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Italia in Crisi?

Che l’Italia sia in crisi e che abbia una marea di problemi, sembrano esserne convinti in molti. Però se si guarda da altri punti di vista, non appare proprio essere così. L’Italia è il quinto mercato mondiale dello Champagne (cfr https://www.ilsole24ore.com/art/vino-champagne-all-italia-sovranista-piace-bere-francese-ABzOuSfB), statistica per fatturato. Arriviamo dopo UK e Usa e Francia… Non male per essere un Paese in crisi. E che dire poi del bel numero di ristoranti stellati nel Belpaese? Ne abbiamo 374. La Germania, per confrontare, ne ha 308. Battuta! Solo una questione di cultura culunaria? Non credo: la Spagna col Portogallo ne ha 232. E non sono Paesi depressi dal punto di vista gastronomico. Ragioniamo poi sui “modesti” Bib Gourmand, noi ne abbiamo “solo” 266, mentre i tedeschi ben 424. Mangiare mangiano, dunque, ma spendono meno. Perché? Forse perché meno interessati. Forse. Però gli italiani i soldi li hanno per spendere in questi bei ristoranti (con conti che superano i cento euro a testa). E poi magari ci bevono sopra champagne. Crisi? Non direi. Ecco, già lo sento dire: i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Forse, ma intanto la matematica ci dà risposte diverse: con meno abitanti, abbiamo più ristoranti stellati. Altro che crisi!

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Brevi, brevissime…

Leggo che c’è un signore di 55 anni, un italiano, che dorme in stazione ad Arona (No). Ovviamente, il giornale calca sul pietismo, ma nulla dice sul fatto che un signore in età lavorativa non abbia soldi per affittare una stanza. Non lavora? Come mai? Ad Arona sono andato a mangiare in una moderna Osteria che si chiama Anticogallo. Ed ho mangiato assai bene: cucina tradizionale piemontese, nordica, italiana. In cucina però una signora marocchina; una signora garbata e silenziosa e lavoratrice come sanno esserlo le persone che cercano, lavorano, rispettano… Cucina bene della cucina tradizionale italiana. Lei lavora e l’altro no. Non poteva imparare anche lui a cucinare, magari il kebab, e trovarsi un lavoro invece di reclamare la pubblica carità? Bah, mi sbaglierò e sono pronto a cambiare idea, ma mi sembra una malattia sociale più che altro.

Sabato sono ad Asti, dagli amici dell’agriturismo Ca’ d’ Pinot per il Bagna Cauda Day. Bellissima iniziativa per un piatto tradizionale, saporito. Bella e barbarica mangiata. Tutto ok? Sì, da promuovere e diffondere. Ma l’immagine è da cambiare: un curioso disegno, un po’ inquietante e pasticciato… orna cartoline e grembiuli. Brutta. Sia detto così, in libertà e senza voler offendere nessuno.

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Vini dal Futuro

Mentre assaggiavo la coscia di pecora ripiena che ci proponeva Riccardo Sappa, agrichef di Garessio (Cn), con la complicità del giovane macellaio Alberto Canavese, ecco che mi servono un vino: un Dogliani, cioè un dolcetto docg. Un vino scuro, dal profumo denso difficilmente scomponibile; in bocca era corposo, asciutto e caldo di alcol… urca: ha 14,5 gradi dichiarati! Se lo facevi ruotare nel bicchiere, poco a poco i profumi si sganciavano e arrivavano al naso, in bocca ne apprezzavi l’equilibrio ma ne temevi l’intensità. Quasi un liquorino, mi veniva da pensare.

A fine show cooking, ho avvicinato il sommelier che mi ha spiegato che da anni a Dogliani si ottengono vini così: le temperature medie sono cresciute, l’uva è ben più matura… è dal 2002 che le annate si susseguono calde. Così come un po’ ovunque in Piemonte, viene da dire. Urca, dovremo allora abituarci a vini così spessi, densi, caldi? I vinelli arriveranno dalla Scandinavia?

Buono, davvero buono il Ribote 2017 Dogliani docg di Bruno Porro. Ma da sorseggiare, più che da bere.

