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Scusa, com’è la birra?

“Scusa, ti ho visto su WhatsApp che la sorseggiavi. Ma com’è la birra a Cipro?”. “Urca, com’è? Come le tante birre industriali del mondo. Se la bevessi ad occhi chiusi, non saprei dirti chi la fa e dove. E poi a Cipro l’acqua scarseggia e davvero non so come facciano a farla. Dissaleranno il mare…”. E allora perché la bevevi? “Perché faceva un caldo “becco” e, bella fresca, faceva piacere ingerirla: tutto ciò che era fresco…”. Qualsiasi dunque? “Ma sì, compravo la loro birra perché ero lì come turista. Ma se ne avessi trovata un’artigianale, avrei preso quella. Almeno, quando avevo voglia di degustare qualcosa con personalità!”.

 

Prosit, comunque. “Prosit”.

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La Croce di Malto

La Croce di Malto

Da qualche parte a Novara e nel novarese la storia si è intrecciata con la birra: birrerie storiche che fanno capolino nei libri di Romolo Barisonzo; locali alternativi degli anni Settanta; un mitico locale (ancora aperto) sul Lago d’Orta con centinaia di birre in degustazione, repliche dell’Oktoberfest un po’ ovunque; serate della birra. E può dunque apparire scontato dire che anche a Novara si beve birra buona. Ma così non è ovunque e sempre. Ancor meno scontato che il novarese sia diventato zona di produzione birraria.  Per trovare delle tracce produttive, si deve risalire di un secolo, poi il vuoto; e più recentemente, se si fa un po’ di storia locale, si nota come la rinnovata produzione sia rinata nella bassa Ossola, sul Lago d’Orta… per poi spegnersi e rinascere nella Bassa.

Una Bassa che ha dato forse i natali alla birra luppolata (a Pombia, in una tomba gallo-romana, è stata trovata un’inequivocabile traccia) ed ora produce ettolitri di ottima birra, premiata ed apprezzata anche all’estero. Ultimo caso in senso cronologico la Magnus, birra in stile belga premiata in Germania (non è uno scherzo! J), del birrificio Croce di Malto di Trecate.

Un birrificio assai attivo e noto. Non il solo. Il novarese terra di grandi birre?

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Il mio nome è Balabiòtt

Il mio nome è Balabiòtt

Difficile tradurre l’epiteto dialettale con cui si chiama il più recente birrificio artigianale dell’Ossola, il primo di Domodossola: Balabiòtt! Si potrebbe infatti tradurre letteralmente “balla nudo”, ma in realtà è un’indicazione di originalità, fra il simpatico e il tollerato. Si usa per indicare chi non sta proprio nelle regole e il giudizio dipende dal tono della voce: simpatico, ammiccante, irato, sorpreso…

Hanno incominciato un paio di anni fa ed ora hanno già raddoppiato l’impianto e raggiunto le sette birre in catalogo, ognuna contrassegnata da un nome dialettale, come la Sciura, che è stata premiata dalla guida Slow Food come Grande Birra 2017. Ma anche la Baiòrda, la Bìsa, la Fiòla, la Ganàssa, la 40 Dì e la Rabelòtt. Sul loro sito troverete tutte le doviziose spiegazioni.

Di queste birre atigianal-dialettali ne hanno parlato ieri pomeriggio, ospiti del Prefetto a Villa San Remigio a Verbania, a margine della conferenza stampa sul Salone del Gusto – Terra Madre. Uno dei due soci, Matteo Vinci, ha illustrato ai presenti la filosofia aziendale di “stretto legame con il territorio”. Un legame che ha prodotto birre con il miele di castagno e segale locali, o con le erbe officinali della cooperativa Erba Bona o con il mais di Beura e in futuro la sperimentazione condotta con gli agrumi di Cannero, su suggerimento dello Slow Food Cusio Verbano. E di “suggerimenti simili” ne arrivano molti e i due soci “sono sommersi dalle materie prime locali”.

