è stato un lavoro non facile, ma riteniamo fondamentale, dato la popolarità assoluta raggiunta dalla pizza, premiare chi, anche fuori dai nostri confini, propone un prodotto di alta qualità. Anche in questo caso il livello medio è in forte ascesa e i pizzaioli italiani, o di origine italiana, sebbene continuino a rappresentare un baluardo e una garanzia sotto questo punto di vista, non sono più gli unici a possedere le giuste tecniche e conoscenze. Ci sono infatti colleghi nati a milioni di chilometri dall’Italia che propongono una pizza davvero ottima. E noi non possiamo che esserne felici”.

 Ecco l’elenco delle pizzerie presenti dal 1^ al 50^ posto di 50 Top Pizza:

1             Pepe In Grani – Caiazzo (CE) – Campania

2             I Masanielli – Francesco Martucci – Caserta – Campania

3             50 Kalò di Ciro Salvo – Napoli – Campania

4             I Tigli – San Bonifacio (VR) – Veneto

5             Pizzaria La Notizia 94 – Napoli – Campania

6             Gino Sorbillo ai Tribunali – Napoli – Campania

7             La Gatta Mangiona – Roma – Lazio

8             Pizzaria La Notizia 53 – Napoli – Campania

9             Francesco&Salvatore Salvo – San Giorgio a Cremano (NA) – Campania

10           Pizzeria Starita a Materdei – Napoli – Campania

11           Concettina Ai Tre Santi – Napoli – Campania

12           Lievito Madre al Duomo – Milano – Lombardia

13           ‘O Fiore Mio – Faenza (RA) – Emilia Romagna

14           Casa Vitiello – Caserta – Campania

15           Dry – Milano – Lombardia

16           Sforno – Roma – Lazio

17           Pizzeria Da Attilio – Napoli – Campania

18           Patrick Ricci – Terra, Grani, Esplorazioni               – San Mauro Torinese (TO) – Piemonte

19           L’Antica Pizzeria Da Michele – Napoli – Campania

20           Saporè – San Martino Buon Albergo (VR) – Veneto

21           Berberè – Castel Maggiore (BO) – Emilia Romagna

22           Tonda – Roma – Lazio

23           La Masardona – Napoli – Campania

24           Santarpia – Firenze – Toscana

25           10 Diego Vitagliano Pizzeria – Napoli – Campania

26           Grigoris – Mestre (VE) – Veneto

27           Le Follie di Romualdo – Firenze – Toscana

28           Piccola Piedigrotta – Reggio Emilia – Emilia Romagna

29           Seu Pizza Illuminati – Roma – Lazio

30           In Fucina – Roma – Lazio

31           Carlo Sammarco Pizzeria 2.0 – Aversa (CE) – Campania

32           La Sorgente Pizzeria – Guardiagrele (CH) – Abruzzo

33           Carmnella – Napoli – Campania

34           ‘O Scugnizzo – Arezzo – Toscana

35           Pizzeria Apogeo – Pietrasanta (LU) – Toscana

36           Pizzeria Le Parùle – Ercolano (NA) – Campania

37           Fandango Racconti di Grani – Filiano (PZ) – Basilicata

38           Lievito 72 – Trani (BT) – Puglia

39           Da Zero – Milano – Lombardia

40           Osteria Pizzeria Per Bacco – La Morra (CN) – Piemonte

41           La Braciera – Palermo – Sicilia

42           Percorsi Di Gusto – L’Aquila – Abruzzo

43           Mistral dal 1959 – Palermo – Sicilia

44           Pizzeria Mamma Rosa – Ortezzano (FM) – Marche

45           I Masanielli – Sasà Martucci – Caserta – Campania

46           Enosteria Lipen – Triuggio (MB) – Lombardia

47           Marghe – Milano – Lombardia

48           Fresco Caracciolo – Napoli – Campania

49           Framento – Cagliari – Sardegna

50           La Divina Pizza – Firenze – Toscana

50 Top Pizza, prima guida online delle migliori pizzerie d’Italia e del mondo, è un progetto sostenuto da Consorzio della Mozzarella di Bufala Campana Dop, Consorzio di Tutela del Prosecco Doc, Consorzio di Tutela del Provolone Valpadana Dop, Pastificio di Martino, Olitalia, D’Amico, De Nigris 1889, Birrificio Valsugana, Solania, Acqua Panna e S. Pellegrino.

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Distratti dall’Ossobuco

Siamo stati distratti dall’Ossobuco di Cervo, vera e propria star gastronomica della terza serata del volume uno di Meating Food; lo attendevamo con curiosa attenzione perché raro e difficile da cucinare. Infatti lo chef Denis Croce del ristorante Marconi di Crodo (Vb) li ha sottoposti ad una cottura lenta, sottovuoto, in due tempi e due temperature: per un totale di sedici ore e rotti. Cotti in sacchetti con gli aromi e la riduzione di vino. Ottimi, sorprendenti: ancora con nerbo ma praticabili, non disfatti né grassi, né unti né aggressivi; di buon sapore. Ecco, dopo averli assaggiati, appagati, ci siamo resi conto di cosa avevamo mangiato nella loro attesa e abbiamo riavvolto il nastro: un Uovo cotto a bassa temperatura, uovo ossolano; un Filetto di Trotella ossolana cotta a bassa temperatura. Deliziosa; un Roast Beef di Cervo, ossolano, cotto a bassa temperatura. Ottimo; tre vini piacevoli (io ho preferito il nebbiolo piemontese. Io). Che dire? Che la trentina di ospiti del Marconi sono poi scivolati verso la fine della cena accompagnati da due assaggi di bettelmatt di dieci mesi e da una dolce Fioca. Bhe, davvero una bella serata gastronomica.

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Tette Barocche

Cammini fra decine di bellissime tele e poi ti accorgi che sono tutte accomunate da qualcosa: morte e donne un po’ spogliate. No, niente inguini o lati b, semmai seni. Tanti seni rotondi che fanno capolino qua e là, fra veli, abbondanze femminee ed epidermidi eburnee. Se non decisamente lattee. Nel museo di Cosenza il Seicento Barocco è così: un mix di morte e di sensualità che sembra essere il curioso leit motiv di una civiltà dominata dalla Chiesa e dal conformismo, ma che nei racconti del vecchio testamento e della storia trovava motivi sensuali, in cui l’erotismo si stemperava con il senso della finitezza: ricordati che devi morire. Guarda, ma pentiti. Diabolico!

Nulla di diabolico, invece, nei vini Spadafora che eravamo lì ad assaggiare. Buoni. Ne parlerò poi. Ma fra una degustazione ed un’altra; fra un menù tradizionale ed uno un po’ creativo; fra pizza e peperoni e patate della Sila… ecco una bellissima visita al Castello Normanno e al Museo cittadino. Dove, ovviamente, oltre alle tette barocche c’è anche altro. Ma a voi la scoperta!

Cleopatra

La Vergine

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