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Racchelli’s Goodbye

Public image / You got what you wanted / The public image belongs to me / It’s my entrance / My own creation / My grand finale

Ettore Racchelli è uscito di scena così come ha vissuto la politica: rapido, irruente, un po’ di prepotenza, velocità… forse un po’ troppo veloce per evitare di travolgere un pedone dopo un sorpasso, un piccolo scontro ed una sbandata: roba di secondi. Una vita. Lo hanno accusato di omicidio stradale e lo hanno condannato a più di quattro anni di carcere. Leggo di rito abbreviato, dunque la pena dovrebbe essere definitiva.

Mi è sembrata da una parte un uscita di scena in linea con un personaggio così talentuoso ed irruento (“di quel securo il fulmine / tenea dietro al baleno”, per dirla alla Manzoni); dall’altra un altro triste capitolo di un fine carriera politica che nasconde le qualità del personaggio pubblico Racchelli: un assessore determinato, capace di muovere grandi capitali, stimolatore di energie sopite… molto di quel che ha sognato ed ha fatto come assessore al turismo della Regione Piemonte è stato cancellato, qualcosa però è rimasto. Rimane soprattutto la consapevolezza dell’importanza del turismo e delle possibilità che la nostra regione ha; ci ha poi abituati “ad alzare l’asticella” e a porci delle sfide più alte di quelle che immaginavamo prima. Un buon allenamento…

Scrivo queste parole “vergine di servo encomio / e di codardo oltraggio”: per chiarire. Si tratta solo di una riflessione sull’amaro destino di molti di noi. E ringrazio qui i PIL ed Alessandro Manzoni per avermi aiutato a trovare le parole.

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Vini da Vitigni Resistenti

Un sabato mattina entro da Forchir di Codroipo (Ud) e compro velocemente del vino. Il boss mi regala una bottiglia e mi dice: “lo assaggi e poi mi dica… è una cosa nuova, sperimentazione, vitigni resistenti”. Ed ecco che da allora, da alcune settimane, la bottiglia mi gironzola in casa e non so esattamente cosa sia.

Ecco il vino Forchir da vitigni resistenti

Poi, io incappo in una degustazione di vini da uve tocai (il vino però non si può più chiamare così) e mi fanno assaggiare due vini da “vitigni resistenti”. Sono vini ricavati da Fleurtai e Soreli, due vitigni resistenti. Ed ecco che capisco, mi spiegano cosa sono i vitigni resistenti. Eureka!

Ma incominciamo dall’inizio.

Nell’Ottocento la peronospora, l’oidio e la fillossera arrivarono dalle Americhe, portando la distruzione. Si incominciarono a fare vini con le viti americane, il clinton, il bacò, il fragolino… ma ad un certo punto sono arrivate la viti innestate (piede americano e parte arborea europea) e le viti americane sono andate in disuso, proibito fare vino… In alcune zone d’Italia, in anni recenti, la coltivazione dell’uva è intanto diventata monocoltura e ciò ha portato alla necessità di tanti trattamenti: otto, nove, dieci, tredici trattamenti… rame, zolfo, composti chimici. In alcune aree del Paese, tipo il Veneto, la vicinanza dei vigneti con zone altamente antropizzate ha portato alla nascita di movimenti di protesta che sottolineano la potenziale pericolosità di un così alto numero di trattamenti per la salute pubblica. Le risposte per ora sono poche: macchine che assorbono l’eccesso di trattamento, la mattina prestissimo… e i vitigni resistenti. Si tratta di sperimentazioni che le università e le scuole e i vivaisti del nord est stanno conducendo a spron battuto, sollecitati da una parte dell’opinione pubblica e dalla necessità di abbattere i costi. Si sarebbe giunti alla quattordicesima generazione di incroci fra vite americana e vite europea, con nomi nuovi: Fleurtai, Soreli, Kretos, Nepis e Rytos. Danno vini in cui l’impronta americana è vaga, lontana; ma hanno caratteristiche diverse. Nuove. Si sta lavorando ancora. Una cosa è certa: i trattamenti si riducono assai: due o tre, invece di nove o dieci o più.