Un legame col territorio che è sancito fin da subito dai nomi in dialetto, con una crescita in teoria assai ampia: “al giugno domese siamo stati avvicinati anche da molte persone che ci hanno suggerito nuovi nomi per nuove birre:  cadrega, pioda… mentre sta arrivando l’ottava birra, Fumera, fatta con malti affumicati”.

Per ora le loro birre si trovano solo in questo lembo nord del Piemonte; ma in futuro l’intenzione “è quella di uscire”. I Balabiòtt alla conquista del mondo!

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Vino e Birra

Non ne conosco altri. Ce ne saranno di certo. Ma questo sì, lo conosco bene. E’ il Black Velvet a base di champagne/spumante secco e di birra Guinness o analoga. E’ molto bello da vedersi (ah, ringrazio la mia ex allieva Annalisa che lo ha fatto all’esame di maturità!) e buono da bersi. Anni fa ne bevvi un mezzo litro con un simpatico barman napoletano; oggi, più modestamente, una flute ogni tanto, se trovo il bar che abbia la scura alla spina e sia capace di farlo. Sì, perché nella sua semplicità è difficile. Vedete nella foto: ha due livelli di colore ed una simpatica schiuma sulla superficie.
Questo cocktail a base di birra scura, ancora oggi consumato per il San Patrizio day, si dice sia stato creato nel 1861 in un club londinese frequentato da gentiluomini, per onorare la morte del principe Alberto di Sassonia, marito della regina Victoria: per metter a lutto anche lo champagne! Sappiamo che è stata la bevanda preferita del marchese Von Bismark. Si prepara di solito in una flute che va riempita prima per metà di champagne e poi, lentamente, usando il dorso di un cucchiaio, per metà da una birra stout. Poiché le due bevande hanno un peso specifico molto diverso accade che esse si stratifichino nel bicchiere con un effetto visivo di sicuro impatto. Quando si beve, si mescola, ma è meglio agitarlo un po’, prima. La versione italiana del cocktail, conosciuta come Italian Velvet, che non conosco affatto, prevede la medesima preparazione impiegando una parte di prosecco con due parti di birra lager rossa, anche doppio malto. Se qualcuno la assaggia, mi faccia sapere com’è!

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Birra Moretti Le Regionali

E’ stato durante un servizio esterno della mia scuola, presso l’annuale festa del Rugby Varese (andato in serie B quest’anno, hip hip hurrà!), che il sottoscritto ha conosciuto la selezione di Birre Le Regionali della Moretti, sponsor della squadra. Si tratta di birre che vanno ad occupare uno spazio lasciato libero: da una parte, infatti, ci sono le cosiddette birre industriali, leggere, profumatine, poca schiuma, dolcine, gasate, molto simili fra loro, economiche; dall’altra le cosiddette birre artigianali, strutturate, luppolate, maltate, saporite, profumate, bella schiuma persistente, magari amare, magari acide, dalla personalità spiccata, costose anche troppo a volte… In mezzo uno spazio vuoto che potrebbe essere occupato da birre che uniscano il bello delle due famiglie: siamo caratterizzate ma non troppo, che si facciano bere e non sorseggiare, abbastanza strutturate da essere usate anche a tavola, che non siano troppo care.
Ecco, queste birre Moretti mi sembrano adatte a ricoprire questo ruolo: profumate, corpose ma non da sorseggio, più alcoliche ma non troppo, saporite però non eccessivamente impegnative, non care… sono birre, per intenderci, che annusi prima di bere, che affronti con un sorsetto e poi ti riempi la bocca. Bene, fresche, da bersi da sole o –come hanno fatto alla Festa del Rugby- da abbinare a cibi, pietanze. Delle pilsener di qualità ad un prezzo popolare.
Io le ho assaggiate tutte e quattro, la mia preferita è stata quella Alla Siciliana, coi fiori di zagara. Buona davvero!

