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Racchelli’s Goodbye

Public image / You got what you wanted / The public image belongs to me / It’s my entrance / My own creation / My grand finale

Ettore Racchelli è uscito di scena così come ha vissuto la politica: rapido, irruente, un po’ di prepotenza, velocità… forse un po’ troppo veloce per evitare di travolgere un pedone dopo un sorpasso, un piccolo scontro ed una sbandata: roba di secondi. Una vita. Lo hanno accusato di omicidio stradale e lo hanno condannato a più di quattro anni di carcere. Leggo di rito abbreviato, dunque la pena dovrebbe essere definitiva.

Mi è sembrata da una parte un uscita di scena in linea con un personaggio così talentuoso ed irruento (“di quel securo il fulmine / tenea dietro al baleno”, per dirla alla Manzoni); dall’altra un altro triste capitolo di un fine carriera politica che nasconde le qualità del personaggio pubblico Racchelli: un assessore determinato, capace di muovere grandi capitali, stimolatore di energie sopite… molto di quel che ha sognato ed ha fatto come assessore al turismo della Regione Piemonte è stato cancellato, qualcosa però è rimasto. Rimane soprattutto la consapevolezza dell’importanza del turismo e delle possibilità che la nostra regione ha; ci ha poi abituati “ad alzare l’asticella” e a porci delle sfide più alte di quelle che immaginavamo prima. Un buon allenamento…

Scrivo queste parole “vergine di servo encomio / e di codardo oltraggio”: per chiarire. Si tratta solo di una riflessione sull’amaro destino di molti di noi. E ringrazio qui i PIL ed Alessandro Manzoni per avermi aiutato a trovare le parole.

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Novità al Mottarone

Sabato 13 luglio è stato inaugurato il Parco Avventura e l’annesso Bar Stazione Mottarone in località Alpino di Gignese, sulla strada Borromea che porta in vetta. Le attività si inseriscono in un quadro ben più ampio di offerta turistica e per il tempo libero già esistente e di proprietà di Terre Borromee. La sorpresa è tanta, raggiungendo il punto di ristoro alla vecchia fermata del tram, che fino alla metà del secolo scorso collegava con linea ferrata Stresa al Mottarone: ci si aspetterebbe infatti di trovare il tipico luogo rustico, si scopre invece un ambiente moderno, sì in legno ma di stile minimalista, che bene però si inserisce nel contesto circostante. Grandi vetrate laterali, dove godere di una vista a 360 gradi, anche sul parco avventura che c’e di fronte e che promette grandi emozioni per i più sportivi. Al contempo il Bar, propone prodotti locali, oltre che bio e molti altri, facenti parte del Presidio slow food. Si va dal caffè qualità Etigua, alle tisane di produzione della Valle Cannobina, fino ad arrivare ai vini provenienti dai Vigneti Cantalupo di Ghemme.

Il punto di ristoro, garantisce anche una cucina in tema con la sua filosofia e legata a prodotti tipici, di cui Francesco Luoni,lo chef, ne è il garante. Per chi arriva dalla città, questa rappresenta sicuramente una meta ghiotta, sia per le attività sportive correlate e sia per gli amanti del cibo tipico e genuino.

Mirco Pastini

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Una cena al passato prossimo

La prima serata della rassegna enogastronomica al ristorante Il Camino di Pettenasco è stata un ritorno ad un passato prossimo; una bolla temporale che ci ha riportato agli anni novanta, quando una ridda di serate a tema imperversava sui laghi e nella pianura novarese.

Il tema della serata era però assai vago, cosa che una volta non sarebbe successo: se erano i funghi, solo funghi; se era il riso, solo riso; se era il pesce di lago, solo pesce di lago… e via dicendo.