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Una bella idea a metà…

Quella del cavatappi Vaja è una bella idea: bella perché innovativa e bella perché richiama ed aiuta problematiche recenti. Si tratta infatti di “un cavatappi innovativo” (leggiamo dal comunicato stampa) che porta il nome della “tempesta senza precedenti che alla fine di ottobre del 2018 ha devastato il paesaggio delle Dolomiti, distruggendo in Veneto ben 12.000 ettari di boschi”. Il cavatappi sarà “molto di più di un gadget ufficiale dell’evento… in occasione del 53° Congresso Nazionale dell’Associazione Italiana Sommelier che si terrà a Verona il 22 – 24 novembre” pv.

Vaja

Il cavatappi “numerato e prodotto in edizione limitata, racconta una bella storia italiana che ha come protagonisti la creatività, l’abile artigianato, la sostenibilità e la solidarietà. L’ideatore èClaudio Burato, al timone dell’Hosteria del Durello di Montecchia di Crosara (Verona), uno chef–inventore”. La sua novità è “la mobilità del perno su cui è fissata la spirale del verme; ciò permette di allungare l’estrazione del tappo in un unico movimento compiuto senza alcuno sforzo, con una sola leva”. La sua realizzazione è stata affidata “alla storica azienda Farfalli di Maniago (Udine)… dalla scelta delle materie prime alle finiture”. Ok, tutto bello: ma la beneficenza? Ecco qui: “il ricavato delle vendite sarà devoluto a un progetto di ricostruzione del patrimonio forestale della regione”. Bello. Però…

Però si legge di “finiture in legno di olivo” e di un astuccio realizzato in “fibra di cellulosa che proviene da foreste e piantagioni certificate FSC”. Ovvero, né l’uno né l’altro dai boschi veneti (o meglio, forse il secondo. Ma non è specificato). E dunque, a mio opinabile giudizio, un progetto di beneficenza a metà. Il cavatappi Vaja sembra così perdere di grandezza: un bell’oggetto, sembra dire il ragionamento, venduto per beneficenza (a chi e come, poi si vedrà) ma niente di più (e anche molto però, sottolineo): come fosse una bella bottiglia di vino, un cesto di frutta, un bonsai…

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A metà strada

La recitazione di Antonino Cannavacciuolo è a metà strada fra sé stesso e un attore vero. Recita ed è un po’ come se recitasse sé stesso. Come si guardasse dall’esterno. A volte un po’ straniante. Però, per il resto è un personaggio gradevole al centro di un operetta assai piacevole: “Mettici il cuore Cannavacciuolo all’Opera Live Cooking” che ho visto al Teatro Coccia di Novara la settimana scorsa.

La scenografia è quella di un cucina didattica, con un piatto veramente realizzato (ed assaggiato da uno spettatore estratto alla fine); la storia è di un amore vecchio e di uno nuovo, gelosia, donne civettuole, omosessualità… Bello e divertente, ben cantato e tutto sommato assai ben recitato anche dallo “cheffone”.

Detto così, sembra poco. Ma invece c’è molto: musica, orchestra, canto, dialoghi, risate, situazioni… Io mi sono divertito e questo per me è molto. Lo rivedrei…

E il piatto? Linguine di calamaretti spillo e salsa di pane di segale… non male, ad occhio. Ma è forse qui l’aspetto più recitato ed artefatto dello spettacolo, non il cuoco: per cucinare ci “devi mettere il cuore” (oibò , e la conoscenza); i calamaretti si devono “massaggiare”; la pasta va “pettinata”. Era come vedere uno spettacolo nello spettacolo: solo che, curiosamente, lo spettacolo della cucina viene sentito come vero e non verosimile come quello del teatro!