Per ora le doc e le docg non prevedono il loro utilizzo e si possono così assaggiare solo nei vini senza disciplinare. L’obiettivo sarebbe quello di integrare i vitigni resistenti con quelli tradizionali e di porre i vitigni resistenti nelle aree più urbanizzate (dunque meno trattamenti e meno preoccupazione per la salute pubblica). E, forse, in futuro: produrre vini da questi vitigni.

Ecco i miei primi vini da vitigni resistenti

Ecco spiegato. Ma come sono? I due che ho assaggiato erano singolari. Il bianco da vitigno Soreli aveva un profumo di mandorla dolce, fiori bianchi; poco intenso; in bocca era secco, fresco, magro; con agrumi nel retrogusto. Non male. Insolito. Il bianco da vitigno Fleurtai era più dolce, floreale, frutto a polpa gialla e lieve affumicato; in bocca era magro, fresco, assai sapido; lunga nota di mandorla amarognola ed erbaceo nel retrogusto. Insolito pure lui, impegnativo.

Adesso, assaggerò la bottiglia regalatomi dal “sciur” Forchir. Con un po’ più di testa: ora so.

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I ladri no, Eliana sì

Ricordo ancora la polemica social fra me ed un lettore de La Voce di Novara on line: io sostenevo che i ladri non dovessero godere di privacy, lui -l’altro- mi rimproverava fortemente per la mia mancanza di umanità, mancanza di nozioni di diritto e così via… Credo che in gran parte avesse ragione lui. Ma continuo a credere che ad un ladro un po’ di gogna mediatica farebbe bene e farebbe bene alla società (che li riconoscerebbe per strada, li indicherebbe a dito…) e magari si potrebbe togliere loro la patria potestà (ah no, dopo Bibbiano i figli non si toccano. Che poi escano storti è un’altra cosa).

Ecco, ripensavo a questo seguendo i fatti di Eliana, la mia doppia collega (prof e pubblicista) protagonista della cronaca di questi giorni. A lei nulla è stato risparmiato e la gogna mediatica ha funzionato alla perfezione. Il rimbombo social è così enorme che le conseguenze per lei saranno gravi. Perdere il posto a 50 anni non è una bella storia. E poi la gente che la eviterà, le occasioni che perderà… In più, qualche ominuccolo si farà prendere dalle idee altrui (e dalla sua mancanza di carattere) e farà scelte gravi per la mia collega, al di là della colpa: licenziamento, radiazione, esclusione… Non so se ha figli, ma credo che se li avesse glieli toglierebbero. Una paria sociale.

Lei sì e i ladri no. Questo mantra continua a rimbombarmi nella testa. Sì, lo so: un’idiozia. Ma non un furto, non una violenza, non uno stupro. Che paghi, il giusto. Ma un po’ di questo linciaggio si dovrebbe usare per i ladri seriali (e gli altri:violenti e truffatori) e non per chi ha fatto un’idiozia. Una sola.

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Solo due pizzerie piemontesi

Ci sono solo due pizzerie piemontesi nella classifica delle 50 Top Pizza 2019, importante classifica delle migliori pizzerie italiane. Al 19mo posto c’è Patrick RicciTerra, Grani, Esplorazioni, San Mauro Torinese (TO), che non conosco. E poi c’è l’Osteria Pizzeria Per Bacco, La Morra (CN), al 44mo posto. In quest’ultima ci sono andato a mangiare e l’ho apprezzata: locale panoramico sulle Langhe, pizza stile napoletano, ottima cura per gli ingredienti, varietà e gusto… e una carta dei vini monumentale, con circa sedici referenze solo per il barolo docg (“ma la pizza con il barolo?”, “succede spesso che arrivino degli stranieri che ordinano una grande bottiglia e delle pizze per accompagnare”). Il locale in alcuni angoli sembra infatti più un’enoteca che una pizzeria. Il proprietario è campano, la moglie piemontese, il pizzaiolo nordafricano e la cameriera che mi ha servito dell’est. Un inno alla modernità.