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Il Mais nella Birra: buono o cattivo?

Quando frequentavo i corsi dell’indimenticata Università della Birra di Azzate (oggi Accademia), mi fu detto che le multinazionali della birra (poche e veramente grosse), nel 40% di possibile spazio per altri cereali che non fossero l’orzo maltato, usavano l’economico mais, la cui produzione abbondante ed intensiva abbatte i costi della birra. Il risultato sarebbe una birra un po’ meno corposa, un po’ sciacquetta per capirci, “watery” nel gergo degli intenditori, con un profumo e un retrogusto di popcorn.
Negli anni ho bevuto litri di birre con il mais, spesso senza neppure accorgermene, e solo qualche volta ho identificato con chiarezza la sua presenza. A volte non ci ho fatto proprio caso. Ma non l’ho mai, comunque, legato ad un sapore sgradevole, negativo, fetido. Le birre industriali, quelle più famose, dal mio punto di vista sono criticabili semmai per la loro mancanza di personalità: un po’ di gas ma non troppo, poco amaro da luppolo, leggere di corpo, tendenti al dolce. Difficile distinguerle se non si fa attenzione.
Le cosiddette birre artigianali sono certo dotate di maggiore personalità: una ha certi profumi, un’altra ha maggiore corpo, l’altra ha l’amaro aromatico dei luppoli selezionati… un mondo di sfumature che se lo provi te ne innamori. A patto di avere molti soldi, però. Le birre cosiddette artigianali infatti costano. Anche troppo dal mio punto di vista. Per cui, in attesa di un riallineamento verso il basso di queste birre, si va al supermercato e si beve industriale. Mais compreso. Anche se, sia detto, non tutte le birre da scaffale lo usano. E comunque per me non è un difetto a priori. Anche perché basta fare un giro in rete per vedere come intorno al mais si stia sperimentando con logiche di qualità e distinzione: vedi per esempio qui e qui.
Che dire dunque? Che si deve ragionare con la propria testa e con i propri sensi. E con il proprio portafoglio aggiungerei… mais o non mais!

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Inizio e finisco

Inizio e finisco

 IF

Sono stato (come molti) alla serata di beneficenza che Eros de La Casera di Verbania ha organizzato giovedì scorso ad Intra. Bella serata di cui ho capito solo dopo la ratio: si pagava infatti un ingresso, 15 euro e ti donavano un bicchiere. Poi potevi assaggiare i vini dei produttori presenti ed assaggiare salumi e formaggi e pane e Nutella (sì, proprio Nutella Ferrero!) e cosucce varie. Intanto c’era musica. Io, ovviamente, ero interessato al vino ed ho assaggiato parecchio, con un po’ di difficoltà: non c’erano sputacchiere e neppure acqua per sciacquare la bocca e il bicchiere… un fastidio! Anche perché ero costretto a mendicare acqua dai produttori di vino e in un’occasione sono stato redarguito da una signora venditrice  che mi ha detto che l’acqua era per loro… bah!? Ho finito per andare in bottega a comprare due bottigliette in pet. Intanto, mentre la folla sgomitava per formaggi e salumi (buoni ma nulla di così raro o particolare), io ho assaggiato. Loro erano lì per quello, io per altro. Ma la festa era per loro, non per quelli come me. Noi “wine addicted”. Noi così…