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Donne in bikini col telefonino

Estate, sono in una delle terme di Budapest e ho voglia di bere qualcosa: scendo verso gli spogliatoi, sbaglio direzione e vengo redarguito da un signora; dopo qualche istante, ritrovo la strada e recupero il portafoglio. Vado al bar e mi metto in fila con il vassoio in mano. Il portafoglio è scomodo: non ho tasche. Davanti a me tre ragazzine americane in bikini, carine, magre, smorfiose; chiedono in americano alla commessa (che capisce poco), mandano messaggi, parlano fra di loro, si fanno foto reciprocamente… e pagano con il cellulare. Tre ragazze e tre cellulari: un mondo di parole, foto e denaro. Comodo.

Autunno, sere dopo; molte settimane dopo Budapest, sono al Ristoro Primavera di Meina, Lago Maggiore, Novara: il locale è pulito, piacevole, con generosa cucina tradizionale italiana (pesce e carne, per intenderci), coogestito anche da un’associazione di genitori bambini down (che aiutano in cucina e nel servizio). Si mangia e si parla. Siamo una compagnia composita ed ognuno paga per sé. Il signore davanti a me paga col telefono, io con la carta… nessuno usa contanti. Il gestore dice “meglio così, impazzivo per i resti”, rispondendo alla mia sorpresa: “pagare col cellulare?”.

Niente, ecco pensavo, niente… il mondo cambia e noi litighiamo (o forse litigano per gestire e non sulla natura delle cose) per ridure il contante o eliminarlo… Forse è troppo, ma credo che in molti non lo usino più… un costume da bagno e un cellulare e sei a posto in tutte le terme del mondo! Cambi l’abito ma non il cellulare e sei a posto ovunque: il futuro…

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Novità intorno a me

In questo lembo di mondo che mi circonda (il nord Piemonte e la Lombardia occidentale) ci sono molti ristoranti che consiglierei e che consigliano. Partiamo dalla Guida Michelin che segnala i Bib Gourmand, cioé ristoranti non stellati, un po’ più economici, ma assolutamente da provare (e godere mi verrebbe da dire). A sud, nel novarese, segnala l’Impero di Sizzano e l’Osteria di San Giulio di Bellinzago Novarese (la Badia di Dulzago). Un po’ più a nord segnala il Castagneto di Montrigiasco e l’Italia di Quarona e noi ci aggiungeremmo la Ristomacelleria sempre di Quarona e l’Usteriola del Tia di Briga Novarese. Ad Omegna segnalerei il 9090, novità di quest’anno. Mentre la Michelin segnala l’Edelweiss di Crodo, ancora più a nord, in Ossola. Nella stessa zona io segnalerei anche il Marconi di Crodo e Il Risottino di Bracchio di Mergozzo. E solo così, di primo acchito. Da provare ed ampliare.

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Eccessi di democrazia

Giorni fa ho discusso animatamente con un signore in rete: aveva postato su FB un’immagine in cui si dicevano una serie di falsità e in cui si incitava all’odio nei confronti di un certo personaggio politico. Non era la prima volta e ancora una volta ho provato a dire la mia, ottenenendone più che altro risposte nette, prive di ragionamenti, luoghi comuni, accuse trasversali… mi sono arrabbiato e ho chiuso la conversazione. In preda alla furia, ho guardato sul profilo chi fosse e mi sono accorto che è un mio conoscente, un muratore che beve molto in un bar dove ogni tanto vado. Mi ha sorpreso ancor più, perché nella pochezza dei ragionamenti era molto di più di quello che mi sarei aspettato, conoscendolo. E poi mi sono arrabbiato fra me e me, perché ho dato retta, troppo retta, alle sue opinioni superficiali e non motivate. Nella vita reale, non sarei stato neppue sentirlo. Ma in rete…

Consigli per me e per il futuro: vedere sempre con chi si discute in rete, usare le conoscenze e il garbo, non dare per scontato che nell’orizzontalità delle rete il tuo interlocutore sia onesto intellettualmente: o non lo è -e dunque è intelligente- o è fazioso -dunque ignorante- e spesso è solo ignorante. E se lo incontrassi in giro, ti limiteresti a salutarlo. Ciao.

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Ma qual’è la vera grappa?

