Archivi categoria: Attualità

A slice of pepperoni pizza

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Me lo ha fatto notare mio figlio: “gli americani –mi ha detto- devono avere un’idea tutta loro della pizza!”. “Cioè?” gli ho fatto eco io: “perché nelle emoji di whatsapp e similari è sempre una pizza con il salame piccante”. Vero! Basta cercare, provare e vedere che le emoticon (o emoji) sono archetipo di una pizza diversa dai nostri archetipi italiani. Cioè, noi avremmo disegnato una pizza margherita, una fetta di pizza margherita. Invece no: nella rete si è preferita una pizza con il salame piccante o, in altri casi, con il peperone verde a rondelle o le cipolle sempre a rondelle o con olive. Il salame quasi sempre.

Lo scrivono: “a slice of pepperoni pizza, topped with black olives on Google. WhatsApp adds green pepper, Samsung white onion”.

Ecco, i dubbi sono molti e le domande anche: chi ha deciso? Americani, cinesi, giapponesi… chi? E noi? Perché non abbiamo detto la nostra? Ma poi la nostra idea di pizza interessa gli altri? Ma gli altri sanno che la pizza è italiana come natali? O è solo una questione di grafica e ci stiamo arrovellando inutilmente?

Comunque sia, c’è poca Italia e la paura è che si diffonda come idea mondiale di pizza una che da noi non entra neppure nella classifica delle pizze più consumate. Davvero una bella storiaccia!

Visite: 12

Rucola, sii maledetta!

Conosco molte persone a cui la rucola non piace. Molte meno, invece, che la odiano. “Mi fa schifo” ha detto senza tatto un mio amico ieri. La odia.

Il fatto è che molti ristoratori la mettono senza dirlo e se la maggioranza degli “schifati” la mette da parte sbuffando, c’è chi manda indietro il piatto.

L’amico di cui sopra ha mandato indietro una tagliata servita sulla rucola. E si è rifiutato di accettare la stessa tagliata ripulita dalla verdura in cucina: “sapeva di rucola” mi ha detto. Ne è scaturita un’inutile discussione con il ristoratore e uno strascico di polemiche inutili. E meno male che il mio amico non perde tempo su Tripadvisor e non fa critiche scritte.

Però aveva ragione: sul menù si dovrebbe dire il più possibile. Tipo “tagliata di manzo su letto di rucola ed insalata”. Certo non puoi essere del tutto didascalico, ma il più possibile lo devi dire. Anche per evitare discussioni. Poi, un consiglio, se un cliente ha una mania, accondiscendi e non opporti: sennò penserà che lo vuoi prendere in giro e lo reputi scemo. Non pulirgli la tagliata, fagliene un’altra.

Visite: 68

La Bagna Cauda Dolce

Interessante convegno quello di sabato scorso ad Angera (Va): Vivaria Verbani: Passato, Presente e Futuro della Pesca nel Lago Maggiore. Fra i relatori anche Filippo Maria Gambari, ora in forza al Museo delle Civiltà di Roma, ma assai attivo nel nord Italia ieri ed oggi.

Il suo intervento è stato lungo ed articolato, partendo dalla considerazione che le tecniche di pesca in acqua dolce erano patrimonio già delle popolazioni locali, prima dell’arrivo dei romani. A dimostrazione, la etimologia e le testimonianze Angera, archeologiche. Una lunga disamina sulle tipologie di pesci presenti allora e su quelle introdotte nei tempi moderni. E poi foto di ritrovamenti archeologici su reti, ami, sistemi di pesca… in gran parte simili ai moderni sistemi.

Fra le altre cose interessanti, un’ipotesi sull’origine della Bagna Cauda, piatto tipico del Nord Italia: “uno dei grandi misteri della gastronomia… un piatto povero ma realizzato con ingredienti ricchi, provenienti da lontano”. Secondo Gambari, nell’antichità sui laghi era praticata la conservazione del pesce sotto sale, in vasi forati sul fondo. Era questa “colatura” che non era garum, piuttosto una “pasta di acciughe” a costituire la base del tipico piatto piemontese. Un piatto che ha, dunque, un’origine da acqua “dolce” piuttosto che da acqua “salata”.