GustAbile due GustAbile uno

Cosa ricordo? Beh, che ho iniziato con Brut Rosè della Cantina Rosa del Golfo. Buono, piacevole. Negroamaro e chardonnay. Poi ho girovagato, assaggiando e parlando. Ho parlato a lungo con il responsabile de Le Piane di Boca, cantina che non conoscevo bene e di cui ho poi apprezzato i vini presentati: il boca doc, il Piane (croatina) e La Maggiorina (nebbiolo e croatina, uva rara e vespolina coltivati con il vecchio sistema della maggiorina). Belle fresche le due birre di Sora’Lamà della Val di Susa. Di cui una bella amarognola ed aromatica da luppoli americani. Era la Slurp 10 Luppoli mentre l’altra era la Splash! Gran Perlage. Ho girato di qui e di là, assaggiando buoni e discreti vini. Il giovane rappresentante (proprietario?) della Orlando Abrigo mi ha fatto assaggiare i suoi vini e a lui ho fatto delle domande topiche: è meglio il barolo o il barbaresco? Si distinguono nettamente? A suo e mio giudizio distinguerli è molto difficile, perché le differenze erano, una volta, giustificate da scelte colturali operate. Ora le scelte sono simili. Lui, ovviamente, preferiva il barbaresco. Il suo era proprio buono. Per chiudere la bella serata, ho finito con il Brut Rosè della Cantina Rosa del Golfo. Un vino assai estivo…

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BGG in flusso di coscienza.

Birragelatogorgonzola in flusso di coscienza

Sì il gelato alla birra bionda è proprio piacevole meglio certo di quello al gorgonzola che solo a pensarci ti fa stortare la bocca… non male davvero sono sincero il menù degustazione pensato a Domodossola all’Eurossola… ah che simpatico gioco di parole… ecco pensavo utilizzano la birra Cascinazza di cui Fabrizio è intrepido… brbrbrrrrrrrrrrrrrrrrrr senza tregua futuristico ardire distributore… dolce ci fanno anche il gelato… ecco io questo l’ho assaggiato in anteprima alla fine di un buffet e mamma mia che foga gli ospiti ad assaltare i bicchierini e le tartine e i due quartini di gorgonzola il cremoso di più mi piace pensare che se a me piace più il piccante del cremoso al resto del mondo piace il contrario… e dire che tutto era in abbinamento ad una birra bionda una rossa e ad una scura… birre ben fatte ma non troppo caratterizzate… ampio pubblico di bevitori… io andrei anche oltre ma Carlo ne era estasiato sì proprio lui noi che al bar facciamo fuori una dopo l’altra bottiglie di birra leggera da 66cl… e cosa direbbe Carlo del menù forse che il Tortino di Patate Cotte nella Birra Rossa e Grasso d’Alpe con Tempura di Verdurine alla Birra Chiara vale de sé una merenda… e poi ce la farebbe a mangiare un Risotto e Birra Bruna con Fiori di Zucchine e Scaglie di Castelmagno forse se le dosi non sono esagerate o se sei veramente affamato… magari hai fatto trekking al Devero o sei salito ai tre laghetti di Antrona… non so ma io vorrei proprio assaggiare trovare lo spazio per il Ganascino di Vitello Cotto a Bassa Temperatura nella Birra con Rosti di Patate Finferli e Datteri Spadellati… mi piace la consistenza quasi gelatinosa del guanciale e forse farei a meno a pancia piena del Formaggio Stagionato nel Luppolo ma se sbagli sai che amaro ma chissà mi domando com’è… e poi per finire direi sì al piacevole Gelato alla Birra in Coppa ma perché no nel bicchiere con Composta di Rabarbaro e Zenzero Candito ottimo davvero… e pensare che è una birra fatta da monaci in Lombardia con consulenza belga giunta al confine svizzero e proposta da un giovane cuoco di famiglia romagnola… ma dai!?… sì, prosit!

 

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Una birra modernamente medievale

Una birra modernamente medievale

Devo ringraziare Fabrizio per la sua bottega in Orta San Giulio, “Quel che passa il convento” si chiama e vende quasi esclusivamente prodotti dei conventi italiani ed europei (ma anche prodotti alimentari bio, biodinamici, rari, curiosi, insoliti). Passato di là per faccende di conti, mi ha fatto assaggiare la Cascinazza Bruin, dai malti assai tostati, prodotta in un monastero lombardo. Una delle poche birre da monastero prodotte in Italia. Le altre sono infatti la sua omologa Amber e la immancabile Blond. Sono birre prodotte dalla Comunità Benedettina dei Santi Pietro e Paolo che si trova alle porte di Milano, in Lombardia.