Io preferisco però la pizzeria Vola Bontà per Tutti di Castino: Langa alta, zona di noccioleti e non di vini. Se passate di là, provatela. Ma provate anche la Pizzeria Per Bacco, soprattutto se amate i grandi vini di Langa.

Intanto una riflessione, leggiamo: “Ad essere rappresentate in classifica sono ben 14 regioni da Nord a Sud dello Stivale, per un quadro complessivo che sottolinea la crescita qualitativa media nell’intero Paese. Naturale il dominio della Campania nella top 50, con ben 18 insegne presenti. Oltre a Napoli, madrepatria della pizza, la provincia di Caserta si conferma l’eldorado del disco di pasta più amato dagli italiani. Lusinghiera la performance del Lazio (con 7 pizzerie) e della Lombardia (6), con Roma e Milano a farla da padrone. Seguono il Veneto (4), ormai altra scuola conclamata, l’Emilia Romagna (3), il Piemonte, la Toscana e la Sicilia (tutte a quota 2). Con un locale infine Liguria, Marche, Abruzzo, Basilicata, Puglia e Sardegna”. Il “naturale” dominio della Campania sembra essere frutto di tradizione, cura degli ingredienti, attenzione alle cotture e alle lievitazioni… Non di misticismo (“l’acqua… l’aria…ogni meridionale sa fare la pizza”). La pizzeria sotto casa vostra ha queste caratteristiche? O si limita a fare del misticismo?

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UNIONE NAZIONALE PRO LOCO: ASSEGNATO IL MARCHIO “SAGRA DI QUALITÀ” A 21 ECCELLENZE ITALIANE

(Roma, 22 luglio 2019) Sono ventuno le eccellenze italiane certificate dal marchio “Sagra di qualità” 2018. Per la prima volta nella storia l’Unione Nazionale delle Pro Loco (Unpli) attribuisce un riconoscimento che qualifica, identifica e valorizza gli eventi organizzati dalle proprie associazioni; manifestazioni che, fra i requisiti imprescindibili, devono promuovere prodotti tipici storicamente legati al territorio.

La consegna dei riconoscimenti si è tenuta stamane, su iniziativa del senatore Antonio De Poli, nella sala “Koch” di Palazzo Madama, al Senato, a Roma.

L’incontro è stato chiuso dall’apprezzato intervento del presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati che ha sottolineato l’importanza dell’operato delle Pro Loco a vantaggio dei singoli territori.

La cerimonia è stata aperta dalla relazione del presidente dell’Unpli, Antonino La Spina. “Il marchio “Sagra di qualità” – ha detto – è un cambio di passo per dare una connotazione ben definita agli eventi delle Pro Loco, distinguendoli dal proliferare di manifestazioni che, invece, sono prive di legame con i territori. Il disciplinare, inoltre, promuove i prodotti tipici da cui scaturisce la valorizzazione territoriale”.

Manifestazioni che spesso incontrano non poche difficoltà economiche per adempiere alle norme sulla sicurezza introdotte negli ultimi anni.

Sul tema è intervenuto il senatore De Poli che ha annunciato” la presentazione di disegno di legge a tutela delle manifestazioni temporanee. Serve un riconoscimento delle Pro loco a livello nazionale – ha affermato De Poli – e un forte snellimento delle procedure burocratiche per realizzare le manifestazioni temporanee”.

“Il mio obiettivo – ha proseguito De Poli- è salvaguardare l’operato delle migliaia di volontari – 600mila volontari in tutta Italia – e, allo stesso tempo, valorizzare il lavoro dei nostri amministratori locali, pur mantenendo gli standard di sicurezza si devono trovare le modalità per tutelare le manifestazioni”.