Ora, invece, il tema era abbinare dei piatti con alcuni vini della Tenuta Capretto di Grazzano Badoglio (Piemonte). Grande fantasia dello chef, dunque: ad uno spumante rosato Sciatoguarin si accostava un Flan di Cipolle e Salsa alla Toma del Mottarone Stagionata; ad un Piemonte Sauvignon Antigua doc 2018, dei Ravioli di Pesce Persico con Salsa Beurre Blanc al Timo; ad un Barbera d’Asti Monte Cucchetto docg 2018, una Tagliata di petto d’anatra alla maggiorana con salsa di vino rosso e contorni; infine, con un Mosto parzialmente fermentato Il Novaletto, da uve moscato, si è abbinata la dolce Diplomatica alla Moda dello Chef.

I patti erano in linea con il ritorno al passato prossimo: minimamente creativi, decorati come si faceva una volta (ad esempio la dadolata i pomodori con i ravioli per dare un tocco di colore), poche verdure, buoni. I vini, invece, erano un inno alla modernità: uno spumante rosato assai morbido da uve freisa (stile prosecco, per capirci); la barbera era decisamente barriquata e potente (15,5 gradi!); il sauvignon equilibrato e profumato. Nulla da dire sul buon mosto parzialmente fermentato.

Il piatto preferito: i Ravioli, sopra tutti. E il vino? Il sauvignon, per equilibrio e non sfacciata piacevolezza.

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Molto di più che un ristorante (o forse no?)

Andare a mangiare al Pascia di Invorio (No) non è propriamente “andare al ristorante”. O almeno lo è in parte: si sta bene a tavola, comodi, si può parlare (ma a voce bassa, il locale è piccolo e la musica soffusa); si può mangiare bene, ma solo verdure: né carne né pesce. Fa capolino il formaggio, ma proprio poco. Per cui non è un ristorante vegano. Semmai vegetariano, se le categorie possono aiutare a comprendere.

Però poi viene al tavolo Paolo Gatta, lo chef, e ti spiega i piatti sottolineando alcune cose importanti e facili da capire: i prodotti sono del suo orto, biodinamico, che cura personalmente. E dunque ha una sua azienda agricola. Ciò che ancora compra (per esempio le farine integrali, il lino da cui ricava l’olio…) arriva da aziende biodinamiche che lui conosce ed apprezza; poi ti spiega che la verdura viene cotta al momento, quando il cliente entra in sala (e magari lo si è già sentito al telefono o via mail), cercando di interpretare l’essenza del cliente. I piatti sono calibrati per uomini e per donne. Sono tutti belli e ben fatti, con accostamenti arditi, ma leggeri, creativi a dir poco ma senza esasperazione… sembra di camminare in un bosco, con i profumi e i sapori che si mescolano per sinestesia, accostandosi piano piano per sfumature, delicati e delicatamente. Anche i vini proposti sono così, meno aggressivi per l’età, sfumati… Ma lo chef propone anche fermentati di sua produzione e cocktail analcolici di verdure e frutta… sembra che il vino e l’acqua minerale siano lì per abitudine, spettatori nella sequenza dei piatti.

Intanto lo chef inframmezza le portate con riferimenti alla medicina ayurvedica, alle dottrine olistiche steineriane e alla medicina cinese, al rapporto dell’uomo con le costellazioni… Scivoli in un mondo magico in cui lo chef crede, ed è sincero, e in cui tu fai fatica a riconoscerti. Ma forse tu, perché altri annuiscono. Paolo Gatta, a cui auguro il meglio, non sembra essere interessato alla fama, al successo, alla stella, piuttosto ad avere un nuovo rapporto con il cibo, con i clienti, con se stesso. Piace, anche se fai fatica a seguirlo.