Gli acciugai, dunque sarebbero arrivati dopo.

Se pensiamo al pesce usato e all’olio di noci, ci rendiamo conto che il sapore doveva essere assai diverso. Un altro mistero: che gusto aveva la Bagna Cauda nei secoli scorsi?

Visite: 61

22 ottobre, le Stelle sul Lago d’Orta

Un’Edizione di Assoluto Prestigio con il Premio ad Annie Féolde e il Ritorno di Luisa Valazza

Le stelle della cucina, anche quest’anno, torneranno con una serata di solidarietà e alta cucina sul Lago d’Orta. Mancano infatti ormai poche settimane all’edizione numero tredici del tradizionale evento che, la sera del 22 ottobre, vedrà protagonisti e uniti tutti gli chef che, nelle province di Novara e Vco, sono premiati dalla Guida Michelin con una o più stelle.

Location dell’evento, come da tradizione, è l’hotel Approdo di Pettenasco: una cucina che accolse, oltre venticinque anni fa, un giovanissimo Antonino Cannavacciuolo agli inizi della sua felice carriera sul lago d’Orta.

Grandissima tra i grandi, quest’anno ci sarà una super ospite, Annie Féolde, chef dell’Enoteca Pinchiorri*** di Firenze. Una nizzarda che ha fatto grande la gastronomia italiana e, di riflesso, quella sua terra di Francia che le ha tributato la più alta onorificenza, la Légion d’Honneur.

Nel segno delle donne, quest’anno l’evento vedrà anche il ritorno di Luisa Valazza del Sorriso di Soriso (**) e l’accoglienza di una giovane promessa della cucina, non (ancora) stellata: sarò infatti premiata come ‘chef emergente’ Sabina Villaraggia che guida la cucina di Villa Pizzini al Mottarone, un locale che, nonostante la recente apertura, sta acquisendo ottimi successi.

In azzurro, invece, ci sarà la “nuova entrata” di Andrea Monesi che alla Locanda di Orta (*) ha preso il posto di Fabrizio Tesse (il quale lascia il territorio). Per il resto, conferme “potentissime”: Antonino Cannavacciuolo (**), da Villa Crespi, i verbanesi Marco Sacco (**) dal Piccolo Lago e Massimiliano Celeste (*) da Il Portale, Marta Grassi (*) dal Tantris di Novara.

Il Comitato premierà anche lo chef Matteo Sormani della “Locanda Walser Schtuba” (Formazza) per la sua opera di valorizzazione dei prodotti del territorio; Sormani, insieme a Monesi e Villaraggia, presenterà degli originali finger food. Il servizio di sala sarà a cura della Scuola Alberghiera di Stresa, con i sommelier di Ais Novara e i vini selezionati da Matteo Pastrello.

Il pizzaiolo gourmet Antonello Cioffi de ‘La Piedigrotta’ di Varese sarà invece tra i protagonisti del “dopocena” con le sue variazioni di pizza creativa.

Di assoluto rilievo anche il premio alla carriera, quest’anno assegnato all’imprenditore Cesare Ponti.

“Come le vere stelle che la notte illuminano uno dei laghi più belli del mondo, così sarà con i massimi cuochi del nostro territorio, che le stelle le hanno appuntate sulla divisa, quelle della celebre Guida Rossa” commenta Oreste Primatesta, presidente del Comitato organizzatore.