“Ecco perché oggi Palazzo Madama ha deciso di aprire le porte alle Pro Loco, a voi che siete custodi dei nostri territori, dei nostri prodotti tipici, del patrimonio artistico, ambientale e culturale della nostra bellissima Italia”, ha concluso De Poli rivolgendosi alla platea di oltre 200 persone tra amministratori locali e rappresentanti delle Pro Loco di tutta Italia.

Tornando alle certificazioni attribuite, Sebastiano Sechi responsabile del dipartimento “Sagra di qualità” dell’Unpli ha sottolineato che “a fronte delle oltre cinquantasette istanze pervenute nel 2018, sono solo ventuno gli eventi accreditati al termine dell’analisi documentale e della verifica sul campo compiuta dagli ispettori dell’Unpli. A giudicare dall’interesse manifestato dalle Pro Loco, nel 2019 – ha concluso Sechi – riceveremo un numero ancora di più alto di istanze”.

All’incontro sono intervenuti Gilbero Arru (giornalista enogastronomico) e Pietro Roberto Montone(presidente vicario Federazione Italiana Cuochi).

Alla cerimonia hanno preso parte sindaci e amministratori locali dei territori interessati, i presidenti di vari comitati regionali Unpli ed i responsabili delle Pro Loco organizzatrici degli eventi che hanno ottenuto la certificazione.

Di seguito l’elenco degli eventi premiati. L’elenco delle iniziative si estende per l’intera penisola, isole comprese: “Sagra della Porchetta e dei Fagioli con le Cotiche”, Monte Santa Maria Tiberina (Perugia); “Sagra di S. Gaetano”, Ponti sul Mincio (Mantova); “Sagra della Fojata e della Attorta”, Sellano (Perugia); “Festa del tortello alla lastra”, Chiusi della Verna loc. Corezzo (Arezzo); “Sagra del Ciammarrucchiello”, Buonalbergo (Benevento); “Sagra dei Bigoli e dei prodotti del Parco del Monte Cucco”, Costacciaro (Perugia); “Sagra dell’agnello a bujone”, Valentano (Viterbo); “Sagra del fagiolo”, Sarconi (Potenza); “Festa della chisola”, Borgonovo Val Tidone (Piacenza); “Sagra della porchetta”, Monte S. Savino (Arezzo); “Festa del grano”, Raddusa (Catania); “Festa della nocciola”, Baiano (Avellino); “Sagra dei fichi”, Miglionico (Matera); “Festival Aglianico Tumact me tulez”, Barile (Potenza); “Mostra Mercato Marroni del Monfenera”, Pederobba (Treviso); “Sagra della lumaca” Gesico (Cagliari); “Sagra della Varola”, Melfi (Potenza); “Sagra della Ciuiga”, San Lorenzo Dorsino (Trento); “Sagra delle olive”, Gonnosfanadiga (Sud Sardegna); “Festa delle castagne e del miele di castagno”, Valle di Soffumbergo (Udine); “Sagra del Baccalà”, Sant’Omero (Teramo).

Questi, invece, i componenti della commissione di valutazione “Sagra di qualità”:Sandro Di Addezio (Abruzzo), Mario Borroni (Marche), Rino Furlan (Veneto), Luca Parrini (Toscana), Valter Pezzarini (Friuli-Venezia Giulia), Antonino La Spina (Sicilia), Renato Bruno (Puglia), Sebastiano Sechi (Sardegna), Luisella Braghero (Piemonte), Max Falerni (Emilia Romagna), Paolo Savatteri (Sicilia), Antonella Ferro (Veneto), Monica Viola (Trentino), Luca Concini (Trentino), Mauro Giannarelli (Toscana), Santino Fortunati (Umbria), Pino Maiuli (Calabria), Daniele Bracuto (Basilicata), Varinia Andreoli (Lombardia), Saverio Palato (Sicilia).

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Eccheccivuole!