Leggo ora sul sito che “La Comunità monastica dei SS. Pietro e Paolo alla Cascinazza di Buccinasco, è nata il 29 giugno 1971. Situata alle porte di Milano (nella cosiddetta “Bassa”), in questi anni ha tratto il suo sostentamento materiale soprattutto grazie all’attività agricola svolta direttamente dai monaci. Il lavoro manuale è parte integrante della vita monastica benedettina, secondo quanto lo stesso san Benedetto (480-547) prescrive nella sua Regola: “sono veri monaci, se vivono del lavoro delle proprie mani”. Dal 2004 però abbiamo cominciato a cercare nuove attività lavorative che potessero integrare il reddito agricolo, ormai troppo scarso per mantenere la Comunità che oggi conta 17 persone. Dopo avere vagliato diverse opportunità, abbiamo deciso di intraprendere il lavoro di produzione della birra che, grazie all’aiuto di molti amici, ha potuto vedere l’avvio nel 2008, con la realizzazione del primo micro birrificio italiano gestito interamente da monaci. Nel 2005 due di noi hanno trascorso un periodo di formazione in Belgio, presso alcune abbazie che producono alcune tra le migliori birre del mondo. Lì hanno potuto vedere ed imparare dalla lunga esperienza dei monaci i criteri e la tecnica di produzione. Questo tipo di lavoro si inserisce così nel solco di una ricca e antica tradizione che, fin dal medioevo, ha visto molte abbazie, soprattutto del nord Europa, come luoghi importanti di produzione di questa bevanda. Ma, cosa più importante, questo tipo di attività, totalmente gestita e organizzata secondo i ritmi e le esigenze del monastero, ci permette di salvaguardare gli elementi essenziali della nostra vita monastica benedettina. Il lavoro di produzione della birra è quindi finalizzato al servizio della vita della Comunità e alla sua crescita, non solo materiale ma anche di fede. Per questa ragione il numero di bottiglie prodotte annualmente è volutamente limitato; questo ci permette inoltre di seguire sempre con attenzione tutte le fasi del processo produttivo. Questo lavoro richiede infatti una particolare precisione durante tutti i passaggi a causa della complessità del prodotto, e solo così si può garantire un’elevata qualità. In questo senso anche il tempo è fondamentale. Non bisogna avere fretta ma rispettare il naturale processo di fermentazione e maturazione della birra per ottenere il massimo profilo aromatico. Seguendo il “metodo di produzione belga”, le nostre sono birre rifermentate in bottiglia. La nostra lavorazione artigianale, non seguita da nessun processo di filtrazione, né di pastorizzazione, garantisce così la possibilità di gustare un prodotto “vivo”, che evolve e si affina nel tempo”.

Bella storia, buone birre: dopo aver assaggiato la Bruin, ho comprato una Blond. Buona anch’essa. Davvero. Cosa vuol dire buona? Una birra profumata, ricca di profumi; corposa e gustosa. Equlibrata. Piacevole e ricordabile, ben diversa dalla sciacquette che si comprano un po’ ovunque… “Bevi ed Impara” o “Bevi e Paragona” o giù di lì… potrebbero essere i motti di una nuova filosofia del bere collettivo.

Prosit!

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Così a caso

Così a caso leggo su “Il mondo della birra”, ottobre 2011, che a Polpenazze sul Garda (sembra il paese di Poldo) si è tenuta la prima Sfida fre le birre d’Europa. Esattamente sei birre bionde. La prima classificata è stata la Forst, poi la Tennent’s, la Konig Ludwig, la Heineken, la Cosser e la Stella Artois. Nessuna mi entusiasma, ma è comunque una classifica redatta dai consumatori. Ne terrò conto.

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