Per noi che a tratti non crediamo rimane la bella impressione di una cucina vegetariana, sostenibile, piacevole, non riproducibile, apripista… Un locale “slow” con il piglio di uno stellato. Ma raro nel suo genere. Prezzo alto, ma non eccessivo se si calcola l’assenza di semilavorati e la produzione di tutto da parte dello chef e della sua piccola brigata (due): dal pane all’olio, dalle verdure ai legumi…

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Around Vicolungo

Se andate all’Outlet di Vicolungo, magari di sabato o per i saldi, scordatevi di mangiare comodi: i locali che ci sono hanno tavoli stretti e sono insufficienti per la massa. Nei giorni tranquilli sono accessibili, ma in ogni caso sono piccoli e un po’ scomodi:mangia veloce e vai, sembrano dirti. Una valida alternativa potrebbe uscire un attimo dall’Outlet ed esplorare i dintorni. A Casalbeltrame, per esempio c’è un locale curioso, molto urbano (paradossalmente) perché un po’ bar, un po’ rustico, un po’ elegante, un po’ vineria, un po’ bottega, molto ristorante… Si trova nel “centro” del paese, in una vecchia azienda agricola che ospita anche un bel museo etnografico. Si chiama Pane Amore Poderia. Il riso, ovviamente, spadroneggia, così come i prodotti locali; ma si nota anche una cucina rivisitata, creativa, con cambiamenti di ruolo: panna cotta salata, gazpacho dolce… per fare due esempi. Una cucina urbana appunto. Ottima alternativa, dunque, per mangiare bene e comodi. Come in campagna si usa fare.

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Il Medioevo corre fra Gravellona Toce e Domodossola

Ho fatto due settimane di lavoro a Domodossola. Ogni giorno, mattina e pomeriggio e, a volte, la sera, ho percorso avanti ed indietro la superstrada da Domodossola a Gravellona Toce. Mentre la percorrevo, ragionavo sulla differenza fra Medioevo ed Evo Moderno: noi oggi abbiamo le leggi che tutelano tutti, forti e deboli. Viviamo meglio, tutti, in luoghi aperti, viaggiamo, ci spostiamo, ci aiutiamo l’un l’altro, abbiamo case accoglienti e non castelli… il Medioevo dovrebbe essere aborrito, dimenticato, ma una certa tentazione medievale percorre ogni giorno quel tratto di mondo (e anche altrove credo).

Incominciamo: c’è un limite, 90 chilometri all’ora che rispettano in pochi: anzi devi stare attento, sfrecciano, zigzagano, abbagliano… Volete andare più veloci? Andate in pista, non mettete a repentaglio la vita propria (e costi nostri, di tutti, per i soccorsi e le cure) ed altrui. Mah!?

Molta gente abbandona rifiuti nelle piazzole: perché? Non volete fare la differenziata? Parlatene col vostro sindaco. Non ve ne frega nulla dell’ambiente? Pensate che non tocchi a voi aiutarlo? Lasciare un mondo pulito ai figli? Non so, follia suicida… distrazione adolescenziale. Prepotenza. Arroganza. Individualismo aristocratico. Pessima cosa.

La superstrada non è fatta per gli animali: non ci sono ponti erbosi che permettano di superarla, pochi i passaggi sotto e quasi tutti destinati ad altre strade. La recinzione qua e là è rotta, divelta e piegata… ogni giorno muore qualche animale, schiacciato dalle auto in corsa: ricci, lepri, gatti… una strage silenziosa che interessa pochi. Una mancanza di sensibilità, una ferocia barbarica…

Il bosco avanza e la superstrada sembra esserne sommersa, sommersa da un ‘onda verde. Così come l’Europa alto medievale fu ricoperta di foreste… E qua e là vestigia…

Il Medioevo si può studiare sui libri, ma anche percorrendo quella superstrada con gli occhi aperti ed il cervello sveglio…

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Vince l’Umbria il Primo Concorso Gastronomico fra le Pro Loco d’Italia Vaprio d’Agogna (No) 7 luglio 2019

Il team delle pro loco umbre, della Valnerina, ha vinto il primo contest Gastronomico tra le Pro Loco d’Italia organizzato a Vaprio d’Agogna (No) il 7 luglio scorso. La giuria era composta da esponenti di alcune scuole alberghiere locali e centri di formazione: Domodossola, Varallo Sesia, Stresa e Busto Arsizio. In più Massimo Zanetta, presidente Unpli Novara e Gabriella Giacomelli, consigliere del comune di Domodossola. I giurati hanno apprezzato la ricercatezza, la bontà dei piatti proposti, nonché la capacità di lavorare in gruppo, superando le difficoltà oggettive dell’operare in un contesto inusuale. Il menù proposto dagli umbri era il seguente: Merluzzo su Roveglia (un pisello selvatico); Risotto all’ortica, salciccia e zafferano; Vitello con luppoli e tartufi neri estivi; Mela cotta con gelato al mosto.