E che ci vuole a fare lo chef? E che ci vuole a diventare famosi? Nulla, sembra pensare il volgo ignorante. Un po’ di saper fare, un bel sorriso, una bella presenza, magari qualche tatuaggio qua e là… che ci vuole? Nulla sembra dire la pubblicità di questo corso on line capitato per caso in una delle mie caselle postali.

Ecco l’Antonino nazionale che promuove il corso on line…

E mentre guardi e riguardi l’offerta senza costrutto; e mentre pensi a chi potrebbe crederci… ecco, nel mentre, ti ricordi la fatica dei tuoi studenti caricati da nozioni di igiene, gestione, amministrazione, food cost, intolleranze, leggi… Saranno stupidi, ma ci impiegano degli anni fra studio ed alternanza per diventare un poco presentabili. E poi arriva gente così.

E ridi pensando alla facciona simpatica di Antonino che pubblicizza (pecunia non olet): proprio lui che è noto nell’ambiente per la sua teutonica gestione, per il rigore da marines… che il popolo degli illusi andasse da lui a “diventare chef”! Che duro risveglio sarebbe…

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Concluso a Sannicandro di Bari l’evento dedicato ai vini del Sud Italia con la consegna dei premi ai tre vincitori assoluti. Durante il convegno sottolineate le potenzialità degli autoctoni

Il futuro dei vini del Sud Italia è nei vitigni autoctoni. Questo è quanto è emerso dal convegno Scenari mondiali del mercato del vino e il ruolo del Sud italia che ha concluso la quattordicesima edizione di Radici del Sud, il multievento dedicato ai vini e agli oli del Meridione al Castello Normanno Svevo di Sannicandro di Bari.
Sono stati premiati i 75 vincitori del Concorso Internazionale di Radici del Sud, oltre alle tre cantine vincitrici assolute, che si sono aggiudicate un servizio di tappatura ArdeaSeal e uno di etichettatura IPPU. Sul gradino più alto del podio è salita la cantina Borgo Turrito con il suo aleatico Terra Cretosa 2018, che ha vinto 20 mila etichette e altrettante controetichette offerte da IPPU e 10 mila tappi messi in palio da ArdeaSeal. Al secondo posto è stata premiata Cantine Delite con il taurasi Pentamore 2012, mentre la medaglia di bronzo è andata a Ferrocinto con il greco Pollino Bianco 2018. A chiudere la settimana di Radici del Sud è stato, per tutta la giornata, il Salone dei vini e degli oli del Sud Italia, banco degustazione aperto al pubblico con 125 aziende d’eccellenza del mondo enologico e oleario del Mezzogiorno, che ha registrato un numeroso afflusso di pubblico.
Appuntamento a fine luglio con la seconda edizione di 100 bianchi del Sud tra terra e mare che rientra nella rassegna itinerante Aspettando Radici del Sud 2020 e dal 9 al 15 giugno 2020 per la 15^ edizione di Radici del Sud.

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Una buona notizia (per chi ama la birra)

L’Europa batte l’Italia 92 a 19. Solo da alcuni giorni, infatti, l’Italia ha deciso di ridurre le accise ai piccoli birrifici artigianali, quelli per capirci che fanno meno di 10mila ettolitri di birra all’anno. Leggiamo infatti in un comunicato di Unionbirrai che “Il Ministro Tria ha firmato il Decreto, previsto dalla Legge di Bilancio 2019, che riduce del 40% l’accisa gravante sulle birre prodotte dai microbirrifici con produzione annua inferiore ai 10.000 hl e sposta definitivamente l’accertamento di accisa dal momento della produzione del mosto al prodotto finito”.

Il provvedimento entrerà in vigore il 1 Luglio 2019. “Una grande notizia per i birrifici indipendenti italiani – ha detto Vittorio Ferraris, direttore generale Unionbirrai– che ci ripaga del lavoro che abbiamo portato avanti con determinazione da molti anni. L’Associazione ha anche partecipato ai lavori di stesura del testo, che si sono conclusi il 2 aprile dopo un confronto finale con l’Agenzia delle Dogane.