“Una, due, tre, tantissime se le sommiamo tutte e altre ne verranno, chissà. A 13 anni dalla felice intuizione dell’esordio la cena de “Le Stelle sul Lago d’Orta” torna con il suo sorriso e i suoi sapori a comporre uno degli eventi di alta cucina e solidarietà più longevi ed apprezzati in Europa, ispiratore di una miriade di altre manifestazioni minori. Ben vengano, quando si parla di vera beneficenza”. Ogni utile della serata – tutti i cuochi prestano la loro opera gratuitamente – sarà devoluto alla Comunità di Sant’Egidio di Novara e alla fraternità dei Cappuccini in San Nazzaro della Costa.

Le prenotazioni possono essere effettuate ai numeri telefonici: 0323 89345 – 335.6433325 – 333.8959077 e-mail: lestellesullagdorta2014@gmail.com – info@approdohotelorta.it Il costo del Gala è di 225,00 Euro a persona.

 

LE PROPOSTE GASTRONOMICHE DELLA SERATA

Aperitivo dalle 19.30 al Bar Lounge

Ostriche e Champagne V. Etien 1er Brut
Stuzzicherie della Casera e Finger food Chef Emergenti
 

IL MENU STELLATO NELLA SALA DELLE FESTE

Ricciola leggermente affumicata e poi marinata,sfere di pesto toscano e melanzane al timo

Torrone di foie gras al pistacchio, chutney di arancia

Il Carnaroli ai mirtilli, finferli e rossi di Sicilia

Aragosta, lemon gras, vitello e lamponi

Testacoda di manzo

Crostatina ai frutti rossi a modo mio

 

Vini
Champagne V. Etien 1er Brut
Marchesi Antinori Cervaro Della Sala 2016
Domaine Gentile Muscat Du Cap Corse 2008
Michel Juillot Mercurey Blanc 2003
Le Macioche Brunello di Montalcino 2013
Champagne Lanson White Label Dry

 

Inoltre, a tavola

Acqua minerale S. Pellegrino e Acqua Panna
Lollo Caffè Perlage
Cioccolatini della Chocolaterie des Iles di Stresa
Grappa di Pettenasco “Cascina Eugenia”

Dopo cena al Bar Lounge
Variazione di pizza “La Piedigrotta” di Antonello Cioffi
Degustazione di Gorgonzola Gran Riserva Leonardi – Igor
Bevande di Glep con Audere ‘LaCioccolata’
Gin&Tonic Roby Marton – Birra Nastro Azzurro

Visite: 40

Il Salone del Gusto deve imparare dall’Ikea

Sono stato a Torino domenica al Salone del Gusto, tornato dopo qualche anno al Lingotto. Solita bella ressa, solita ricchezza di offerta comunicativa e di prodotti, solita tanta gente, soliti assaggi, solite compere interessanti: la madre di tutte le fiere agroalimentari moderne, parafrasando Saddam.
Eppure ho trovato che non si è ancora risolta l’ambiguità di fondo: è una mostra o un mercato? O un po’ di una e un po’ dell’altra. Mi spiego: ho comprato un po’ di prodotti nel primo padiglione, ho assaggiato molto… dopo un po’ ho capito che non avrei potuto comprare altro. I sacchetti di carta e di ecoplastica che mi avevano dato erano pieni e a rischio rottura. Mi sono guardato in giro e non ho trovato nulla per continuare le compere: né un carrello, né borse con le ruote, né borsoni di plastica tipo Ikea… Nulla, ho smesso di comperare ed ho notato che quelli che compravano avevano giusto un paio di pacchetti. Scelta o necessità?
Il giorno dopo, in sala professori, una collega mi ha raccontato di essere stata a Fico, Bologna: lì, invece, c’erano carrelli di ogni foggia e anche un centro postale da cui spedire i tuoi acquisti. Se non potevi portarli con te.
Ecco, un po’ da Fico e un po’ da Ikea, il Salone del Gusto dovrebbe imparare. In fondo, se non compriamo, come fanno gli agricoltori a migliorare il mondo?