Grazie a Carmine, sono andato a Boglietto di Costigliole d’Asti alla Distilleria Beccaris per assaggiare le due nuove grappe premium dell’azienda. Si trattava e si tratta di due grappe assai ricerate: una da vinacce di moscato e l’altra da vinacce di barolo. E poi anni di invecchiamento e maturazione in legno. Sono due grappe assai profumate, con un bouquet molto ricco, lungo, che evolve momento dopo momento; in bocca morbide e calde, non stucchevoli ma neppure aggressive. Fin troppo premium per i miei gusti. Due super grappe monovarietali e d’annata (2001 e 2009) ricche e intense come un buon rum o come un cognac di qualità. Roba da gusti internazionali, da sorseggiare, da appassionati all over the world. Il bicchiere da grappa mi è sembrato fin troppo piccolo e io opterei per un baloon, così da sentire meglio i profumi, scaldare e godere del continuo divenire del distillato.

Sono destinate ad un segmento alto, bar o ristoranti o privati appassionati. Il contenuto è veramente al top, ma anche la bottiglia (che ricorda profumi piuttosto che beverage) lo è: i due aspetti coincidono.

Ed io che mi domando? Ma è grappa o una sua evoluzione? E la mia grappa secca, poco profumata cos’è? Il passato, un passato destinato a scomparire? Non so, ma intanto l’ho assaggiate più e più volte nel corso della serata, senza darmi risposte definitive… Però buone!

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Prosecco: nome comune di cosa

Dire “prosecco” non dice molto, se non specifichi. Un po’ come dire “problema”, “cosa”, “amore”… Parole usurate, smussate, che ballano sotto i piedi dei ragionamenti veloci… Nel mio paesello, capita di sentire dire nei bar “vorrei un prosecchino”: non vuol dire nulla di preciso. Chi lo dice spesso non sa nulla del prosecco, delle doc, della docg tradizionale di Conegliano e Valdobbiadene, del business, di Zaia, del paesello friulano di Prosecco, delle polemiche, del Trentino che non lo vuole nelle feste tradizionali… Nulla. E ancor meno se lo trovi nello spritz. Sarà prosecco? O un vino frizzate, dolcino e con freschezza e bollicine a bilanciare…Un “prosecchino”appunto.

Ma non capita solo ad Omegna. Me lo sono sentito dire anche ad un buffet a Fossano: “vuole un prosecco locale?”. Ma quando mai! Era uno spumante charmat del posto. Buono, fra l’altro. Non un “prosecco”comunque, neppure un “prosecchino”ma uno “spumante” (altra parola usurata).

Che dire, infine? Che chi si smarca da questo nome fa bene. Va alla ricerca di un nome proprio, lasciando un nome comune e assai vago. Prosit!

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Erba…che?

Prima o poi si dovrà porre rimedio ad un vuoto: come chiamare infatti il vino bianco prodotto nel novarese (e magari anche un po’ oltre, ma poi spiego) che usa l’uva chiamata erbaluce? Questo nome, infatti, non si può usare. Almeno in Italia e in Europa (ma per quel che vale, non è poi così conosciuta) perché è rivendicato dai produttori dell’Erbaluce di Caluso o Caluso bianco, un ottimo vino piemontese che io preferisco spumantizzato o passito, ma che è buono anche in versione ferma. Da anni si trascina la questione e i novaresi e i vercellesi (ma anche gli ossolani, che per ora non ne producono però) non possono chiamare questo vino Erbaluce. I novaresi lo chiamano Colline Novaresi Bianco e i vercellesi Coste della Sesia Bianco. Nomi che sono sì didascalici ma che mancano della fulminea bellezza da slogan di “Erbaluce”, nome bello ed evocativo. Da marketing.

Io direi che o si trova un accordo regionale, nazionale per usare il nome Erbaluce con le sue declinazioni locali: Erbaluce di Caluso, Erbaluce di Vercelli, Erbaluce Colline Novaresi etc etc ; o si cerca un nome unico e breve, tipo (ma non mi piace) Ghemme Bianco o Novara Bianco… Vercelli Bianco, Gattinara Bianco… sulla falsariga di Gavi, Derthona e altri casi italici.