La birra artigianale italiana è finalmente considerata un valore aggiunto, come lo sono da tempo i tanti piccoli produttori di birra europei che infatti godono da anni di agevolazioni specifiche sull’accisa. L’Italia infatti era uno dei pochi paesi dell’Unione Europea dove non esistevano normative a supporto dei birrifici di piccole dimensioni. E’ dal 1992 che esiste una Direttiva Europea a favore di queste realtà, ma in Italia prima di oggi non era stato ancora approvato nulla in tal senso.

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Una cucina a due livelli

Ringrazio la rivista Food & Beverage per la sua rubrica Chez… (nel numero che sto sfogliando a pagina 34). In questo numero due chef donna si confrontano alla distanza: stesse domande, diverse risposte. Ma non per tutte. Ancora una volta infatti debbo notare che gli chef intervistati, stellati o quasi, hanno una doppia morale culinaria: alla domanda “Il tuo piatto preferito?” rispondono tutti con piatti semplici, casalinghi, familiari. In questo caso, l’avellinese Michelina Fischetti dice “Spaghetti pomodoro e basilico”; mentre la senese Katia Maccari riflette su “Pasta al forno”; un tono simile alla domanda “Una cenetta in pace: cosa ti prepari?” (degli chef, occhio): la prima “Una frittata con gli asparagi e un’insalata”, la seconda, “Gnocchi di patate, fonduta di parmigiano e tartufo” (ecco, qui un piccolo tocco di cheffaggine). Una semplicità calda ed accogliente che prosegue con le altre domande: “La ricetta per conquistare è…”. Michelina risponde con una “Pasta con broccoli e cacio ricotta” (un amore rustico direi) e Katia con un “Raviolo di patate con fondente di pecorino” (solo un poco più elegante).

Si percepisce uno scossone, una diversità quasi ossimorica, opposta, quando si passa a domande tipo: “La ricetta che ami più cucinare?”. La prima un complesso “Raviolo di burrata ed erbette con manteca e tartufo irpino”; la seconda, un “Filetto flambé con fois gras, tartufo e marmellata di cipolla rossa”. E alla domanda “Il piatto che ti ha sorpreso di più?”, ecco apparire un “Risotto alle castagne affumicate e fave di cacao” e un “Risotto agli scampi ed agrumi”.

Capito? Due livelli. E loro sono ancora modeste. Leggo la rubrica ogni mese e il contrasto è anche maggiore.

Non so: verità o logiche di marketing?

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La Magna Charta: che emozione!

Una grande emozione è stata per me vedere dal vivo la Magna Charta Libertatum,la seconda (o terza, se si considerano le Costituzioni melfitane) pietra miliare del nostro moderno, democratico modo di vivere: senza più aristocratici e padroni di stirpe. Si tratta della seconda versione, quella più moderata, della carta dei diritti fondamentali dell’uomo suddito, poi cittadino: robetta come l’habeus corpus e cosucce così. Davvero bella la mostra che si può visitare a Vercelli e bella la storia dell’illustre vescovo vercellese, Guala Bicchieri; del legame -curioso in tempo di brexit- dell’Italia di allora (ma esisteva?) con il mondo anglosassone.

Eccola!

Per finire la bella giornata un pranzo in un ristorante lì vicino, che consiglio: bello e moderno, ma ricavato nell’antico ospedale cittadino: il DiQui. Suggestivo ed unico. Un’ottima panissa vercellese e un bicchiere di vino rosso. E per concludere, un pacco di riso Gigante di Vercelli, presidio Slow Food. Nel ristorante c’è infatti anche una piccola bottega di prodotti locali.

Verso sera ripensavo di essere stato così emozionato da essermi piano piano appoggiato sopra la teca per vedere da vicino quella bella, davvero bella, scrittura fitta. Da amanuense di gran valore. Una pergamena sottile, di gran pregio; una stupenda scrittura; bolli e ceralacche. Un’opera unica. Finché non sono stato ripreso da una signorina che ha minacciato l’accensione dell’allarme… Davvero una grande emozione, da meritare il rischio.