Visite: 30

Tre zie e noi

Fatto un salto a Torino, giovedì scorso, ho messo la testa dentro Casa Piemonte, in Via Garibaldi. Sede di convegni e presentazione nei giorni della Salone del Gusto Terra Madre. Arrivato giusto in tempo per ascoltare la presentazione della Strada del Riso Vercellese (stradadelrisovercellese.it). La sala della Regione era di fatto vuota: c’ero io, una delegata americana di Slow Food, tre zie (poi vi spiego), una guardia giurata alla porta, due inservienti e due relatrici. Ho ascoltato con attenzione, recependo ciò che in parte già sapevo: la baraggia era una savana, ci sono oltre 40 tipologie di riso nella pianura Padana, non si riesce a mettere la scritta “fatto in Italia” sulle confezioni di riso, il Canale Cavour è un gioiello di ingegneria idraulica, il centro storico di Vercelli è bello, ci sono torri in città e castelli nel contado, si mangia bene, c’è il Gigante Vercelli… ma non sapevo che il carnaroli non è tutto uguale: c’è infatti il karnak un po’ meno pregiato e c’è il carnaval più pregiato. Ma poche aziende li distinguono. E come dire che non si sa esattamente cose c’è nel sacchetto.

Insomma, nonostante fossimo in pochi, l’incontro è stato interessante. Peccato che, viste le poche presenze e la presenza di zie, non ci abbiano fatto assaggiare le birre al riso che avevano mostrato all’inizio dell’incontro.

 

NB: con il termine tecnico di “zie” o “superzie” s’intendono quelle persone, soprattutto donne, che si intrufolano agli incontri e alle conferenze stampa per: banchettare al buffet; portarsi a casa qualche gadget, meglio se gastronomici; passare del tempo atteggiandosi, facendo i fenomeni; magari cercando di mettere in imbarazzo gli organizzatori. Il fenomeno è assai diffuso in città. Perché lo fanno?  Si tratta di persone in pensione, magari ex giornalisti che così rimangono “in attività”, ma anche di veri e propri (pericolosi?) millantatori, con tanto di biglietti da visita farlocchi e non pervenute attività giornalistiche.

Visite: 35

Comanda il cuoco o il cliente?

Ecco, ieri sera con amici sono andato a mangiare a Lortallo di Ameno, alla Locanda del Buon Riso (che sta per “sorriso” credo: in carta c’era solo un risotto), ed ho mangiato un piatto di pasta coi finferli e prezzemolo su una base cremosa. Buono. Ah, a proposito: l’ho pagato 13 euro però 2,50 euro di coperto.

La pasta mi piaceva sette, perché il prezzemolo lo trovo invadente con una che di fresco che non mi piace. Avrei messo volentieri del formaggio, anche un filo d’olio a smussare. Ma il cameriere non mi ha detto nulla e veloce si è allontanato verso gli altri tavoli.

Il piatto, abbondante, era pronto così. Non si dà la possibilità al cliente di correggere. Il cuoco decide. Ma io pago. Mi sono venuti in mente, mentre cercavo d’intercettare il cameriere (ma poi ho desistito): i ristoranti di lusso in cui il cliente non può modificare il piatto dello chef, il mio amico ristoratore che non dava il limone con il pesce (lo so, è un’idiozia, ma piace), il cuoco artista e il cliente-suddito e non committente.

No, la prossima volta appena arriva lo blocco e gli faccio portare il tutto. Poi decido io!

il Logo della Locanda del Buon Riso di Lortallo di Ameno

I prezzi? 4 euro un bicchiere di vino bianco, 5 per un rosato (entrambi Cirò e buoni), 2,50 euro di acqua Vigezzo, 2,00 euro per un espresso, 5 per una grappa. Totale 34 euro. Ma mi hanno portato come “amuse bouche” anche un piatto di coppa con i fichi (due fette di coppa e un mezzo fico). Bel locale, anche se un po’ rumoroso.