Gli altri tre team: pro loco del Piemonte, associazione sardi e pro loco della Calabria hanno lavorato altrettanto bene ed è stato difficile per la Giuria assegnare il primo posto. Gli altri, tutti ex equo.

Il Concorso si è svolto nel parco della bella struttura del Castello di Vaprio, una casa forte tardo medievale, oggi casa vacanza La Dimora del Caccetta, ricordando nel nome la leggenda del personaggio storico che avrebbe ispirato a Manzoni la figura del don Rodrigo. L’idea della competizione è venuta ad un gruppo di imprenditori locali e ha avuto come capofila la locale Pro Vaprio e il Comune. Gara con sponsor, pranzo e cena sono serviti per raccogliere alcune migliaia di euro da destinare alle associazioni locali che si occupano di assistenza ai minori.

La cena ed il servizio, anche del mezzogiorno, sono stati curati dai docenti e dagli studenti delle scuole coinvolte. Il loro impegno volontario ha così contribuito al raggiungimento degli scopi prefissi dagli organizzatori. Il prossimo anno il tema sarà ribaltato: a cucinare le scuole aderenti e a giudicare esponenti delle pro loco.

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I Vini di Brovello (Alto Vergante, Lago Maggiore sponda piemontese)

Mi ha sorpreso molto scoprire che un mio vecchio conoscente, Claudio Colombo, si è messo a fare vino. Mi ha sorpreso perché l’ho conosciuto docente di religione all’Alberghiero di Varallo e mi ha sorpreso anche perché lo fa là dove non lo si fa più da decenni. Ma un elemento per volta.

Claudio Colombo è il titolare dei Poderi Colombo. Sei ettari fra boschi e prati e vigneti (un ettaro e mezzo), divisi fra Suno e Mezzomerico, Colline Novaresi, Boca, zona del Fenera, e Brovello Carpugnino, alla falde del Mottarone, zona chiamata Alto Vergante. Noi abbiamo visto i vigneti di Brovello, che sono curatissimi e fanno intendere subito una passione ed un impegno fuori dal comune. L’area è frutto di un’eredità: l’ha bonificata, la cura con grande attenzione ed ora colpisce, spicca perché si trova in mezzo a prati abbandonati e ad un bosco che avanza. I suoi nemici sono i cinghiali e i tassi (tenuti lontano da una recinzione) e gli uccelli (contro cui usa delle reti). Nelle vigne di Brovello alleva traminer aromatico ed erbaluce. Due scelte opposte: la prima per le caratteristiche del terreno (sottosuolo, esposizione, clima), la seconda per collegarsi ad una consolidata tradizione novarese. Nei vigneti delle colline novaresi e del Fenera alleva soprattutto nebbiolo.

I vini che produce a Brovello sono due vini bianchi e sono molto simili: 80% di traminer e 20% di erbaluce. Portano i nomi delle due figlie: Luise e Chiara e differiscono solo perché uno è frizzante naturale, mentre l’altro no. Li vinifica in Oltrepò e la mano loro si sente. Sono vini gradevoli, profumati di fiori e piccoli frutti bianchi; in bocca spicca la dolcezza del traminer e solo sul finale la freschezza dell’erbaluce.

Buoni e sorprendenti. Da provare direi i vini di Brovello!