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Uova Naziste

Non immaginavo che mangiare uova fosse un gesto nazista. L’ho scoperto mio malgrado,leggendo qua è là. Prima le discussioni nella UE per evitare che i pulcini maschi (non ovaioli dunque) vengano triturati (sì, avete letto bene: triturati!) appena dopo la nascita. La richiesta (più umana ma evocatrice) è quella di gasarli. Una morte meno dolorosa e più rapida.

Le discussioni sono tante anche in Italia, cercate su un motore di ricerca “pulcini triturati” e vedrete.

Ecco, mi ero appena tranquillizzato con le galline che escono dalle gabbie (ma solo se tutto comprassimo le uova da galline allevate a terra: sigla 0 o 1.) che mi arriva questa tegola morale. Io dunque sono complice di una gestione immorale. Poi…

Poi scopri che c’è un’associazione animalista svizzera che salva quante più galline ovaiole può, visto che dopo un anno di vita rendono meno e sono dunque destinate al macello. Meglio che nei lager, per carità: là era solo sei mesi la media. Però impressiona.

Soluzioni? Informarsi, direi. Non far finta di non sapere (stile aguzzini a Norimberga) e fare una scelta consapevole. Intanto io mi sento fortunato con le quattro galline di mamma che provvedono a noi e vivono bene con il loro gallo. Ma non è da tutti, me ne rendo conto.

Comunque meglio sapere.

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Aboliamo la Pasquetta (troppi ippopotami in giro)

Tutta la vita deriverebbe da un’unica matrice, per poi differenziarsi in varie linee evolutive.Noi sapiens italiani sembreremmo avere una stretta affinità con gli ippopotami. Sì, quei bestioni che scagazzano dappertutto per segnare un territorio. I cani fanno una pisciatina e poi si allontanano; loro no: loro cagano a raffica un po’ ovunque e ci vivono anche dentro alla loro merda.

A vedere come i sapiens italiani hanno ridotto le falde del Vesuvio e il mio domestico Monte Zuoli per la pasquetta, mi è venuta questa intuizione: alcune razze di italiani derivano dagli ippopotami: sporcano e nel loro sporco ci sguazzano anche. Quasi a segnare una proprietà. Che proprietà però non è.

Lo fanno pur sapendo che il rispetto della proprietà propria ed altrui è una grande conquista occidentale (saranno comunisti? Ma in Cina gli darebbero botte)? Lo sanno che i beni pubblici sono uno strumento per ridurre le diseguaglianze (saranno dei turbocapitalisti? Ma negli Usa gli darebbero multe salate)?

Per me sono come gli ippopotami: sguazzano nella loro stessa merda.

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Passi una cucina miserrima, ma di solito non è così. Passi un locale non sempre alla moda, ma per alcuni è anche meglio… passi questo e passi quello… ma non passa se il cameriere è imbranato: il locale ci fa una brutta figura.

Così un mio amico va al ristorante con moglie due figlie piccole e il cameriere con gentilezza gli dice che se vuole può far fare alla cucina due porzioni di panata di pollo con patate, dose bimbi; mentre per i signori porta la tagliata con verdure e patate, da adulti.

Quando va a pagare rimane un po’ interdetto, ma va di fretta e solo a casa guarda lo scontrino: le due porzioni bimbo sono state fatte pagare come i secondi degli adulti. Come mai? Non lo sa, ma probabilmente dice che la sala non ha comunicato (a voce) alla cassa che i due secondi che il computer ha passato alla cucina e che la cassa ha registrato non erano secondi normali, ma porzione e qualità bimbo. Così il mio amico ha pagato quattro secondi di carne e non due più due mezze porzioni di un piatto anche più economico. Nahh… Una leggerezza, probabilmente. Ma che brutta figura la sala che non dialoga con la cassa…

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