Visite: 107

La domenica chiudiamo anche i ristoranti

Sì, la sperimentazione sociologica delle chiusure domenicali mi piace. Spero che non ne passi una versione edulcorata e che si radicalizzi la scelta, lasciando alla libera contrattazione delle parti: lavoratori, proprietà, comune… la possibilità di aprire in deroga. Ma solo per poche domeniche e festività all’anno. Vorrei infatti che potessero chiudere la domenica anche altre attività: ristoranti, alberghi, campeggi, bar…sempre con la libera contrattazione delle parti. Insomma che passasse l’idea che il lavorare troppo sia una scelta individuale e non collettiva. Non scontata. Non necessaria per il buon funzionamento della società.

Sì, lo so: polizia, ospedali, pubblica assistenza… non ho proprio idea in proposito. E nulla dico. Quello che so è che nella ristorazione italiana si lavora troppo, forse un po’ meno negli alberghi, forse un po’ di meno nei bar… Forse. Il mettere in discussione orari ed aperture nei negozi potrebbe portare ad un ripensamento sano degli orari di lavoro, dei giorni di lavoro anche nella ristorazione. Chiedete un po’ in giro: 12-14 ore e sei-sette giorni su sette sembrano essere frequenti anche fuori dalla cosiddetta stagione. Ma poi perché io debbo lavorare 12-14 ore al giorno e non otto? Perché non posso avere due giorni di riposo? Perché? Il locale chiude o tu guadagni poco?

Proviamo a chiudere, magari il dibattito si allarga.

Visite: 34

Lombardia sì o no? Piemonte sì o Piemonte no?

Come molti di voi non sapranno, ad ottobre la mia provincia vota se rimanere in Piemonte o andare in Lombardia. Il referendum non è molto partecipato, ma chi ne parla propende per la Lombardia. Io non so, lo trovo un referendum inutile, ma qualche ragionamento lo si può fare. E forse potrei cambiare idea…

Otto motivi perché le cose rimangano così come sono

1)      Non si capisce bene quali siano i vantaggi.

2)      Torino e il Piemonte sono parte e tutto di una terra di ottima gastronomia e vini. La Lombardia, meno.

3)      Cosa importa a un modesto come me di cambiare regione? Nulla, appunto.

4)      Ci saranno da cambiare tutti i documenti: chi paga la spesa?

5)      Milano è facile da raggiungere, più che Torino, in treno. Ma non serve essere in Lombardia per godere di detta facilità.

6)      Andarci in auto è meno costoso. Ma ci puoi andare anche se vivi in un’altra regione, appunto.

7)      Il dialetto lombardo, per quel che può servire, è simile al nostro. Quello piemontese no. Però tu parli italiano e non ti interessa.

8)      La nostra zona è diventata dei Savoia a metà del Settecento. Prima era del Ducato di Milano. Sono passati 250 anni circa. Almeno dieci generazioni. Chi si può ricordare? Lo raccontano ancora in casa? Non credo.

Otto motivi per cambiare

1)      Non c’è una linea ferroviaria diretta per Torino Devi arrivare a Novara o Rho e poi procedere per Torino.

2)      C’era una linea, la Arona Santhìa che facilitava il viaggio verso Torino, ma l’hanno soppressa. Non ci vogliono?

3)      Andare a Torino in autostrada costa troppo e nessuno ha preso provvedimenti.

4)      Ogni anno il controllo della caldaia mi costa dai 150 ai 200 euro. Una taglia più che un controllo. E così anche in Lombardia?

5)      C’è una norma in basa alla quale i professori piemontesi debbono essere controllati con l’alcol test. In Lombardia no. E così la scuola, che non ha soldi, risparmia su un falso problema. E i prof non hanno rotture. E continuano ad essere come sono, normali.

6)      La Regione sembra essere sorda alle esigenze del nostro territorio. Più che tagli non fa.

7)      Il cambiamento potrebbe portare dei benefici. Forse si pagherà di meno in imposte.

8)      I lombardi sono più pragmatici, i piemontesi meno. Forse.