Nell’attesa ci tocca leggere comunicazioni siffatte, fra l’ironico e lo sconsolato: In queste terse giornate di fine estate verrebbe proprio voglia di fare una bella camminata tra la maestosità delle montagne a noi vicine. Invece il nostro invito vi terrà con i piedi più o meno per terra, a seconda di quanto vorrete farvi trasportare dai poteri taumaturgici dello “spirito”. Ancorati al pavimento della nostra cantina, ma con l’animo volto verso le alture montane, il viaggio vi porterà a scoprire Origini bianco, l’ultimo nato al Castello Conti. Da uve che iniziano con la E e finiscono con rbalu**, è stato ottenuto dopo breve macerazione sulle bucce. Nonostante la gioventù, il ragazzo ha già le idee chiare sulla direzione da prendere nella sua “breve” vita, una fugacità data non certo per carenza di struttura e potenzialità”.

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Oggi inizia Domosofia

La terza edizione di Domosofia inizia oggi, 18 settembre 2019, ed è dedicata al tema de La Passione. E così il Festival delle idee e dei saperi di Domodossola si riempirà di idee, di laboratori e di personaggi fino a lunedì 23 prossimo. La città sarà a sua volta riempita di gente: o in piazza Rovereto o nella Cappella Mellerio o in piazza del Mercato o nel teatro Galletti. Fra le idee segnaliamo la “Bellezza, eterna aspirazione” con Stefano Zecchi (anche un bel personaggio) oppure “Slanci vitali. Quando la vita decolla” di Paolo Crepet (idem) o “Amore mio come sei cambiato” di Francesco Alberoni o “La fabbrica dei sogni” di Pupi Avati… Ma se scorrete il programma su domosofia.it potrete trovare anche altro: altre idee, altri incontri, altri personaggi, laboratori e anche una serata, una cena gourmet con eccellenze enogastronomiche del territorio, lunedì al Sacro Monte Calvario.

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Calma e Sangue Freddo

Quando vedi una pianta attaccata, ti fa paura. Migliaia di coccinelle asiatiche, la Popillia Japonica, che divorano le foglie, senza esclusioni di sorta, trasformandole in un reticolo, in uno “scheletro”. Impressionante! Il terrore si diffonde e cerchi soluzioni. Per ora non ci sono trattamenti naturali, solo chimici. Ovvio che l’insettaccio, assai prolifico, abbia attaccato anche le vigne novaresi (e non solo: è segnalato in Emilia, in Lombardia e in Veneto) e che dunque la paura si diffonda. Però, come ha ricordato il professor Giuseppe Carlo Lozzia, professore di Agraria dell’UniMi, “calma e sangue freddo!” (le parole forse non erano proprio queste, ma il senso sì). “Troveremo un rimedio, come abbiamo fatto per il castagno”. Al caso si stanno occupando alcune Università, ma anche la UE che finanzia le ricerche in merito. In ogni caso, “prima di trattare”, “si deve fare una valutazione dei costi economici, ecologici” e aggiungerei io, “sociali”. Trattare, infatti, ha un impatto economico, ecologico e, ovviamente, spaventa sia gli abitanti dell’area sia i consumatori. Per cui, scordandosi di avere tutele foglie perfette, si deve valutare il punto, la percentuale di area attaccata e poi trattare. Dal 30% al 50%, in su vale la pena. Ovviamente, in attesa di un rimedio. Intanto si stanno anche studiando degli scuotitori con aspiratori, perché si è visto che la mattina sono inerti e cadono. Ma si è visto anche che poi ne arrivano delle altre. Insomma, calma e sangue freddo che il rimedio verrà e nell’attesa nessuna nevrosi da trattamento.

Foto dal sito del Parco del Ticino, attore primo del contenimento della Popillia Japonica

Il tutto è stato detto (fra molte altre cose) durante La Giornata della Viticultura del 3 settembre scorso organizzata a Fara Novarese.

E i privati? Per loro non c’è che attendere e sperare che si trovi rimedio in fretta. Maledetta cimice asiatica!

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