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Dieci anni dopo

Dieci anni dopo un’amica mi passa un libretto dicendomi: “leggilo è facile e poi è pieno di pubblicità… curioso”. Eh sì, un romanzo sponsorizzato non lo avevo ancora visto; un po’ come certi film o certi programmi televisivi. Curioso davvero. Il libro è “La donna sotto la Madonna: omicidi sul Lago d’Orta”. Opera di Marilena Roversi. Che conosco. E’ stato pubblicato nel 2008 ed ho poi ricostruito con amici che si trattò di un’originale operazione di marketing letterario locale che non ebbe seguito.

Il libro è composto da due racconti gialli e da un breve horror psicologico. I primi due ambientati sul lago e il terzo forse. La narrazione dei primi due è infarcita di citazioni pubblicitarie: vanno mangiare nel tal ristorante, mangiano il tal piatto, compare un gioiello antico comprato in una certa bottega… e le citazioni sono corredate sul finale da foto dei locali in questione. Operazione di marketing alla luce del sole. Proprio curiosa. Oltre alle foto dei locali, anche immagini del Lago d’Orta e dei suoi dintorni, una cartina. Non male, ben confezionato.

I locali invece erano una scelta promozionale e dunque non rappresentavano e non rappresentano in sé il meglio del Lago d’Orta ed inoltre molti di loro o sono chiusi o sono cambiati o i cuochi si sono spostati. Per esempio lo chef Paolo Viviani non è più al San Rocco ma credo in Monferrato, il Ristorante Sacro Monte non esiste più, l’Hotel Riviera è in ristrutturazione… Normale turnazione: il Lago è pieno di locali validi.

C’è ancora la Paltrinieri di Cavallirio, oggi più nota come Palzola: produce sempre un ottimo gorgonzola che io mangio assai volentieri. E non è uno spot.

Ecco il libro
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Passi lo straniero!

Ho finalmente conosciuto di persona lo svizzero Christoph Kunzli. Me lo immaginavo diverso, un po’ più fisicamente eroico visto quello che ha fatto. Ha infatti salvato un vino doc, il boca doc, che stava scomparendo. Uno dei vini più rari d’Italia era infatti destinato a scomparire. Ma lui, invece, eroico investitore svizzero, ha comprato, ha ripiantato, ha vinto premi, ha guadagnato punti nelle classifiche, ha ridato vita con la sua azienda (Le Piane) ad una zona che oggi vede un manipolo determinato di giovani produttori. Salvato dunque un vino singolare, da terreno vulcanico, minerale; che si fa spazio fra i boschi e sulle tavole del mondo… Eppure se guardi questo signore svizzero pensi sia un impiegato statale; un docente di matematica in pensione; un non so cosa… eppure. Eppure è lui che fa vini buoni, buonissimi, con intelligenza. Ed è un extracomunitario. Ma nessuno si lamenta di lui. Anzi rappresenta un modello di cittadinanza attiva, di borghese illuminato, di cittadino del mondo che è venuto in Italia ad investire e a vivere. Ci sono extracomunitari ed extracomunitari, vero, però la sua vicenda fa pensare. Non è sullo straniero che dovremmo concentrare le nostre attenzioni, semmai sulle regole e sull’intelligenza piuttosto. Passi lo straniero…

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Addio caro barista


Un professionista serio, un uomo tranquillo in un bar elegante… sempre tranquillo, anche quando noi davamo fuori di matto. Dopo la sua pensione, l’ho rivisto poche volte e l’ultima, purtroppo, mi ha dato l’immagine di un uomo tremolante, col bastone, fragile. Di vetro. Quando l’avevo conosciuto, Renato Lagger era invece di altra consistenza. Era in piena, adulta forza. Gestiva il Bar 2000 di Omegna. Un bar elegante che ora non c’è più. Ricordo gli aperitivi oceanici e le voci stridule. Non una bella immagine, credo. Però lui è sempre stato serio, gentile, professionale… aveva lavorato all’estero, mi sembra di ricordare, ci serviva vini bianchi veneti e il caffè in tazzine di porcellana senza pubblicità. Insieme a lui ricordo qui i compagni dei lunghi aperitivi: immagini, voci, di cui ricordo solo a volte il nome. Molti di loro non ci sono più. Il bar intanto ha cambiato più volte gestione, le tazzine non sono più di porcellana ed ora il signor Lagger se ne è andato. Chiuso il sipario, si cambia scena… l

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La Magna Charta: che emozione!