Visite: 81

Citazioni vere

Un libro, un libro vero con citazioni vere. Ecco cosa farò oggi: scriverò alcune citazioni vere e verificabili sul cibo e sul vino, affinché si possano usare anche in rete senza tema di smentite.

Il libro da cui le traggo è “Il libro delle citazioni” a cura di Elena Spagnol edizioni A. Vallardi, Milano 1983.

Cominciamo con il vino, antico:

–          O amato fanciullo, prendi le tazze variopinte / perché il figlio di Zeus e di Semele / diede agli uomini il vino / per dimenticare di dolori (Alceo nelle “Odi” tradotte da Salvatore Quasimodo; Orazio: Nunc vino pellite curas;

–          Poi un po’ di modernità: Un pasto senza vino è come un giorno senza sole di Brillat- Savarin nella “Fisiologia del Gusto”; ed ancora: Il vino è uno dei maggiori segni di civiltà del mondo di Hemingway in “Morte nel pomeriggio”; Il vino è la poesia della terra, Mario Soldati in “La messa dei villeggianti”.

Ora il cibo:

–          Antico: Un cattivo cuoco è colui che non sa leccarsi le dita, William Shakespeare da “Romeo e Giulietta”.

–          Moderno: La scoperta di un piatto nuovo è più preziosa per il genere umano che la scoperta di una nuova stella, Brillat-Savarin; da l’”Ulisse”, Dio fece il cibo, il diavolo i cuochi, James Joyce.

Il libro contiene centinaia di citazioni vere e verificate: sarebbe bella cosa se uno lo sfogliasse prima ci attribuire citazioni improbabili (e banalotte) ai vari Einstein, madre Teresa di Calcutta etc etc etc

Visite: 64

Il Maiale Etico

Sto diventando un carnivoro etico: le foto che girano sulla rete mi commuovono, vere o false che siano. Questi maiali, questi animali imprigionati, dallo sguardo triste, malmessi… mi muovono dentro. Faccio sempre più fatica ad accettare la carne come una semplice somma di proteine, vedo l’animale dietro. Non mi fa male mangiare la carne delle galline di mamma: le ho viste vivere, mangiare, stare bene senza maltrattamenti; non mi dispiace mangiare carne da caccia: sono vissuti liberi, uccisi in un colpo senza trasporti, ammassamenti, botte… Non mi dispiace neppure la carne dei maiali allevati allo stato brado e semibrado (da me ci sono due allevamenti in valle Anzasca): fanno una vita serena, naturale… Per il resto invece nulla: non c’è informazione, non si sa nulla, si consuma e basta. Prima o poi mi stuferò, prima o poi ci stuferemo di mangiare carne da animali maltrattati, ammassati, senza identità…

Intanto i produttori di carne e derivati dovrebbero parlarci, spiegare come vengono allevati gli animali, come vivono… Sono stato due giorni a Langhirano (Parma), dove si produce gran parte del prosciutto crudo italiano, e non ho trovato traccia di simili riflessioni. Se non sulla cronaca del giornale locale, “La Gazzetta di Parma” in cui si legge che il primo giorno del Festival del Prosciutto di Parma (a Langhirano appunto) c’è stata una tavola rotonda con lo chef Davide Oldani, il sociologo Giorgio Triani e Francois Casabianca dell’istituto agronomico di Francia (Inra). Quest’ultimo ha detto, testualmente, “Il prosciutto crudo è un’occasione di piacere, emozione, qualcosa da condividere con la gente”. Ma, ha aggiunto, “I giovani non consumano più come noi o come i nostri anziani, bisogna considerare il benessere animale e anche la questione ambientale dell’inquinamento sono temi importanti da affrontare, le indicazioni geografiche tipiche devono prendere in considerazione quest’aspetto”.

Ecco, i produttori devono prendere in considerazione la diffusione di questa nuova sensibilità animalista e dare delle risposte. O i carnivori diventeranno una minoranza rozza e snobbata.