Una grande emozione è stata per me vedere dal vivo la Magna Charta Libertatum,la seconda (o terza, se si considerano le Costituzioni melfitane) pietra miliare del nostro moderno, democratico modo di vivere: senza più aristocratici e padroni di stirpe. Si tratta della seconda versione, quella più moderata, della carta dei diritti fondamentali dell’uomo suddito, poi cittadino: robetta come l’habeus corpus e cosucce così. Davvero bella la mostra che si può visitare a Vercelli e bella la storia dell’illustre vescovo vercellese, Guala Bicchieri; del legame -curioso in tempo di brexit- dell’Italia di allora (ma esisteva?) con il mondo anglosassone.

Eccola!

Per finire la bella giornata un pranzo in un ristorante lì vicino, che consiglio: bello e moderno, ma ricavato nell’antico ospedale cittadino: il DiQui. Suggestivo ed unico. Un’ottima panissa vercellese e un bicchiere di vino rosso. E per concludere, un pacco di riso Gigante di Vercelli, presidio Slow Food. Nel ristorante c’è infatti anche una piccola bottega di prodotti locali.

Verso sera ripensavo di essere stato così emozionato da essermi piano piano appoggiato sopra la teca per vedere da vicino quella bella, davvero bella, scrittura fitta. Da amanuense di gran valore. Una pergamena sottile, di gran pregio; una stupenda scrittura; bolli e ceralacche. Un’opera unica. Finché non sono stato ripreso da una signorina che ha minacciato l’accensione dell’allarme… Davvero una grande emozione, da meritare il rischio.

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Cosa fare domenica? (enogastronomici dilemmi locali)

Ecco, questa domenica qui, intorno al Lago d’Orta c’è l’imbarazzo della scelta: a Novara infatti c’è “Di bolla in Bolla”: grande opportunità di degustare ottimi spumanti metodo classico e di seguire interessanti masterclass. Vedete qui il programma: https://www.dibollainbolla.it/. Se si opta per Novara, consiglierei un paio di puntate gastronomiche serali: l’Osteria Cascina Pichetta di Cameri, bella location e cucina saporita, simpatia e professionalità (http://www.cascinapicchetta.it/); e l’Arianna di Cavaglietto, locale elegante, romantico, cucina raffinata e modernamente tradizionale. Da provare! (https://www.ristorantearianna.net/)

Oppure, potete salire verso nord, in Ossola, dove c’è la prima edizione di Ossola in Cantina: micro tour alla scoperta dei recenti vini del nord nord Piemonte (https://www.facebook.com/ossolaincantina/). Ben otto cantine (pochi anni fa erano due), fra cui una scuola (agraria di Crodo)! Anche qui, se avete voglia, un paio di ristoranti da consigliarvi: La Meridiana di Domodossola, locale raffinato ed elegante (http://www.ristorantelameridiana.com/); e il Divin Porcello di Masera, un locale originale in cui convivono tradizione e modernità (https://www.divinporcello.it/).

Se volete, infine, c’è la coda -l’ultimo giorno- della Mostra del Vino di Ghemme: un’ottima occasione per assaggiare i vini di Ghemme con una saporita cucina da festa paesana. Se non siete ancora sazi, vi consiglierei di cenare nel Ricetto di Ghemme, alla Casa degli Artisti (https://www.facebook.com/SpazioE/), dove una cuoca creativa vi potrà sorprendere; oppure al Cavenago (http://www.ilcavenago.it/), ottimo agriturismo sulla collina vitata.

Ecco, appunto: cosa fare domenica?

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