Visite: 70

La birra dei giovani e il vino dei (meno) giovani

Una sera d’estate in una balera all’aperto guardo i signori ballare. Signori di una certa età, come la mia ma anche di più. Uomini e donne tranquilli che si vogliono divertire seguendo i passi di danza. Ogni tanto si fermano e si scambiano, le signore sorseggiano dell’acqua; i signori, un poco di vino. Vino servito in brutti bicchieri di plastica e in caraffe in stile ospedale, graduate, sempre in plastica.

Dopo i fatti di Torino dello scorso anno, ricordate, sulle feste è calato un vestito di piombo. Niente più vetro, neanche in serate tranquille, in balere estive, in una provincia ben controllata. Il tutto dopo che alcuni giovani, guardando la partita sul maxischermo in piazza, bevendo birrette, buttando le bottiglie per terra, bottiglie vendute in nero da venditori abusivi, venditori che avevano beffato la polizia e i carabinieri; ecco, dopo tutto questo, neppure i tranquilli ballerini di provincia possono stare tranquilli e sorseggiare il vino nel vetro, comprare una bottiglia…

Nessuno scappa. La regola vale per tutti. Anche dove non serve. Lo trovo un brutto modo di vivere.

Visite: 51

La crisi dell’Impero e il feudalesimo

La umiliante situazione che vive la mia scuola ricorda la crisi dell’Impero Romano e il suo dissolvimento in tante unità locali, i feudi. Stresa è un feudo, un feudo comandato da palesi oligarchie. Si tratta del complesso alberghiero-ristorativo che ha grande successo e pensa, logico, di poter fare da solo. Il resto del territorio, vicino o lontano che sia, viene visto o come un avversario o, al meglio, come un fastidioso fardello. Noi facciamo parte di questo fardello.

Siamo infatti una scuola pubblica con valenza nazionale e non locale, tantomeno stresiana. La cui esistenza impegna il territorio con logiche sovraccomunali e dunque non piace. Cosa interessa infatti agli oligarchi locali la sua presenza? Tanto più che costa e l’“impero” non dà più tante risorse per il suo mantenimento. E dunque perché mai il feudo stresiano dovrebbe farsene carico del tutto o in parte? I suoi studenti vengono da fuori; il reddito che dà alla comunità è alto, ma nulla confronto a ciò che produce il complesso alberghiero-ristorativo; il personale stresiano è stagionale e viene da tutto il mondo, scuola o non scuola… Insomma, la scuola non serve a Stresa. Meglio che muoia o, se proprio vogliono (ma è meglio di no), la spostino se ne sono capaci.

A Stresa non sembra esserci posto, se non molto fuori, lontano dai futuri progetti di sviluppo del complesso alberghiero-ristorativo. O nei boschi (e si faccia carico la comunità nazionale dei costi aggiuntivi) o in zona centrale con molte, molte e ancora molte richieste da parte del feudo all’impero. Contrapposizione invece che collaborazione.

Intanto, visto che l’oligarchia stresiana non può esercitare il potere con la violenza e lo deve fare con il consenso manovrato: panem et circensem. Per cui, meglio un campo di calcio per la squadretta locale (ma dove giocano molti stresiani) che una acclarata scuola nazionale. E poi basta raccontare un poco di storielle, fake news: che la Scuola non è come prima. E poco importa se ogni anno escono da lì decine di ottimi cittadini e futuri professionisti di settore; poco importa se diamo possibilità di ascesa sociale anche ai figli degli ultimi; e poco importa se aiutiamo anche chi ha difficoltà, chi sarebbe altrimenti marginalizzato… poco importa: la Scuola non è più come prima. Amen.

Il Medioevo prossimo venturo avanza e non importerà a nessuno se i “barbari” assaliranno il feudo di Stresa: non ci sarà nessun esercito imperiale a difenderlo. Allora, forse sì, qualcuno si ricorderà che una comunità ampia è meglio del nostro piccolo, del nostro particulare.

Visite: 411